TEMPO LITURGICO

   
 

Tempo di Quaresima
Gesù trasfigurato: profezia e speranza nel cammino di passione - II domenica

Gn 15,5-12.17-18; Sal 26; Fil 3,17-4,1; Lc 9,28-36


Un Messia paziente non può non sconcertare. Egli fa sorgere il dubbio, per non dire la certezza, di non essere colui che Dio consacra e invia; di non corrispondere alla preparazione e all'attesa; di essere un estraneo al disegno divino.
Nell'economia del vangelo la trasfigurazione - dove Gesù viene identificato dal Padre, e dove è fatta presagire e pregustare la sua gloria di risorto - è un momento fondamentale, uno dei grandi misteri della sua vita.


"Esodo" di Gesù


Alla trasfigurazione Gesù, che aveva preannunziato la sua passione sconvolgendo le aspettative, appare come il "termine" del piano di Dio, il suo senso esclusivo.
Mosè ed Elia - presenti - parlano con lui, "della sua dipartita che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme". E' l'accordo della Legge e della Profezia, della Parola di Dio e della sua economia, rappresentata nell'opera e nella testimonianza di chi ha guidato l'esodo o la "dipartita" dell'antico popolo, e di chi ha proclamato la verità dell'unico Dio, d'altra parte anticipando e prefigurando l'estradizione e la passione del Messia.
Luca parla di "esodo" di Gesù: della sua uscita, che è insieme morte e risurrezione, sofferenza e ingresso nella gloria.
Le vicende di Israele vengono a convergere su questo esodo del Signore, che si rivela, così, come la Profezia e la Legge nuova, promulgata "sul monte"; come il luogo della gloria, che è segno della presenza divina, e che già si irradia sul volto di Gesù. Gesù: epifania di Dio; consenso di Dio e non "eccezione" o "disturbo", alterazione o fallimento imprevisto.
La salita a Gerusalemme, verso cui aspira la vita di Cristo e a cui conclude il suo grande viaggio, conduce a un "compimento", a una pienezza: da Gerusalemme - avvenuto l'esodo perfettamente - si dipartità l'opera del Messia.


Esperienza transeunte

I tre apostoli - stranamente oppressi dal sonno, che è forse l'intontimento umano e la confusione inevitabile della singolare presenza di Dio e della sua manifestazione - vedono la gloria e la conferma di Mosè ed Elia che la recano in se stessi, e Pietro, senza sapere che cosa stesse dicendo, pregustando la belleza e il risposo escatologico, vorrebbe trattenere quel momento e quella esperienza: la trasfigurazione era invece ancora transeunte e funzionale.
Doveva rivelare l'identità di Gesù e sostenere per il tempo della passione e della tentazione: quando la fede sarebbe stata messa alla prova e il Figlio dell'uomo - che ora compare nello splendore - sarebbe stato sfigurato e umiliato, spoglio di qualsiasi parvenza di gloria.
Ma il punto culminate del mistero è la venuta della nube - quasi sensibile apportatrice della presenza di Dio che infonde angoscia nell'uomo -, ed è la voce che deriva e che identifica Gesù, che a Gerusalemme sarebbe "dipartito". Come dopo il battesimo, anche nella trasfigurazione Gesù è riconosciuto dal Padre come colui che è scelto, come l'"eletto", e riceve autenticità il suo vangelo: "Questi è il Figlio mio, l'eletto; ascoltatelo".
Nessuna dissonanza tra Gesù con i suoi eventi e il progetto del Padre: egli è il Figlio di Dio, consenziente alla sua volontà, con la docilità e il sacrificio del Servo di Jahweh.
Allo spegnersi della voce, "Gesù restò solo": nella sua singolarità e unicità, nella sua deliberazione di essere fedele all'elezione e alla missione, nella ripresa della sua "umanità" non ancora glorificata, poiché la gloria sarebbe stata il frutto della croce.
I tre discepoli conservano per loro, senza divulgarlo, il segreto di quello squarcio mirabilmente apertosi nella figura di Gesù, anche se quella privilegiata comunione, quella visione della traccia gloriosa, trapelata nell'apparenza di ogni giorno, spoglia del fulgore, non sarà capace di preservarli indenni nell'ora della prova, tanto in questa il volto trasfigurato e la vesta candida si troveranno deturpati e sviliti.


L'alleanza del sacrificio della croce

Il riconoscimento di Gesù da parte del Padre, il suo essere l'"eletto", ci induce a rileggere a partire da lui l'alleanza stipulata da Dio con Abramo, la fede su cui quella alleanza è fondata, l'uscita del patriarca dalla sua terra per il possesso di una terra nuova, la promessa della discendenza.
Tutto questo si avvera a motivo di Gesù di Nazaret.
Lui in persona è il Patto che unisce graziosamente Dio e l'uomo; che soddisfa l'attesa di Abramo e premia la fede con la giustificazione; è lui che, fino a versare il sangue, rimane fedele a Dio, significa il sì di Dio all'uomo e il sì irrevocabile, finalmente, dell'uomo a Dio. In Gesù, ancora, Dio passa "in mezzo agli animali divisi", proclamando la stabilità della promessa, mentre l'umanità del Figlio vi acconsentirà sulla croce, senza ritrarsi.
Oggi, con l'alleanza del sacrificio della croce, ricomprendiamo l'avvenimento così impressionante, riportatoci dalla prima lettura, la teofania ad Abramo, che per quel lato - il "torpore" che cade su Abramo e l'"oscuro terrore" che lo assale - richiama i sentimenti degli apsotoli al loro ingresso nella nube della trasfigurazione.
E ancora: "Guarda in cielo e conta le stelle; tale sarà la tua discendenza", si trova ad essere vera.
Ma possiamo anche rilevare la fede di Abramno: quel suo accogliere la promessa senza dubbio alcuno, di fronte a qualsiasi smentita e impotenza naturale.
Sarà necessaria allo stesso modo agli apostoli e a ogni apostolo del Signore per sostenere la croce, che verrà portata dal Figlio eletto, il quale sul monte ha come un anticipo miracoloso di risurrezione, ma dovrà poi sostenere tutta la passione.



  Trasfigurato per i discepoli

Il prefazio mette in luce la destinazione a noi dell'evento della trasfigurazione e dell'esemplarità in esso contenuta: "Cristo nostro Signore, dopo aver dato ai discepoli l'annunzio della sua morte, sul santo monte manifestò la sua gloria e, chiamando a testimoni la legge e i profeti, indicò agli apostoli che solo attraverso la passione possiamo giungere con lui al trionfo della risurrezione". Nella memoria di questo mistero di Gesù, lungo l'itinerario della Quaresima, siamo confortati a non recedere; a proseguire nella conversione, ad affidarci a Gesù Cristo che ci rende figli di Dio, e che, come il nuovo Mosè, ci porta fuori, ci fa compiere l'esodo, adesso dai nostri peccati, e, quando sarà, da questa stessa vita.
Propriamente, nel nostro cammino siamo ora confortati dalla pienezza della trasfigurazione, cioè dalla risurrezione di Cristo. Noi, dopo che Gesù è risorto da morte, non torniamo al passato transeunte lasciato intravvedere sul monte, ma confidiamo sul Risorto.


Convivenza di oscurità e di luce


E seguendo il testo delle orazioni possiamo individuare dove stanno i principi della nostra confidenza e della sua riuscita.
Si tratta, anzitutto, di acconsentire alla voce del Padre, ascoltando Gesù Cristo. Lo domandiamo nella prima orazione: "O Dio, che hai detto di ascoltare il tuo amato Figlio, nutri la nostra fede con la tua Parola": la Parola di Dio è lo stesso Figlio, che alimenta il Credo, non solo in quanto ne costituisce la verità, ma in quanto ne sollecita e ne accresce l'adesione: per la quale riceviamo la giustizia, come Abramo.
Proseguiamo nell'orazione: "e purifica gli occhi del nostro spirito perché possiamo godere la visione della tua gloria": gli occhi dello Spirito sono ancora la fede, la quale riesce ad oltrepassare l'obiezione della passione e della morte e, sulla Parola di Dio, già adesso in qualche misura si prefigura la gloria.
 

 


La fede poi maturerà nella visione, ma è per essa una tappa imprescindibile, E' questo un fenomeno di difficile analisi, ma si può parlare nel credente di una convivenza di oscurità e di luce: una luce che è soprattutto certezza incrollabile, e che attraversa l'oscurità della passione e le sue varie peripezie. La fede è la nostra passione e la nostra "morte"; la visione è la nostra risurrezione, che non ci viene elargita se prima non entriamo con Cristo nella strada che sale a Gerusalemme.


Il pegno di risurrezione

Il secondo principio - che in realtà cospira con il primo - , della nostra confidenza e della nostra riuscita è l'eucaristia.
Nell'orazione e sulle offerte preghiamo perché essa "ci ottenga il perdono dei nostri peccati e ci santifichi nel corpo e nello spirito, perché possiamo celebrare degnamente le feste pasquali".
Troviamo la remissione dei peccati nel sacrificio di Cristo, nel suo sangue effuso per il perdono; e quindi nell'eucaristia che consacra tutta la persona dell'uomo credente. La mèta del perdono e della santificazione è la festività della Pasqua, ma, ultimamente, è la comunione perfetta con la risurrezione del Signore, dove, con la nostra morte, la pasqua è compiuta anche in noi.
Soprattutto la preghiera dopo la comunione si presenta con accenti di particolare attualità nel giorno della trasfigurazione.
Si parla di partecipazione ai "gloriosi misteri": l'eucaristia è sì comunione con il sacrificio di Cristo, ma il corpo dato e il sangue sparso sono dono di Gesù risorto per il tempo della nostra vita e della nostra attesa; e sono un pegno di risurrezione.
In quella partecipazione Dio fa pregustare "a noi ancora pellegrini sulla terra i beni del cielo". E' una pregustazione nella fede, ma è una pregustazione reale, efficace: ci elergisce l'energia del cammino; ci dona la grazia della passione e, mediante questa grazia, già l'intimo rapporto con Gesù glorioso. Riceviamo l'eucaristia per essere capaci a nostra volta di concludere l'esodo, la dipartita; per assuefare e alimentare la sensibilità per altri beni. Come fu per Israele la manna, che ha reso possibile il viaggio, così l'eucaristia per la Chiesa "pellegrina sulla terra" e per ciò ancora esposta alla seduzione e alle possibilità del peccato, anche se "assicurata" dalla vittoria pasquale di Gesù Cristo, nella misura esatta dell'assunzione della croce.


L'attesa di Cristo glorioso


Alla Chiesa pellegrina, ossia alla patria del cristiano che si colloca altrove, è dedicato il brano della lettera di Paolo. La riuscita e la definitività per i cristiani non stanno sulla terra: la loro madre-patria è in cielo, e da essa, nella loro condizione di ospiti e stranieri, i discepoli del Signore derivano le leggi e lo stile di vita.
Non c'è assolutamente nulla di alienante nell'affermare l'instabilità attuale del cristiano, il suo distacco dal mondo, la sua attesa del cielo, che è, meglio, l'attesa di Gesù Cristo glorioso. Il cristiano lavora nel mondo e lo promuove; lavora da uomo e con l'uomo per la sua crescita, la sua maturaziomne; instaura un ordine di valori dentro la storia, ma ne riceve lo schema e il modello definitivo e assoluto da Gesù Cristo.
In tal modo edifica nella storia - che è per sua natura passeggera - realtà che non passano: le realtà profonde che si risolvono nell'uomo in Cristo. L'apostolo parla del "nostro misero corpo", della nostra attuale condizione di fragilità e di labilità, associata allo stato di colpa, e , dopo la grazia, ancora non completamente riscattata.
Per questo tendiamo alla trasfigurazione, che sarà assimilazione non tanto all'evento della trasfigurazione del Signore, quanto alla risurrezione.
Sarà la conformità al "corpo glorioso", quando anche ogni cosa apparirà sotto la signoria di Gesù Cristo.
Occorre stare "saldi nel Signore", capovolgendo l'intenzione e l'orientamento, passando dall'inimicizia all'amicizia della croce.


"Nemici della croce"

Il comportamento opposto a quello cristiano è antitetico alla croce: Paolo parla dei "nemici della croce" di Cristo, e sono quanti, privi di speranza e infedeli o ignari della cittadinanza celeste, sono "tutti intenti alle cose della terra".
Ognuno deve fare attenzione per discernere l'orientamento fondamentale e la fonte a cui attingere i riferimenti della condotta. L'attrattiva del peccato si riduce sempre a istituire un fine soddisfatto all'interno del mondo; nel rendere da un lato paurosi della croce e dall'altro indifferenti o smemorati della risurrezione.
L'attività e il progresso maggiore stanno nello sforzo di "umanizzare" il mondo facendolo entrare per la strada della glorificazione escatologica.
L'impressione immediata che se ne può avere è che in tal modo il senso della storia e della creazione si riduce e si paralizza, ma, se tutto questo avviene esattamente secondo il distacco esemplare di Gesù Cristo, l'uomo si ritrova reso a se stesso, identificato a sua volta e liberato.
Una vociferazione sulla promozione umana come contestazione alla "separazione" cristiana; un certo modo di concepire la cosidetta incarnazione della Chiesa; e una prospettiva del compimento dell'uomo nell'imminenza delle realtà temporali spesso si riducono a parole senza conclusione.
Se poi la promozione avviene con qualche prestito alla letteratura della storia e del suo significato propria, poniamo, nel marxismo: allora non solo i conti cristiani non tornano più, ma Gesù risorto e la nostra risurrezione svaniscono nel non-senso.
La forza dell'attrazione mondana e temporale ha recuperato il vangelo. Gesù Cristo è morto invano.
La conseguenza è che anche l'uomo vive invano, poiché gli si è tolta la speranza che soltanto lo salva.
Secondo l'espressione di san Paolo: "La perdizione è la fine". La Chiesa, l'eucaristia tolgono il mondo dalla perdizione e dalla fine.





  da:Inos Biffi, Nel giorno del Signore. Commento alla Liturgia domenicale e festiva. Anno C
Edizioni Piemme 1985 - Editrice Ancora 1985, pg. 65-70


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