TEMPO LITURGICO

   
  Tempo di Quaresima
La Quaresima: "sacramento" della nostra conversione - I domenica

Dt 26,4-10; Sal 90; Rm 10,8-13; Lc 4,1-13


La liturgia definisce oggi, nella sua prima orazione, la Quaresima "segno sacramentale della nostra conversione". Non sono i quaranta giorni come tratto cronologico a ricevere il carattere di segno. Neppure è vero che gli altri momenti del tempo della Chiesa - o dell'anno sacro - siano privi del richiamo e della grazia della conversione. Ogni giorno il cristiano si converte assimilandosi a Cristo, l'uomo nuovo, morto e risorto, e in particolare l'eucaristia, rendendo presente e partecipabile il sacrificio della croce e il pegno della risurrezione, è sacramento di conversione.
Tuttavia, con intensità più particolare, convergono e si concentrano nei quaranta giorni i richiami della penitenza e della trasformazione del cuore, e gli atteggiamenti esteriori che la significano e la confermano.
Con saggia e sperimentata pedagogia, la Chiesa, nella variazione e nell'alternanza delle proposte e delle sottolineature, lungo il corso di un anno illumina i diversi aspetti del mistero di Cristo, e ne crea le sintonie e le verifiche.
Così domanda il nostro spirito e anche i nostri sensi: ritmi di comunicazione e di serenità; impegno laborioso e di agio e pausa.


"Il digiuno di quaranta giorni"


In ogni modo, si comprende la Quaresima a partire dal suo esito: la Pasqua. Si capisce "il digiuno di quaranta giorni" come condizione della liberazione, mentre lo sforzo di "dominare le seduzioni del peccato" appare come l'indice e la consistenza della vittoria pasquale.
E' lo Spirito Santo a condurre Gesù nel deserto, luogo di tentazioni del diavolo per quaranta giorni. Luca parla di "ogni specie di tentatione", che poi si riducono a una: quella distornare Gesù Cristo dal seguire il disegno del Padre e dal percorrere la via della croce. Satana intendeva orientare Cristo verso un messianismo "senza fede", ossia affidamento alla volontà di Dio.
Alla Parola di Dio - parola dura e difficile da portare - il diavolo poneva come alternativa il pane ottenuto miracolosamente dalla trasformazione delle pietre; invece della derelizione e dell'impotenza ignominiosa del Calvario, il demonio faceva brillare l'attrattiva del potere, il grande idolo, che è poi adorazione di Satana; e in cambio dell'insulto offriva la prospettiva allettante dei segni applauditi.
Era comunque un alternarsi dal tracciato divino della redenzione. Era, semplicemente, il peccato: quello dell'angelo e quello del primo uomo; e quello permanente di ogni uomo cui si avvicini l'"antico tentatore".


La forza e l'alimento della Parola di Dio


Gesù Cristo vince le tentazioni con la forza e la decisione della Parola di Dio, a cui si confida totalmente: "Non di solo pane vivrà l'uomo"; "Solo al Signore tuo Dio ti prostrerai, lui solo adorerai"; "Non tenterai il Signore tuo Dio". Si tratta di accettare la Parola di Dio, non solo di studiarla; e di farne criterio di condotta, anche quando ci appare strana e paradossale. Ed è sempre strana e paradossale quando si descrive un progetto, un cammino, che non è rispondente alle nostre attese naturali. D'altra parte, è il cammino tracciato dalla storia della salvezza, accettabile e perseguibile unicamente alla luce della fede.
Sant'Ambrogio osserva che l'uomo "tutto intento a pascersi delle Scritture, dimentica la fame del corpo e si nutre del Verbo celeste". Così, "assorto nel Verbo, Mosè non desiderò più il pane; assorto nel Verbo Elia non avvertì più la fame di un digiuno prolungato. Chi segue il Verbo, non può desiderare un pane terrestre, poiché riceve la sostanza del Verbo celeste, e perciò chi desidera la vita vera aspetta quel pane, che per mezzo di una sostanza invisibile sostiene il cuore dei mortali".
Occorre assimilare la Parola, che è poi Gesù Cristo, così che dia la forza di fare la volontà del Padre, di interiorizzare il disegno. Possiamo allora pensare già all'eucaristia, che porta nel nostro essere Gesù Cristo, compimento assoluto della volontà del Padre.
D'altra parte, è l'ascolto della Parola di Dio che può iniziare la conversione, la liberazione, la Pasqua.


Una natura tentata e redenta

  L'esodo inizia per questa fede; può interrompersi e fallire per il sospetto e l'infedeltà, la mormorazione e diffidenza. La grazia della redenzione opera nella rispondenza. L'uscita dall'Egitto avviene senza dubbio per la potenza del Signore nella umiliazione, la miseria, l'oppressione; essa è gratuità; ma insieme è partenza sulla Parola. L'ebreo tornava su quella grazia, per lodare la misericordia, ravvivare l'identità, riprendere la fedeltà.
Nel tempo proprizio della Quaresima il cristiano ritorna alla grazia della Pasqua di Cristo, alla propria liberazione battesimale, per riconoscersi in essa; per non regredire o arrestarsi nel suo itinerario. Diviene più esigente nel pensare alle proprie colpe, agli intralci al compimento del piano divino, alle tentazioni che lo ostacolano.
L'estradizione del tema e della sensibilità rispetto al peccato - il quale ancora può segnare gravemente le nostre azioni - e rispetto al demonio - che non si stempera alla fine in un mito o in una istintiva ma infondata ideazione e concretizzazione - ci distoglie dalla verità della nostra situazione.
Sono attuali ancora le parole di Sant'Ambrogio: "Dovunque ci muoviamo, camminiamo in mezzo a molte insidie: insidie ci sono tese dal diavolo nel corpo, insidie tra le guglie delle chiese, insidie sui parapetti delle case, insidie nei sistemi filosofici, insidie nelle passioni; c'è un'insidia nel denaro, unì'insidia nella religione, un'insidia nell'impegno di castità. In pochi istanti l'anima dell'uomo vacilla, e spesso viene spinto qua e là, a seconda dell'inganno del seduttore".
Non siamo, per questo, in una visione demonizzata della realtà: solo siamo avvertiti che la nostra "natura" ha bisogno di essere redenta dalla passione di Cristo, e questo avviene per la sua grazia e per la nostra adesione e "mortificazione", che riconosce il male e le sue seduzioni, che è consapevole di una natura ferita e di un Essere maligno e personale, con il quale Cristo si è battuto e che è stato sconfitto nella lotta della sua passione e nella vittoria della sua risurrezione.
 

 


La passione come lotta contro il demonio

Luca annota che il "diavolo si allontanò da lui per ritornare al tempo fissato". Si può dire che tutta la vita di Gesù Cristo, con il suo vangelo, i suoi miracoli, e sintomaticamente con le liberazioni dagli spiriti immondi, fu un dibattito con Satana.
Questo dibattito trova il suo culmine nell'"ora delle tenebre" e della tentazione, cha da un lato cerca di assalire Cristo, che ne esce indenne proprio con la morte e dall'altro opera sui discepoli, impaurendoli, mettendoli nella difficile prova; e persino, come nel caso di Giuda, entrando nel cuore e "possedendolo".
E' un aspetto, questo della passione come lotta contro il demonio, che viene facilmente sottaciuto. Se si riduce il male a una forza anonima, non si rende compiutamente la rivelazione e neppure si dà perfettamente senso alla passione del Signore.
Il tempo di Quaresima, che parte dalla memoria delle tentazioni di Gesù e arriva al suo esodo e alla sua Pasqua, è proprizio anche per rileggere e ricomprendere questo aspetto o sfondo "negativo" del mistero cristiano.
Con il risultato che acquista un contesto e un profilo nuovo la "mortificazione" di Quaresima: una partecipazione alla lotta pasquale di Cristo, per la liberazione della nostra natura.
Allora diventa personale e applicato il ricordo dell'esodo: il maltrattamento, la dura schiavitù, ritraggono non soltanto avvenimenti passati di un popolo, ma la nostra situazione di peccato; e la mano potente del Signore, il suo braccio teso, sono le realtà attuali del ritorno in grazia, per la forza del sacramento, del dono dello Spirito Santo.
I segni e i prodigi oggi più sorprendenti sono la conversione, la vita di santità, l'abbandono dell'abitudine cattiva. Siamo, così, lontani di un'afflittività cui sottoporre la nostra esistenza: ci mettiamo all'interno di una comprensione di essa nella linea dell'azione redentrice e pasquale di Gesù Cristo: dove l'uomo, per il dono delllo Spirito, sorge ricreato attraverso la passione, che è il vertice e il senso finale della vita terrena di Gesù.


La conversione frutto della risurrezione


Abbiamo sottolineato tutta la convergenza della Quaresima - che è poi esemplare per tutta la vita cristiana - verso la Pasqua di Cristo. Lo stesso motivo pasquale è il tema della seconda lettura, dall'epistola di Paolo ai Romani.
La Parola che è vicino a noi - "sulla tua bocca e nel tuo cuore" - ha come contenuto il fatto che - "Gesù è il Signore", che "Dio lo ha risuscitato dai morti". Da qui proviene la nostra salvezza. Occorre una professione "con la bocca" e una fede per la quale "si crede con il cuore".
Tutta l'esistenza con le sue opere deve accedere a Cristo risorto dai morti; da qui proviene la giustizia per tutti, senza distinzione, dal momento che "Gesù stesso è il Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che lo invocano".
La conversione è come il riflesso attuale della virtù e della grazia pasquale; è il frutto della risurrezione di Cristo, che ci fa attraversare la sua passione.
Rileggiamo le tentazioni di Gesù nel deserto per capire praticamente che è lui "il Signore" della nostra vita, perché la riscatta, e che di là dalla signoria di Cristo c'è solo un'altra signoria su di noi: quella che si delinea via via nel cedimento alle tentazioni.


"Cristo, pane vivo e vero"

Possiamo mettere in luce, ora, la pertinenza delle orazioni quaresimali della Chiesa. La colletta, cui ci siamo già ispirati, chiede per i fedeli "di crescere nella conoscenza del mistero di Cristo e di testimoniarlo con una degna condotta di vita": quindi con una conoscenza non puramente mentale.
Il modo di vivere rivela il grado di introduzione e di comunione alla passione e alla risurrezione di Gesù, cioè al mistero di Cristo, dal momento che la sostanza di tale mistero è la Pasqua. Ora, la Quaresima ha come suo fine specifico quello di approfondire questa intelligenza e comunione attraverso la conformità.
La possibilità di questa partecipazione è offerta singolarmente dall'eucaristia. Più che essere noi a configurarci al mistero della Pasqua, è questo mistero che ci assume, mistero ripresentato efficacemente sulla mensa: "Si rinnovi, Signore, la nostra vita - diciamo nell'orazione sulle offerte - e col tuo aiuto si ispiri sempre più al sacrificio che santifica l'inizio della Quaresima". Bisogna premere su questo "si ispiri": vuol dire che esso deve divenire emergente e rivelabile in noi.
L'ultima orazione conferisce un carattere personale e sacramentale alla figura del pane-Parola che viene da Dio: è Gesù Cristo presente nei segni e principio di tutta la vita spirituale, di tutta la vita secondo lo Spirito.
L'orazione ricorda tre virtù teologali: la fede, la speranza e la carità, che possono trovare sostegno soltanto in Gesù Cristo: "Il pane del cielo che ci hai dato, Signore, alimenti in noi la fede, accresca la speranza, rafforzi la carità, e ci insegni ad avere fame di Cristo, pane vivo e vero, e a nutrirci di ogni parola che esce dalla tua bocca".
Dove si vede che, propriamente, non è il "Libro" che propriamente nutre la fede e la vita: non è la somma di idee che esso produce in noi e di affetti che esso accende. Non è un rischio ipotetico una retorica della Parola, che incolli al Libro e dimentichi la Persona di Cristo e il suo sacramento.





  da:Inos Biffi, Nel giorno del Signore. Commento alla Liturgia domenicale e festiva. Anno C
Edizioni Piemme 1985 - Editrice Ancora 1985, pg. 61-65


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