TEMPO LITURGICO

   
 

La Settimana Santa
A Gerusalemme per compiere la Pasqua - Domenica delle Palme


Commemorazione dell'ingresso del Signore in Gerusalemme Lc 19,28-40; Sal 23
Messa Is 50,4-7; Sal 21; Fil 2,6-11; Lc 22,14-23.56



Con la domenica di Passione e nelle Palme entriamo nel cuore dell'anno liturgico: dove la memoria dei misteri della redenzione si fa più intensa e appassionata; dove, come in un "sacramento", più larga si effonde la grazia della salvezza.
Ogni tempo, ormai - da che Gesù è morto e risorto; da che ci è dato di celebrare il ricordo del Signore nelll'eucaristia - è aperto alla presenza e all'efficacia della liberazione e della vita nuova, ma nei giorni della Settimana Santa la Chiesa si raccoglie con maggiore disponibilità di ascolto e di meditazione, nella certezza che al suo impegno risponda Cristo, morto e risuscitato, con una elargizione rinnovata della misericordia.


I misteri di Cristo e i nostri misteri


Gesù ci appare in questa Settimana negli eventi culminanti della sua esistenza, quando si compiono quei misteri che lo hanno costituito stranamente l'esemplare dell'uomo. Cristo, secondo l'elezione del Padre, si fa nostro Primogenito, morendo e risorgendo; disfacendo l'uomo antico e non riuscito, e ricomponendolo sulla idea trinitaria, com'era stata concepita prima della creazione del mondo. Così gli avvenimenti che sono propri di Gesù Cristo risultano anche gli avvenimenti di tutta l'umanità e di ogni uomo, individualmente. Se la Settimana Santa fissasse la contemplazione, la compunzione, il rendimento di grazie, la conversione e l'adesione di tutti gli uomini che esistono nel mondo! E' utopia pensarlo, ma sarebbe l'unico e obiettivo modo per essere nel posto giusto e concreto.
La preghiera della Messa introduce subito al senso dell'orazione e dell'azione liturgica di questi giorni: "O Dio onnipotente ed eterno, che hai dato come modello agli uomini il Cristo tuo Figlio nostro Salvatore fatto uomo e umiliato fino alla morte di croce, fa' che abbiamo sempre presente l'insegnamento della sua passione, per partecipare alla gloria della risurrezione".



  Insegnamento e Sacramento

Non deve trattarsi però solo di una presenza mentale, come di quella suscitata nello spirito e nel cuore quando ripassiamo senza un'abituale frettolosità le ampie e decisive pagine della Scrittura che prefigurano e attestano la Pasqua del Messia; deve trattarsi di una presenza reale nel sacramento e di quella coerente e conforme all'imitazione, per l'indiscindibile legame del mistero e della sua applicazione in noi.
Allora l'"insegnamento" della passione ci tocca e ci trasforma, e la risurrezione già incomincia a operare: due aspetti e due momenti - come vedremo - dell'unico gesto pasquale del Signore.
Per essere morto - di una morte connotata della libertà e dell'amore - Gesù ha meritato l'esaltazione. Allo stesso che per noi: ai quali sarà data la risurrezione dopo il consenso a condividere la stessa morte di Gesù.


Il presentimento del "Servo"

Il mistero della morte era già stato presentito in Isaia, nella immagine del "Servo di Dio": l'enigmatica figura, che si è illuminata quando venne resa vera da Gesù di Nazaret, non solo e non tanto per la corrispondenza dei particolari della passione, ma per la concezione dell'esistenza come un consenso alla Parola di Dio, un'adesione alla sua volontà, una sopportazione all'ignominia - gli insulti e lo sputo - tutta sostenuta dall'abbandono fiducioso all'assistenza del Signore.
Il Servo di Dio possiede la certezza "di non restare deluso", di non dissipare insensatamente la propria vita, di riuscire proprio per la confidenza con cui assume la missione. Egli non dubita che, essendosi "affidato al Signore", sarà liberato dalla sua forza e che nonostante la sua soppressione, anzi da essa, potrà annunziare il nome di Dio ai fratelli.
Sono le parole del salmo 21, che possono dire insieme prima il Servo nell'ideazione di Isaia e poi Gesù medesimo nella sua passione. L'identica speranza ne sostanzia le vicissitudini.
 

 


L'obbedienza di Cristo

In san Paolo l'obbedienza e la morte è quella di Gesù Cristo. Chi vi si sottopone è Colui che è uguale a Dio, che ha in sé la forma, la condizione che è prerogativa di Dio - la "natura divina" -, e che nondimeno se ne "distacca", se ne spoglia senza risentimento e assume una condizione opposta, esattamente quella del servo, che lo introduce in un'altra somiglianza: la somiglianza o la "forma umana", perseguita nell'estremo dell'umiliazione, dello svuotamento, qual è l'obbedienza fino alla morte di croce. Il nostro pensiero si confonde, a un certo punto, nel seguire questo itinerario di abbassamento che ha come soggetto non un qualsiasi uomo, sul quale si può abbattere irragionevolmente una sventura, ma il Figlio di Dio, Dio vero, per il quale quell'esito sconcertante della vita è la risposta iniqua dell'uomo che lo elimina ma più profondamente è deliberazione stessa del Figlio di Dio.


L'antitesi

Siamo nell'antitesi assoluta rispetto a colui che ha peccato per aver considerato come "un tesoro" proprio, un possesso indipendente l'essere creato "a immagine e somiglianza", un possesso scelto in alternativa al riconoscimento e all'adesione alla volontà divina.
Noi nasciamo toccati misteriosamente da quella inconsistente apparizione in forma divina - la colpa di Adamo - e bisognevoli di redenzione.

Nella sua passione Gesù, Figlio di Dio, converte la nostra natura, quasi operando in sé il cammino a ritroso: lo spogliamento e l'assunzione della condizione dello schiavo: una sconfitta secondo la misura dell'uomo, una vittoria secondo l'incomprensibile programma di Dio.



Valori di una contemplazione

Abbiamo sempre la necessità di contemplare questo cammino del Figlio di Dio: per trovarvi il senso della nostra liberazione per attingervi i motivi del rendimento di grazie, per acquisire la sensibilità al peccato, per ravvivare la percezione della solidarietà di Gesù Cristo con noi, per non perderci d'animo nell'esercizio della pazienza, che dice una segreta relazione con la passione del Signore.
Ma anche l'immagine e il significato dell'eucaristia si riaccendono: poiché essa viene ad apparirci il sacramento di quella obbedienza e consenso di Cristo in atto nella sua passione, il sacramento originario quindi della misericordia, da cui dipende la validità della stessa confessione.
Si comprende, così, l'orazione sulle offerte: "La passione del tuo unico Figlio (o Dio) affretti il giorno del tuo perdono - il giorno del perdono è la Pasqua, è il tempo della Chiesa, il tempo nostro -; non lo meritiamo per le nostre opere, ma l'ottenga dalla tua misericordia questo unico e mirabile sacrificio".
Il segno sacramentale non attutisce la presenza e non debilita l'efficacia della passione o dell'amore che l'ha generata: è il mistero della perseveranza dell'opera di salvezza nella sua identità personale con Gesù Cristo, con il suo Corpo e il suo Sangue.


Gesù: il Signore


Ma la morte di Cristo non è un termine: egli vi passa, per la risurrezione. Al consenso totale dell'obbedienza di Cristo, il Padre risponde con l'accoglienza perfetta dell'esaltazione e del riconoscimento.
La risurrezione costituisce Gesù come il Primo assoluto, come "il Signore", per il quale procede la salvezza di tutti.
Quando Gesù risorge da morte e riceve il "nome", la dignità unica, allora vuol dire che la creazione è riuscita, che essa raggiunge il suo fine, che tutto trova la sua spiegazione e il suo giusto posto. L'elezione ultima, che ha "determinato" Dio a creare, a comunicare il suo bene, è Gesù risorto e Signore.
Egli non si pone solo in qualche zona della terra, non occupa alcuni spazi del tempo, non significa soltanto qualche valore: "Nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra". Le tre "zone" o dimensioni dell'essere creato si unificano in lui, e ne ricevono consistenza.


Passione e risurrezione


Il mistero pasquale - che nella Settimana Santa andrà svolgendosi dinanzi o meglio nell'intimo della Chiesa - è passione e risurrezione, morte e vita, spogliamento ed esaltazione, inscindibilmente.
Dal sepolcro nasce l'uomo nuovo, obbediente, conforme; l'uomo o il servo che ha confidato e non è rimasto deluso, che annunzierà il nome di Dio ai fratelli e lo loderà - secondo la speranza cui ha dato accento il salmo 21 - in mezzo all'assemblea.
Anzi, noi partiamo dalla riuscita della risurrezione per comprendere la passione, così come dal Signore risorto sono resi possibili i sacramenti a partire dall'eucaristia.
La Pasqua è veramente il fine e, in certo senso, la fine del mondo, perché allora la salvezza è condotta a termine e incomincia a diffondersi nel mondo.
Questo schema è tracciato felicemente nel prefazio: "Cristo nostro Signore, che era senza peccato, accettò la sua passione per noi peccatori, portò il peso dei nostri peccati. Con la sua morte lavò le nostre colpe e con la sua risurrezione ci acquistò la salvezza".
La stessa connessione nella preghiera dopo la comunione: "Signore, che con la morte del tuo Figlio ci fai sperare nei beni in cui crediamo, fa' che per la sua risurrezione possiamo giungere alla meta della nostra speranza".
Nella liturgia quasi facciamo l'analisi, dispieghiamo e riaccompagniamo la Pasqua del Signore nei suoi vari momenti: per assimilarne lo spirito e la grazia, per includerli con efficacia maggiore nella nostra anima e nella nostra esperienza, per riviverli nell'affezione e nel proposito.


Lettura della passione

E' con questo atteggiamento che riascoltiamo la lettura della passione, con i suoi dialoghi, che drammatizzano il racconto. Essa rappresenta per la Chiesa la sintesi dell'evento redentivo, la sua interpretazione, il quadro al quale continuamente ritornare per sentire e per capire la redenzione.
Con la testimonianza della risurrezione questa della passione di Gesù è la "risoluzione" del Vangelo e dei misteri. Vi converge la determinazione di Cristo di fare fino all'estremo la volontà del Padre; vi risalta la sua umanità, con l'amarezza e la paura della morte, ma con la sua scelta di aderire al progetto divino, di assumerlo nel consenso fiducioso; vi riscontriamo l'amore sino alla fine, cioè sino al testamento che ci lascia il Corpo e il Sangue di Gesù.
Ma, dall'altro lato, si danno convegno "l'impero delle tenebre", la viltà dell'uomo, con i suoi tradimenti e le sue rinnegazioni, con le sue pavidità e incertezze, con le sue menzogne, con le sue impenitenze.
Nella passione l'uomo dà tutto il suo spettacolo, e Dio vi manifesta un'intenzione di perdono che ci lascia allibiti, che sa raggiungere l'uomo perduto fino al penultimo momento.
Nella passione di Gesù troviamo Dio, e anche ci sembra di non trovarlo più, per il tratto del sepolcro, della tomba silenziosa del sabato.
Per vederlo riapparire a Pasqua, dopo essere sempre "vissuto" nella speranza incrollabile di chi diceva di sì al Padre.
I giorni che seguiranno la domenica di Passione continueranno a farci ripassare lo stesso mistero, soprattutto nel vertice del Sacro Triduo.


Le Palme e la testimonianza

Ma la stessa domenica è anche detta "nelle Palme", cioè della regalità di Gesù, riconosciuta nell'Osanna al Figlio di Davide come una regalità che porta la pace, che non esalta ma contesta il potere e la violenza.
E' una regalità proclamata per breve tempo, come in profezia, da una intuizione profonda della persona e della missione di Gesù di Nazaret, quasi in attesa che tale regalità sia compiuta sulla croce, da dove Dio ha deciso di regnare, e siano disceverati i cuori, a secondo della loro determinazione per Gesù crocifisso.
Le Palme ci portano il messaggio della testimonianza, o della necessità del "martirio", che è poi la sequela quotidiana della croce. Oggi esse rallegrano la liturgia, pur così soffusa di presaga mestizia ed entrano, con gli ulivi nelle nostre case.
Se la nostra fedeltà al Signore appassisse presto, con quei rami, vorrebbe dire che abbiamo esaurito la domenica delle Palme e le sue celebrazioni in un fragile e dubbio accompagnamento.
La monizione che precede la benedizione dei rami ci esortava: "Accompagniamo con fede e devozione il nostro Salvatore nel suo ingressoo nella città santa, e chiediamo la grazia di seguirlo fino alla croce, per essere partecipi della sua risurrezione".





  da:Inos Biffi, Nel giorno del Signore. Commento alla Liturgia domenicale e festiva. Anno C
Edizioni Piemme 1985 - Editrice Ancora 1985, pg. 89-93








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