TEMPO LITURGICO

   
 

La Settimana Santa
L'umanità di Gesù: adorazione e fraternità - Venerdì Santo "In Passione Domini"


Is 52,13-53,12; Sal 30; Eb 4,14-16; 5,7-9; Gv 18,1-19,42


Ora noi circondiamo il Crocifisso di onore e di venerazione, ma quando Gesù di Nazaret finì la sua vita in croce, solo la pura fede poteva accettare che quella non fosse vera insipienza e vera impotenza; che sul legno ci compisse il disegno divino.


La croce: bellezza e potenza divina


La croce non poteva attrarre lo sguardo del pagano, del greco in particolare, appassionato di ordine, di bellezza, che era stato capace di produrre insuperabili forme di arte; né poteva suscitare considerazione nell'ebreo, per il quale era d'obbligo la coerenza di Dio in un segno tangibile, poiché la sua storia era stata tracciata e connotata da "miracoli" e in ogni caso con questi interventi veniva interpretata la storia della salvezza.
La croce appariva invece l'indice inequivocabile della maledizione di Dio, del suo abbandono; la conferma dell'illuso, pur se generoso, sogno di Gesù di Nazaret, il quale finiva come finisce il peggiore degli uomini, non l'uomo "normale".



  La visione della fede

il Venerdì Santo ci colloca nella condizione della pura fede: di là dall'insipienza, questa è chiamata a vedere una bellezza e una gloria d'altro genere, che Giovanni già intravedeva, quando gli eventi della passione apparivano non nella casualità del disordine, ma nell'armonia della corrispondenza che solo la Sapienza di Colui che presiedeva ai due Testamenti poteva attuare.

Per Giovanni oltre la natura e le sue reazioni c'era la grazia con le sue attrazioni verso chi stava innalzato - ed esaltato - proprio nella condizione del Crocifisso, che attirava a sé. Il "lume della fede" era in grado di presagire che si stava aprendo un "cosmo" nuovo, inedito assolutamente.
E lo stesso "lume" era in attesa della forza regale di quella debolezza, della sua virtù di trasformare il mondo e i cuori.
Le potenze umane sulla croce erano ridotte all'impotenza, perché risultasse che la redenzione non è opera dell'uomo.
L'uomo vi è inabile, e la carne di Gesù inchiodata e resa passiva lo proclamava. Ma da essa passava l'abilità di Dio, perché ogni uomo si rendesse conto che solo l'amore divino lo aveva salvato, non il merito, non il tentativo umano: solo l'obbedienza di Gesù, che si "svuotava" nell'estrema umiliazione, perché vi trasparisse la possibilità di Dio.
Se unicamente credendo - ossia ricevendo il dono della fede - il Crocifisso è accettabile, non sorpende che soltanto con la fede possiamo noi stessi accettare la vita, che si svolge nel segno della croce.
 

 



La Chiesa sotto la croce

Adesso la Chiesa è sotto il segno della croce, del silenzio di Dio, della morte che ci si impone come fine di ogni cosa; sotto il segno di tutte quelle circostanze che sono come presagi e tracce di morte: l'incomprensione, il rifiuto, il contrasto, la malattia, il disordine, l'irrazionalità e poi anche la nostra morte.
Gesù ha lasciato i suoi discepoli sulla terra partecipi della passione e perché la vivessero in lui, ha consegnato il Giovedì Santo il suo Corpo dato e il suo Sangue effuso. Celebriamo l'eucaristia per alimentare la fede e avere la forza di portare la croce. Questa è già pegno di risurrezione, ma non è ancora risurrezione; non ci sottrae all'agonia, non ci preserva dall'esperienza di tutto quanto il Figlio prediletto del Padre ha sperimentato nella sua umana natura.
Oggi dobbiamo pregare perché di fronte alla croce di Cristo - che è diventata la nostra, com'è quella di ogni uomo - non abbiamo a rigettarla avvertendola senza splendore, senza estetica, senza senso, nella situazione di inattività e di incapacità che ci lascia allibiti e senza parole.


L'adorazione che salva

Ma ogi ci interroghiamo perché la morte del Signore ci ha salvato: ci ha salvato perché essa ha rappresentato la sua dedizione assoluta al Padre, l'antitesi della diffidenza e del risentimento di Adamo - e di ognuno che pecca - nei confronti di Dio.
Adamo non ha accettato con rendimento di grazie di essere creatura, di essere figlio, e follemente volle essere "come Dio"; Gesù gioisce della sua figliolanza e come segno della definitiva confidenza nel Padre, del suo "sì", accetta anche la morte.
Sulla croce Gesù mette la sua vita radicalmente nelle mani di Dio, la riporta all'origine, non per costrizione, ma per amore.
La croce è adorazione perché è sacrificio a Dio. Su di essa nasce l'umanità nuova, quella consenziente e obbediente.
Tale adorazione è merito per noi, chiamati a esservi partecipi e solidali. Da essa sorge l'Adamo nuovo.
La Pasqua è il nuovo Paradiso.



Inizio della fraternità

Allo stesso modo la croce inizia una umanità fraterna. Caino non riconosce in Abele il fratello, ma colui che minaccia. Logicamente: dal momento che la paternità divina era stata contestata. Fratelli ci ritroviamo per lo stesso Padre.
Gesù sulla croce "crea" in sé un'umanità filiale, che diviene per ciò stesso un'umanità da spartire, non da trattenere: un'umanità che è Corpo dato da mangiare e Sangue versato da bere, come interiore suggello dell'amicizia.
Il Crocifisso ci offre un'umanità eucaristica, per gli altri, prelusa dal gesto della lavanda dei piedi, da parte di Colui che non è venuto per farsi servire nell'equivoca regalità, ma per servire e dare la vita per la moltitudine.


Croce e riconciliazione


Oggi è il giorno della riconciliazione dell'uomo col Padre e coi fratelli, perché la carità di Gesù ci ha riconciliato riconducendoci nella figliolanza.
E' un giorno intramontabile, perché il sacrificio di Gesù è ormai "causa di salvezza eterna".



  da:Inos Biffi, Nel giorno del Signore. Commento alla Liturgia domenicale e festiva. Anno C
Edizioni Piemme 1985 - Editrice Ancora 1985, pg. 96-98


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