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Il senso cristiano del peccato


Riferimenti biblici: Sal 59,3-21; Lc 15,11-32; 1Tim 1,12-16


Il senso cristiano del peccato è molto diverso dal disagio istintivo che si prova dopo la violazione di un divieto, dal sentimento di sconfitta che, per esempio, segue spesso ad una caduta in materia di castità: le discipline psicologiche moderne hanno esaminato tutto ciò e l'hanno lungamente analizzato.
Tanto meno va confuso con una qualche inquietudine o con un certo sgomento provenienti dalle zone dell'inconscio; e neppure può essere identificato con l'ammissione pura e semplice di aver infranto una legge.

Il vero senso del peccato è la coscienza di una colpa grave, che è essenzialmente mancanza verso qualcuno, cioé verso il Dio di amore. Il senso del peccato è la coscienza del disordine che l'infedeltà all'amore divino comporta, e questa coscienza è illuminata dalla fede nell'amore del Padre: si ha il senso del peccato solo nella misura in cui si ha il senso di Dio; non ci si può dire peccatori in senso cristiano se non si crede alla grazia; non si sa veramente che cosa è peccato, se non pesando ad esso in relazione al perdono.


  Il sentimento d'essere peccatore è il sentimento della propria colpevolezza priva di ogni angoscia interiore, priva di rancore nei riguardi di se stessi o degli altri, assolutamente al di fuori della disperazione o dell'aggressività. Consiste nella commozione di fronte all'amore misericordioso di Colui che abbiamo disprezzato, e non nella tristezza proveniente dalla considerazione della nostra miseria. E come devono essere trasformati dalla fede nell'amore i sentimenti naturali del proprio valore e della soddisfazione di sé, così devono esserlo anche la depressione della sconfitta e l'insoddisfazione di sé che ne deriva, se si vuole che contribuiscano a suscitare in noi il vero senso del peccato.

La coscienza di aver peccato è resa più acuta dal fatto di mettersi alla presenza di Dio, ma ciò nello stesso tempo attenua il disagio: il senso del peccato perde la sua dannosità quando il peccatore non si sente più solo, ma sente Dio vicino a sé: può diventare più acuto, ma invece di paralizzare lo spirito, questo ne viene stimolato. Mentre l'essere immersi nei rimorsi può essere una cosa sterile, il trovarsi alla presenza di Dio con il pentimento è profondamente fecondo.
Nella prima situazione c'è l'isolamento, nella seconda c'è la comunione, perché il pentimento è un atteggiamento di amore. Ciò che annienta l'uomo e aumenta la clientela degli psichiatri è il rimanere soli con se stessi; invece il pentimento apporta un nuovo slancio per il recupero di sé.

 

Così i santi, che sono tutto l'opposto di una persona depressa, noi li sentiamo dire e ripetere di essere peccatori. Essi si riconoscono miseri peccatori, ma si sentono immersi nella fiducia, nella pace e perfino nella gioia. Quando essi si accusano, non è di se stessi che si preoccupano, ma solamente di Dio; non parlano di se stessi, ma cantano la misericordia del Signore.

Si può affermare che il senso del peccato, più che essere un modo di conoscere se stessi, è un mezzo per conoscere meglio il Signore. Sant'Agostino non afferma forse che per coloro che amano Dio, tutto diventa utile, perfino la colpa? E santa Teresa di Gesù Bambino, nelle ultime impressionanti espressioni scritte a matita nel suo quadernetto, sul suo letto di morte, alla fine della sua Storia di un'anima, osa affermare che se anche avesse commesso tutti i peccati possibili invece di aver dedicato tutta la vita a Dio, si sarebbe presentata a lui con la stessa fiducia e con lo stesso amore.


Robert Guelluy, sacerdote e teologo belga: Vie de foi et tâches terrestres -
Casterman, 1960 - pagg. 70-71.
 


da: Meditazioni per l'anno liturgico - dagli Autori di tutti i tempi

Edizioni Messaggero, Padova 1975, pag 189-190


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