TEMPO LITURGICO

   
  Tempo di Quaresima
Rinnegare se stessi e accostarsi dolcemente a Dio


Riferimenti biblici: Sal 72,22-26; Mt 16,24-25; Fil 3,12-16


Il totale abbandono a Dio è fonte di tranquillità, e di serenità sia nei confronti del passato che dell'avvenire. Si abbia pure di noi stessi la peggiore considerazione possibile, ma ci si abbandoni ciecamente nelle braccia di Dio. La più perfetta penitenza consiste nel dimenticarsi, nel completo oblio di noi stessi. La conversione, infatti, si realizza con la rinuncia di sé per occuparsi esclusivamente di Dio.

Questo dimenticarsi è il martirio dell'amor proprio. Preferiremmo contraddirci, condannarci, tormentare la nostra anima e il nostro corpo, piuttosto che disinteressarci del nostro "io". Dimenticarsi signifca annientare il proprio egoismo, non lasciandogli risorsa e scampo alcuni. Allora il nostro cuore si allarga; ci sentiamo sollevati dal peso di noi stessi, peso che ci opprimeva; e con stupore ci rendiamo conto di quanto retta e semplice fosse la via da seguire.

Credevamo che fossero necessari sforzo e tensione ininterrotti, unitamente a un continuo rinnovarsi di azioni e di fatti.
Ci rendiamo conto, invece, che poche sono le cose da fare; è infatti sufficiente, senza neppure troppo ragionare sul passato o sul futuro, guardare a Dio con fiducia, come a un padre che ci conduce nella realtà presente, come per mano. Se per una momentanea distrazione lo dovessimo perdere di vista, non indugiamo in essa, ma rivolgiamoci a Dio, e comprenderemo quale sia la sua volontà. Se compiamo errori, cerchiamo di fare una penitenza che sia un dolore tutto d'amore.


  Rivolgiamoci a colui dal quale ci eravamo allontanati. Se il peccato sembra orribile, l'umiliazione che ne deriva, e per la quale Dio l'ha permesso, appare buona.
Le riflessioni dell'orgoglio sui nostri errori personali, sono tanto amare, inquiete e penose, quanto raccolto, pacato e sostenuto dalla fiducia è il ritorno a Dio dell'anima dopo le sue mancanze.

Sentirete, per esperienza, come questo ritorno semplice e sereno, faciliterà la vostra correzione più di tutti i risentimenti nei riguardi dei vostri difetti.
Siate unicamente costanti nel rivolgervi a Dio con semplicità, dal momento stesso in cui vi rendete conto della vostra mancanza ...

Chi vi tenderà la mano per uscire dal fango?
Ne uscirete forse da soli?
Eppure siete voi che vi ci siete messi e non potete uscirne! Anzi, il pantano siete voi in persona! La vera sostanza del vostro male è di non essere capaci di uscirne da soli. Sperate forse di liberarvi da questa condizione con le vostre sole forze, alimentandovi esclusivamente di voi e nutrendo la vostra sensibilità con la vista delle vostre debolezze?
Con tutti questi espedienti, non fate altro che alimentare la commiserazione che provate per voi.

 

Ma lo sguardo di Dio, anche il più piccolo, calmerà assai di più il vostro cuore torturato da queste eccessive attenzioni per il vostro "io". Egli, con la sua presenza, fa sì che vi possiate liberare di voi, e questo è ciò che vi occorre. Uscite dunque da voi stessi, e sarete in pace. Ma in che modo? Non dovete fare altro che rivolgervi a Dio ed accostarvi dolcemente a lui e, con costanza, formare a poco a poco l'abitudine a ricorrere a lui tutte le volte che vi rendete conto di esservi da lui stesso allontanati.


François de La Mothe Fénelon, vescovo di Cambrai e scrittore (+ 1715): Instructions et avis sur divers points de la morale et de la perfection chrétienne, XVI - "Oeuvres de Fénelon", vol. XVIII - Lebel, Parigi 1823 - pagg. 264-267.
 


da: Meditazioni per l'anno liturgico - dagli Autori di tutti i tempi

Edizioni Messaggero, Padova 1975, pag 203-204


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