TEMPO LITURGICO

   
  Tempo di Quaresima
Dall'oppressione del rimorso al sollievo della misericordia - III domenica


Es 3,1-8.13-15; Sal 102; 1Cor 10,1-6.10-12; Lc 13,1-9

I temi di una preghiera

Al principio della vita spirituale sta la consapevolezza della colpa. Ma da sé sola questa porta alla disperazione o all'indifferenza. E infatti all'uomo peccatore è offerto il dono della misericordia. Esso è gratuità e segno di amore da parte di Dio, la cui potenza di manifesta sommamente nel perdono. Quanto all'uomo: non deve rimanere nell'inerzia. Dopo la coscienza del peccato e il rimorso che ne proviene, prega, digiuna, e ama, specialemnte a sua volta perdonando.
La terza domenica di Quaresima ritraccia alla comunità cristiana questa prospettiva e questo programma. Subito nella prima orazione.
"O Dio misericordioso, fonte di ogni bontà, tu ci hai proposto a rimedio del peccato il digiuno, la preghiera e le opere di carità fraterna; guarda benigno a noi, che riconosciamo la nostra miseria, e, poiché ci opprime il rimorso delle colpe, la tua misericordia ci sollevi".


Coscienza cristiana del peccato


Diciamo di riconoscere la nostra miseria. Non è facile. Anzi, senza la grazia non ci è neppure possibile. Forse lo si dimentica un poco: la dimensione del peccato appare, in tutta la sua oggettiva enormità in relazione con Gesù Cristo crocifisso che muore per i peccati.
Una riflessione "naturale" non è sufficiente: essa fa fatica a configurare il peccato più che un errore fatale e inevitabile. Ne può anche avvertire le risonanze sociali, sul prossimo. Può giungere a sentirlo come un blocco alla propria maturazione e alla propria immagine di uomo, una irragionevolezza o un traguardo oscuro, deprecabile.
Sono tutti aspetti validi: da promuovere, in quanto presagi, segni e contributi all'interiorità: ma non sono ancora il giudizio del peccato quale unicamente l'uomo, chiamato ad essere figlio di Dio, per il sangue di Gesù Cristo, ha la possibilità e la necessità di rappresentarsi. Non c'è un puro peccato naturale, dal momento che siamo costituiti in un ordine di grazia. Esso offende Dio che è Padre, il Figlio suo, risorto da morte per noi, lo Spirito Santo effuso a generarci figli di Dio.
La rivelazione, la fede, ci dicono che cos'è il peccato; e di conseguenza danno contenuto e senso al rimorso. Senza l'epifania del volto divino, senza la constatazione e la memoria della passione di Gesù, la coscienza potrebbe anche rodersi per il proprio fallimento, senza che s'accorga d'aver rifiutato deliberatamente la carità di Dio, e l'offerta dell'amore redentivo del Signore, nel cui dolore il peccato è come iscritto.
Riusciamo a intuire che cosa esso è, se ci si ritrae dinanzi l'Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo. E diciamo "intuire", perché, per capire esattamente la dimensione della colpa bisognerebbe essere, per così dire, dalla parte del Padre, e di Gesù Cristo, che lo espia in se stesso.


Due conseguenze

Ne vengono due conseguenze: per la catechesi, che anzitutto deve preoccuparsi di proclamare il disegno di carità che ci sta all'origine, e singolarmente la passione in croce di Gesù Cristo.
La "morale" e l'infedeltà ad essa viene poi, e trova la sua misura e la sua definizione in rapporto alla crocifissione.
La conseguenza per la vita "interiore" è che occorre ritornare spesso al Calvario, per sapere in teoria e in prassi, che cosa sia il "mistero" della colpa.
Sant'Ignazio negli Esercizi Spirituali tratta del "colloquio" da istituirsi "immaginando Cristo, Signore nostro, presente e posto sulla croce, e a cui domandare come mai, pur essendo il Creatore, sia giunto a farsi uomo, e dalla vita eterna sia pervenuto alla morte temporale, morendo in tal modo per i miei peccati".
"Parimenti - prosegue sant'Ignazio - guardando in me stesso, devo interrogarmi per vedere che cosa io abbia fatto per Cristo, che cosa stia facendo per Cristo, che cosa debba fare per Cristo" (n. 53). Siamo ben oltre una filosofia certo valida e preziosa, ma astratta, del peccato.


  Urgenza universale della conversione

Essa è la condizione di ogni uomo, nessuno escluso: la conversione è un'urgenza che ci investe senza distinzione. Diversamente la condanna è imminente. Gesù stesso ci toglie l'illusione di esserne dispensati: "Se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo": al modo di quanti Pilato aveva fatto uccidere o di quanti erano morti per l'abbattersi della torre di Siloe su di loro; anzi con una rovina che non è semplicemente la perdita della vita terrena.
La pazienza divina non ha confini e neppure limiti di tempo, in un certo senso: poiché Dio è sempre misericordioso e non a intermittenza. Solo che non è illimitato il tratto della nostra vita.
La salvezza è dono, ma non costrizione: dono che è dispensato a chi lo accoglie, nella convinziome del proprio bisogno e nel rendimento di grazie.
La tragica dignità dell'uomo sta nella sua libertà: essa è dignità, di fronte all'inerzia delle cose, che possono essere manovrate dall'esterno e sono prive di interiorità; essa è dignità "tragica", dal momento che l'uomo può "spazientare" Dio, o meglio chiudersi nel proprio io, rifiutando la carità e la liberazione. In tal modo è l'uomo stesso che porta in sè il giudizio di Dio e la condanna. La nostra vita può essere sterile, "sfruttare il terreno", senza portare frutto.
Il tempo quaresinale ci riporta a una meditazione severa sul senso e sulla fecondità della nostra vita; sui giorni che scorrono veloci, irreversibili, incerti, e che potrebbero essere privi di qualsiasi valore, pur essendo circondati dalla grazia e avvolti dalla volontà di perdono.
Una vita riesce nella proporzione della coscienza del peccato e della misericordia che viene assicurata non per una ricompensa all'uomo ma per bontà divina.
 

 



La "memoria" di Dio

Le due prime letture bibliche lo ripetono alla comunità cristiana. Verso un popolo schiavo - Israele - Dio si rivela nella sua fedeltà: la miseria, il grido, la sofferenza toccano il cuore di Dio.
Il Dio dei filosofi appare indifferente; il Dio dell'economia della salvezza appare tenero, compassionevole, "umano": "Ho osservato la miseria del mio popolo; sono sceso a liberarlo". Ma ogni uomo appartiene a Dio, ed è termine del suo proposito di liberazione.
Tutti siamo destinati all'esperienza della Pasqua, che avviene per opera non di idoli, che sono a loro volta illusione e schiavitù, ma a opera di colui che è "Io-Sono": di colui che suscita e conduce la storia, che rimane nel suo insondabile mistero, che è la fonte dell'Essere, che permane, senza tramontare e senza esaurirsi, che non fa i conti con le creature, che ha la possibilità di mantenere le promesse fatte; che è Fedeltà. Noi siamo di questo unico Dio, siamo nella vicenda di redenzione che egli ha stabilito per gli uomini.
La condizione ebraica è la cifra e il simbolo della nostra condizione di oppressi più che per una forza o violenza esteriore, per una servitù che la colpa ci impone. In Gesù Cristo - morto e risuscitato -, nella sua Pasqua, noi siamo riscattati per la medesima e unitaria storia che non solo continua da quella ebraica, ma l'ha portata alla fine.
La grazia pasquale ci scioglie: essa è il sì di Dio che giunge sino a noi e si rinnova. Così, in questa fedeltà, Dio ci si manifesta: in una rivelazione che è potenza e accostamento. Mosè si toglie i sandali e si vela il viso dinanzi al roveto fiammante.
Il timore di Mosè non è superato, in quanto Dio è Dio e l'uomo è sempre e solo sua creatura. Rimane all'uomo una "paura" di Dio; ma paradossalmente, Dio in Gesù di Nazaret si è fatto vicino, ed ha assunto un volto che noi possiamo guardare e raggiunta una prossimità per la quale siamo congiunti con lui. Nel Crocifisso e nel Risorto l'esperienza della redenzione e della comunione di Dio ha ricevuto forma e contenuto incredibilli: quelli della paternità e della figliolanza.


La serietà della grazia


Per parte sua san Paolo richiama i fedeli di Corinto alla estrema serietà dell'offerta di grazia, che domanda rispondenza. Egli interpreta i segni apparsi nel deserto in senso già cristiano.
Sopra abbiamo parlato di storia e di piano unitario, condotto dalla medesima provvidenza.
Cristo infatti già accompagnava gli Israeliti nel deserto: già era la "roccia spirituale" da cui bevevano; già era lo stesso "cibo spirituale"; già in lui erano come battezzati e da lui guidati. Ma non si salvarono a motivo della mancanza di fede, della diffidenza palesata nella mormorazione.
Era più forte il rimpianto della condizione di prima e la confidenza nei propri progetti e risorse.
L'Apostolo vede la vicenda dell'esodo, da un lato come grazia e dall'altro come sfiducia, in una esemplarità. Alla fine dei tempi, in cui siamo noi, Cristo appare ed è donato in pienezza: egli è il nostro battesimo, il nostro cibo, la nostra bevanda; oggi ci è dato lo Spirito Santo, ma ecco che potrebbe fatalmente anche rinnovarsi la mormorazione, il discredito nella Parola di Dio, nell'azione della croce, nella iniziazione cristiana.



Rimedi al peccato: il digiuno

Allora avviene il peccato del cristiano, per il quale è necessario il pentimento e la grazia del perdono. E' necessario il rinnovarsi della conversione. A questo tende precisamente il tempo di Quaresima. Ma l'orazione di inizio, sopra riportata, precisa alcuni rimedi al peccato. Anzitutto il digiuno.
Questa parola non deve evocare solo l'astensione dal cibo: significa una generale austerità e vigilanza, che interessa il corpo e lo spirito, e non manca di riferirsi anche a un atteggiammento di comunione con la passione del Signore nella pazienza a sopportare disagi e contrasti, senza un avvilimento eccessivamente depresso, senza lasciarsi andare sfiduciati alla disfatta interiore.
In tempo di Quaresima si devono riprendere per esempio la virtù cardinale della temperanza, che lascia disponibile la persona per una preghiera più libera, un esercizio più sollecito dei propri impegni, una alacrità più pronta, un servizio più attento.
Il fine del digiuno dev'essere sempre positivo: non può consistere in una astinenza afflittiva, priva di senso e di operatività.
Non è l'estenuazione che conti come tale, ma la crescita e la maturazione e alla fine anche la carità che il digiuno può favorire. Se almeno il superfluo fosse distribuito, quanti gesti di amore concreto sarebbero moltiplicati!


La preghiera


Rimedio del peccato è, inoltre, la preghiera. Dobbiamo pregare sempre, ma la Quaresima può essere un tempo di dedizione maggiore all'orazione. La preghiera nasce dall'ascolto della Parola di Dio; o meglio dalla constatazione dell'efficacia della Parola di Dio, che ha operato i gesti della redenzione, che ha compiuto la Pasqua del Signore e attua la nostra Pasqua.
Noi preghiamo riconoscendo, rendendo grazie, lodando il Signore, al salire della nostra consapevolezza dell'evidenza dell'amore che ci ha preceduto e continuamente ci preme.
Mentre rileggiamo le grandi pagine bibliche, dov'è la testimonianza degli interventi decisivi della nostra liberazione, la lettura si trasforma in preghiera. Ma conclusivamente questa trova motivi e accenti nella contemplazione di Gesù crocifisso e risorto da morte, da cui viene la grazia del perdono e l'offerta inesauribile della misericordia: "Benedici il Signore, anima mia, - è detto nel salmo responsoriale - non dimenticare tanti suoi benefici. Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue malattie; salva dalla fossa la tua vita, ti corona di grazia e di misericordia".
L'orazione cristiana appare, così, soprattutto una memoria, ma non di eventi del passato: la memoria di un amore che non deperisce mai ed è erogato a ogni istante e in tutte le circostanze dell'esistenza, anche quella che induce alla prova più difficile o che riserva la tentazione più dolorosa.


Le opere di carità


Infine sono rimedio al peccato le opere di carità fraterna. Le abbiamo già ricordate, come frutto del digiuno e del distacco penitenziale.
Ogni peccato, alla sua origine, ha un atteggiamento di ricerca di se stessi, di autocompiacenza e di esclusione dell'altro, a cominciare anzitutto da Dio. Sta all'antitesi della "tradizione" di Gesù, che mette la propria vita in spartizione con gli altri. La carità fraterna è direttamente l'opera della conversione, l'opposto del peccato, il ritorno a Dio.
Le forme della carità sono molteplici. E' sempre prudente esigere da noi le manifestazioni visibili e incisive di amore: in genere si ama una fraternità fatta di programmi, di elenchi dei bisogni, o dei doveri degli altri a sopperirvi. Meglio incominciare da noi, subito, con piccoli gesti, senza teoria.
Una forma di carità particolarmente difficile e che dovremmo esigere in Quaresima è il perdono delle offese. L'esperienza ci dice da un lato che è molto arduo perdonare veramente al nostro prossimo, e dall'altro che un perdono ricevuto e sentito sincero ci fa un bene immenso.
Va meditata l'orazione che è tutta sul perdono: "Per questo sacrificio di riconciliazione perdona, Signore, le nostre colpe, e donaci la forza di perdonare ai nostri fratelli".
Questa forza viene dall'eucaristia, dal sacramento della passione di Gesù che muore in croce non solo perdonando ai suoi crocifissori, ma per il perdono assoluto dei peccati degli uomini.
Ricevere l'eucaristia vuol dire acquisirne la capacità: poiché da soli non riusciamo; e vuol dire anche metterci nella volontà di perdonare, perché l'eucaristia stessa non ci condanni nella nostra contraddizione, di attingere per noi un perdono che tuttavia a nostra volta non vogliano o non ce la sentiamo di contraccambiare.


La conferma del sacramento

In tal caso la vita smentirebbe il sacramento. Non ne soddisferebbe il contenuto. Sarebbe cone un sacramento immaturo, lasciato a metà; un sacramento da cui non emerge nulla, che resta senza conferma. L'ultima orazione della messa ha un modo d'esprimersi pertinente e rigoroso: "O Dio, fa' che manifestiamo nelle nostre opere la realtà nascosta nel sacramento". Facciamo un gran parlare di liturgia viva, concreta, creativa, ma poi la riduciamo ancora alla ritualità, resa un po' più ridontante, spesso più verbosa, se non adirittura discutibile nei gesti e nelle parole semplicemente retorici; abbiamo accontentato semmai la nostra voglia di novità, dimenticando che la liturgia diviene concreta con la novità delle nostre opere, in cui si manifesta la realtà che il sacramento trasmette quasi celandola. E allora il criterio della concretezza di una liturgia è la condotta, non sono le parole.
Mettere insieme delle parole è la abilità di un oratore, di un poeta; concludere nelle azioni è l'abilità di un credente, di un santo.




  da:Inos Biffi, Nel giorno del Signore. Commento alla Liturgia domenicale e festiva. Anno C
Edizioni Piemme 1985 - Editrice Ancora 1985, pg. 71-76


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