TEMPO LITURGICO

   
 

Tempo di Quaresima
Il perdono del Padre


Riferimenti biblici: Ger 3,12-19; Lc 15,11-24


Il figliol prodigo giace a terra: quando prende coscienza della sua miseria, quando avverte di trovarsi in una perdizione senza rimedio, vedendosi immerso nel fango della lussuria, esclama: "Voglio andarmene e ritornare da mio padre" (Lc 15,18).

Di dove gli viene questa speranza, questa sicurezza, questa fiducia? Dal semplice fatto che si tratta di suo padre. "Ho perduto - dice a se stesso - la mia qualità di figlio. Egli però resta pur sempre padre. Non sarà un estraneo a intercedere per me presso mio padre: il suo stesso affetto interverrà a commuoverlo per me nel più profondo del suo cuore. Così egli sarà quasi costretto a generarmi di nuovo con il perdono. Colpevole, ritornerò dunque da mio padre".


Ed ecco che il padre, appena vede il figlio, si dimentica della colpa: preferisce essere padre, e perciò non si mostra come giudice, e trasforma immediatamente la sentenza in perdono. Desidera infatti il ritorno del figlio, non la sua morte ...


  "Gli si gettò al collo e lo baciò" (Lc 15,20). Ecco come il padre giudica e corregge: al figlio che ha peccato, anziché castigarlo, dà un bacio. L'amore non riesce a vedere la colpa: per questo il padre redime con un bacio il peccato del figlio, lo chiude nel suo abbraccio. Egli non mette a nudo gli errori del figlio, non lo espone al disonore; si china sulle sue ferite, curandole in modo che non lascino nessuna cicatrice, nessuna traccia.

Se la condotta di questo giovane ci dispiace, se la sua fuga ci pare un oltraggio, non allontaniamoci a nostra volta da un Padre così misericordioso. La sola vista di questo Padre basta per mettere in fuga il peccato, per allontanare la colpa e respingere il male e la tentazione. Ma nel caso che noi fossimo fuggiti da lui dissipando tutti i suoi beni con una vita viziosa; nel caso che avessimo qualche colpa e fossimo caduti nell'abisso senza fondo dell'empietà; ebbene, risolleviamoci una buona volta e ritorniamo a un Padre buono, incoraggiati dall'esempio del figlio prodigo.

"Suo padre lo vide, si intenerì profondamente e, correndo, gli si gettò al collo e lo baciò" (Lc 15,21). Mi domando: davanti a tanto amore, c'è forse spazio per la disperazione? Che motivo ci sarebbe di mascherarsi o di temere? A meno che ci faccia paura l'incontro con il Padre, il bacio ch'egli ci offre, l'abbraccio con cui ci stringe a sé; a meno che si pensi che il Padre voglia attirare il figlio a sé per vendicarsi, anziché accoglielo nel perdono ... Ma questa paura che distrugge la vita e la salvezza è dissipata definitivamente da quello che segue: "Il padre disse ai suoi servi: Presto, tirate fuori il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli al dito l'anello e ai piedi i calzari. Andate a prendere il vitello grasso e ammazzatelo. Mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato alla vita, era perduto ed è stato ritrovato" (Lc 15,22-24).

 
Se questa è la realtà, come possiamo ritardare ancora il nostro ritorno al Padre?



S. Pier Crisologo, arcivescovo di Ravenna, oratore (+ 450): Sermoni 2 e 3 -
PL 52, 188-189 e 192.
 


da: Meditazioni per l'anno liturgico - dagli Autori di tutti i tempi
Edizioni Messaggero, Padova 1975, pag 215-216


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