TEMPO LITURGICO

   
  Tempo di Quaresima
Il ministero della riconciliazione - IV domenica


Gs 5,9.10-12; Sal 33; 2Cor 5,17-21; Lc 15,1-3.11-32


"O Dio, per mezzo del Figlio operi mirabilmente la nostra redenzione": lo diciamo all'inizio della liturgia, per esprimere la nostra certezza che la salvezza, apportata da Cristo nell'evento della sua morte e della sua risurrezione, è in atto adesso, per noi.
Il cristiano vive senz'altro di memoria: nel Credo egli fa passare i fatti di una storia - la storia sacra -, che ha avuto come suo Soggetto il Figlio di Dio, vissuto nel tempo e nello spazio. E tuttavia l'azione del Signore, la sua forza di liberazione, prosegue ed è presente.
E' il senso dei sacramenti, dell'anno liturgico, dell'annunzio stesso della Parola di Dio, della vita del cristiano, che offre il luogo di attualità a Gesù Cristo. E', in particolare, il senso del mistero della Chiesa, che riceve ora e offre da Cristo la riconciliazione.


Creatura nuova, riconciliata


Ci soffermiamo anzitutto sulla presenza della riconciliazione, tramite il servizio della Chiesa. Chi aderisce a Gesù Cristo - dichiara san Paolo - "è una creatura nuova": la conversione è un passaggio dalla morte alla vita, dallo stato di vecchiezza allo stato di novità.
Noi siamo in grado di avvertire sensibilmente che cosa è vecchio e che cosa è nuovo, ma la trasmutazione di cui parla l'Apostolo è oltre la nostra esperienza. Non siamo in grado di sentire come la radice della vecchiaia vera, della decrepita fatiscenza, è il peccato: mentre la giovinezza è dono e realtà di grazia.
Possediamo già dimensioni interiori che accettiamo per fede e che costituiscono la nostra più profonda identità; forse in qualche momento e per qualche aspetto riusciamo a captare queste realtà che stanno oltre la nostra apparenza.
Siamo creature nuove, ma non per nostro merito o per nostra capacità, ma soltanto perché Dio ci ha riconciliati con lui, in Gesù Cristo; ci ha inseriti nella sua vita, con il perdono della colpa. Così il mondo ha potuto superare il distacco e l'alienazione.


Il merito di Gesù Cristo

L'uomo è riconosciuto giusto per l'amore che Dio ha avuto, per la cancellazione del suo peccato. Di tutto questo il merito è di Gesù Cristo. In lui, nella sua passione e nella sua morte, il peccato è stato distrutto.
Le parole di Paolo sono sconcertanti: Dio trattò Gesù - "Colui che non aveva conosciuto peccato" - "da peccato in nostro favore". Questo avvenne quando nel suo corpo crocifisso la colpa è stata distrutta; levata dal cospetto di Dio e dalla radice dell'umanità; consumata con l'espiazione del Signore, che ha portato in sé la contestazione e l'assoluta condanna del male da parte di Dio.
L'innocenza ha pagato per noi, e ha insegnato, col prezzo della nostra redenzione, quanto essa sia grave e intollerabile al giudizio di Dio. Per questo ancora diciamo che solo dalla parte di Gesù Cristo, dal versante del Crocifisso, si può intendere il mistero della colpa.
Le ragioni ultime di questa scelta della croce, della santità che carica su di sé il peccato e lo toglie, ci sfuggono; solo si possono affacciare timidamente alcune plausibilità. Ma quello che importa è ritrovarci in Cristo: a motivo del peccato che lo ha condannato e della giustizia che da lui è scaturita. Siamo diventati "per mezzo di lui giustizia di Dio", ossia che proviene da Dio, che è valida ai suoi occhi e che in noi è il dono di grazia che passa attraverso Gesù. Ci ritroviamo nella croce e sulla sua strada siamo riportati al Padre.


  Il mistero del perdono

Il segno attuale di questa riportazione è la Chiesa, con il suo ministero del perdono. L'apostolo Paolo si riferisce al perdono della prima conversione e anche della sua ripresa.
All'origine sta Dio, come autore unico della misericordia: è lui che ricrea l'uomo nella morte del suo Figlio. Ma quella misericordia è predicata e consegnata attraverso il servizio ecclesiale, a cominciare dall'apostolo stesso.
Egli non è il principio, ma lo strumento; il rappresentante, l'ambasciatore che annunzia ed esorta a lasciarci riconciliare con Dio, a non resistere alla sua elargizione e alla sua carità.
Tale riconciliazione è in atto ed è reperibile nella Chiesa, che a questo fine si mette a sua disposizione.
Osserviamo prima di tutto come Paolo è sensibile alla posizione strumentale che egli occupa, e che non altera e non intralcia l'azione e la presenza di Dio e di Gesù Cristo.
E' sempre urgente mantenere vivo questo senso della dipenndenza di ogni forma di ministero da colui che agisce efficacemente: riconciliare con Dio e quindi generare la creatura nuova non è facoltà di nessun uomo, sia pure apostolo. Lo si deve ricordare sempre e da ogni parte: il ministero non è rivendicazione di un diritto, o esercizio di un potere secondo lo schema e la sensibilità del mondo.
 

 



L'annunzio della misericordia

Poi san Paolo ci fa riflettere sull'importanza della "parola della riconciliazione" affidata al ministero della Chiesa. Essa predica agli uomini la volontà salvifica di Dio e l'opera redentiva di Gesù Cristo. Il suo è un ministero di misericordia. Il mondo dev'essere sorpreso proprio da questa "grazia", che ci rifà amici di Dio, che ci avvolge della sua tenerezza.
Questo annuncio deve scendere in fondo al cuore, donde salgono le ansie, i timori, le angoscie, le depressioni; dove è attesa la parola della pace, che infonde fiducia in un amore che precede e che è più grande, sempre più grande di ogni nostro pur enorme peccato.
Non va nascosta la giustizia di Dio, i cui termini d'altronde ci sfuggono, ma in un certo senso la proclamazione della misericordia eccedente la deve precedere: la condanna viene dopo il vangelo. E' al calore della tenerezza di colui che è definito "dives in misericordia" che possiamo incominciare a capire la malizia intrinseca del peccato. Forse il rischio maggiore è quello della solitudine che si chiude in se stessa; quello della disperazione che assapora la sconfitta e non crede di poterne uscire, che non il rischio di approfittare della bontà del Signore. Forse oggi gli uomini attendono più percepibile e intenso questo messaggio.


Una risposta urgente

Ma correlativamente la riconciliazione appare la cosa che soprattutto importa ed urge. "Vi supplichiamo in nome di Cristo, lasciatevi riconciliare con Dio". Per san Paolo bisogna rispondere subito, non prorogare.
Non è questione trascurabile. Vuol dire che deve premere al ministero gridare con insistenza quanto impellente sia ricevere la grazia della misericordia, e che deve insieme premere a noi rispondere con una accoglienza non differita.



Adesso per noi

Quella misericordia è "qui": non nella memoria di una possibilità avvenuta cronologicamente una volta per tutte.
Ora nella Chiesa troviamo la riconciliazione. Essa è stata consegnata da Cristo, risorto da morte, la sera di Pasqua. Vive ed è usufruibile in lei lo Spirito della remissione dei peccati, che agisce nel battesimo, in particolare, e nel sacramento della penitenza.
Il sacramento è segno efficace, prima che del frutto, dell'autore stesso della grazia, quindi di Gesù Cristo e del suo Spirito.
Quanto al secondo sacramento accennato: senza dubbio comporta l'accusa dei peccati; questa va fatta con sincerità ma nella confidenza del giudizio di misericordia: si devono riconoscere i peccati, si deve aprire la storia monotona e penosa della propria vita, ma confessando la fiducia in colui che dalla croce effonde il perdono.
Sarebbe non solo defatigante, sterile e persino motivo di esasperazione una analicità e una curiosità intese per se stesse e non svolte alla luce di chi aspetta per perdonare.
La confessionbe - si osserva - è in crisi perché manca il senso del peccato: esso lo si impara ai piedi di Gesù crocifisso; ma il pastore d'anime è in ogni modo attento a non opprimere la coscienza, invadendola. Egli non "possiede" l'assoluzione, ma gli è solo affidata da Dio. Gli è affidata dalla paternità divina, ritratta dalla più bella parabola del Vangelo, quella del figliuol prodigo.


La parabola più bella


Cristo la racconta di fronte alla mormorazione farisaica, che si stupisce della "comunione" tra lui e i pubblicani peccatori: "Riceve i peccatori e mangia con loro", infrangendo una legge preoccupata della purità esteriore, che illude la lettura della propria anima e soprattutto misconosce l'esigenza di un perdono che tocca l'intimo del cuore ed è non un traguardo di sforzo umano, impossibile, ma donazione di una carità divina.
Sappiamo l'itinerario e le tappe della vicissitudine: il distacco dal padre e dalla casa, la dissipazione dei beni, l'esperienza del bisogno e dell'abbandono, il rientro nella coscienza, il ritorno umile e confuso, l'accoglienza commovente del padre in attesa, che "commosso gli corse incontro", l'abbraccio, il convito e la festa - nonostante il risentimento del fratello maggiore - per colui che era morto ed era tornato alla vita, era perduto ed era stato reperito.


La nostra storia


Ciascuno senza fatica si trova raccontato nella parabola, e gioisce per il vangelo che essa contiene.
Essa da parabola diviene realtà abituale nella vita della Chiesa, dove la paternità di Dio è sempre ad aspettare per rallegrarsi; dove chi ha peccato con il perdono viene rivestito di grazia, riceve il segno della fedeltà rinnovata, è ammesso al convito dell'eucaristia, tra lo stupore talvolta imbronciato di chi si ritiene più giusto e quasi defraudato nei propri diritti a essere riconosciuto con i suoi meriti.
E' una grazia immensa per l'intelligenza concreta di Dio e del contenuto del suo vangelo questa di ricevere il perdono: allora la vita diventa una "confessione" nel senso agostiniano del termine e secondo il canto del salmo: "Benedirò il Signore in ogni tempo, sulla mia bocca sempre la sua lode".
In tempo di Quaresima l'invito di ritornare al Padre è intenso e ardente: la Chiesa lo ripete, mentre più chiaro deve apparire il suo servizio per i peccatori, la sua epifania della pietà.


Il dottore della misericordia

Tra i Padri della Chiesa gli accenti più toccanti nell'invito alla misericordia e alla confidenza nell'amore che assolve lo ascoltiamo nella predicazione di sant'Ambrogio.
"Non aver timore - egli dice - che Dio non ti accolga: in realtà, Dio non gode che i viventi vadano perduti. Già ti corre incontro al vederti tornare e ti si getta al collo - infatti il Signore rialza i prostrati -: ti darà un bacio di pietà e di amore, ti farà portare la veste bella, l'anello, i calzari.
Tu ancora tremi per averlo offeso, ma egli ti restituisce il tuo splendore; tu hai paura del castigo, ma egli ti porge un bacio; tu ti aspettavi una invettiva, ma egli ti invita a pranzo".
"Riconosci il tuo torto - prosegue l'antico vescovo di Milano -, affinché interceda per te Cristo, che noi abbiamo come avvocato presso il Padre; affinché supplichi per te la Chiesa, versi le sue lacrime il popolo.
non aver paura di non poter consegeuire quanto chiedi. Come tuo avvocato ti assicura il perdono, come tuo patrono ti promette la grazia e come difensore ti garantisce la riconciliazione con la pietà paterna".


La nostra Pasqua

Noi faremo Pasqua se in questi giorni di Quaresima saremo intenti a ritornare e a confessare le "meraviglie di Dio".
Il libro di Giosuè, nella prima lettura, rievoca la pasqua ebraica della liberazione e assoluzione, ormai al termine del cammino dell'esodo, alla soglia della terra promessa.
La pasqua cristiana ci offre già i frutti di un'altra Terra Promessa, quella vera, pocihé il Corpo e il Sangue del Signore, che è risorto da morte, sono già beni escatologici, definitivi. Essa è il convito della riconciliazione, della rinascita alla amicizia divina. Verso la Pasqua - che è poi presente in ogni eucaristia - chiediamo nella prima orazione di affrettarci "con fede viva e generoso impegno". Non sono a portarvici i passi del corpo o lo scorrere del tempo: ci avviciniamo con lo spirito, che si rinnova e sul quale risplende - sono le parole della preghiera dopo la comunione - la luce del volto di Dio, del Padre che abbiamo ritrovato.




  da:Inos Biffi, Nel giorno del Signore. Commento alla Liturgia domenicale e festiva. Anno C
Edizioni Piemme 1985 - Editrice Ancora 1985, pg. 76-81


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