TEMPO LITURGICO

   
  Natale del Signore
La Rivelazione del Signore alle genti

Is 60,1-6; Sal 71; Ef 3,2-3.5-6; Mt 2,1-12


Noi possiamo conoscere Gesù Cristo perché il Padre ce lo rivela e attraverso vie da noi non descrivibili ce lo offre come il dono assoluto del suo amore. La salvezza è grazia; il mistero della redenzione è un'elargizione che precede qualsiasi diritto; il Natale manifesta la pura carità di Dio.
Questa radice divina della rivelazione di Gesù è particolarmente sottolineata nella liturgia dell'Epifania. A cominciare dalla colletta: "O Dio ... in questo giorno, con la guida della stella, hai rivelato alle genti il tuo unico Figlio"; poi ancora nel prefazio: "Oggi in Cristo, luce del mondo, tu hai rivelato ai popoli il mistero della salvezza".


Dio autore della rivelazione


Possiamo fare due considerazioni in proposito. La prima: soltanto Dio, il Padre, può aprirci il mistero del Figlio, avvertirci della sua presenza, per introdurci in lui. Egli solo può avviarne il discorso con la sua Parola e trovarne l'espressione. Conoscere Gesù Cristo, credere in lui, non è la risposta a una domanda.
Noi non abbiamo i termini della scoperta, perché il Figlio di Dio non è nostro; oltrepassa ogni possibilità di raggiungimento dell'uomo. Tutta la Scrittura è un "avvertimento" all'uomo delle iniziative divine, dei gesti che appartengono soltanto a lui, delle presenze del Signore insospettate.
La storia sacra è manifestazione della scelta eterna e intangibile di Dio.


Una rivelazione in atto

Anche adesso: se aderiamo a Gesù Figlio di Dio, se il presepe è un luogo e un indice "sacro", se semplicemente abbiamo fede, è perché Dio ci illumina attivamente con la sua luce, perché ci sta rivelando il Figlio suo.
La manifestazione non è compiuta una volta per sempre e lasciata nelle nostre mani o alla nostra abilità mentale.
Dove c'è un credente, là è in atto l'epifania fatta da Dio, così che la nostra mente possa "vedere" l'invisibile e il "cuore" accogliere Dio in un uomo.
In tal modo la fede appare ben diversa dalla cultura, dalle premesse storiche e psicologiche dell'atto di fede.
Uno potrebbe sapere tutto sulla storia di Gesù, essere un esegeta erudito e intelligente e non vedere, cioé non credere.


Credere è "vedere"

In questo senso credere è vedere. L'ultima orazione chiede: "La tua luce, Signore, ci accompagni sempre e in ogni luogo, perché contempliamo con purezza di fede il mistero di cui ci hai fatto partecipi".
Questo mistero è l'eucaristia, ma qui interessa l'espressione "contemplazione con purezza di fede": la fede è un modo di vedere; non è cecità assoluta; solo che la luce irraggia interiormente oltre la ragione e i suoi schemi. E' il riflesso nella mente della luce di Dio.


Le vie di Dio

  Dobbiamo fare un'altra considerazione su Dio principio della rivelazione del Figlio: essa è offerta a tutti gli uomini che positivamente non si chiudono alla manifestazione di Gesù Cristo.
Qui soprattutto va riconosciuto che le "vie di Dio son molte, più assai di quelle del mortale". A noi, ai nostri criteri e alle nostre misure, i modi sfuggono totalmente, ma non ci può essere ombra di dubbio che solo in Gesù l'uomo è redento e che in lui Dio vuole la salvezza di tutti.
La preoccupazione non deve essere quella di indagare le strade perscorse dal Signore, ma di tenere il cuore libero, intento, aperto alla luce; di non tradire la coscienza, di lasciarsi giudicare dalla verità, di ricercarla con passione sincera, di essere disposti a soffrire per raggiungerla e per conservarla.
Quando il cuore è in questa condizione, bisogna lasciar fare a Dio, che ha i suoi itinerari e i suoi momenti, senza angustiarci.
Per i Magi in Oriente ha acceso una stella. Non sappiamo esattamente che cosa sia; certo a quei coraggiosi pellegrini non è mancata la grazia di un segnale, di un cenno, che li ha guidati perché volevano adorare "il re dei Giudei".
 

 
E' quanto dobbiamo volere noi; poi l'uno o l'altro segno si accende e ci illumina.
Per questo la vicenda dei Magi è anche - e soprattutto - una "parabola", uno schema e una "legge", che da un lato dice l'intenzione salvifica universale di Dio e dall'altro la necessità di avere un animo disposto per riceverla.


Dove non sorge la stella


La "stella" invece non sorge sull'orizzonte del potere, del sacerdozio e della scienza quando siano piegati e soddisfatti in se stessi.
Né vale alcunché la vicinanza fisica. Dio e il suo mistero sono avvertiti da un altro genere di facoltà, per cui la prossimità fisica è indifferente.
Al potere di Erode il mistero non è rivelato: il suo accenno produsse turbamento, e non era affatto il caso, dal momento che si trattava di un potere che aveva rovesciato i rapporti: per la sensibilità evangelica il potere equivale al servizio, il primo posto è quello del servo, e sicuramente il re nato a Betlemme non avrebbe né compromesso né strappato con violenza la regalità a Erode.
Ma neppure ai sommi sacerdoti la rivelazione del mistero era concessa, perché anche il sacerdozio si era esteriorizzato, soddisfatto nei simboli e nelle loro prerogative. E ancora esse stessi non avrebbero avuto un concorrente: in Cristo il sacerdozio era secondo lo Spirito, e la vittima concideva con il sacerdote medesimo. Egli sarebbe morto personalmente come agnello immolato sulla croce.
E infine la scienza della Scrittura ingombrava ma non manifestava; o, se si vuole, pur individuando con precisione Betlemme luogo della nascita, non muoveva il cuore e i passi all'adorazione, come era avvenuto invece per i pastori, solleciti e pieni di gioia all'annunzio del vangelo, cioè della natività del Salvatore.
La scienza delle Scritture indicava, ma lasciava arido lo spirito e fredda l'informazione.
Non arrivava al mistero.


I termini del mistero


La liturgia dell'Epifania, leggendo la lettera agli Efesini, ci presenta i termini del mistero manifestato agli uomini con la venuta di Gesù: cioè la partecipazione a tutti gli uomini, alla "stessa eredità", alla "stessa promessa per mezzo del vangelo", alla formazione di uno "stesso corpo" in Cristo Gesù.
Ebrei e Gentili sono chiamati a ricevere la medesima grazia di cui Gesù Cristo è il principio.
L'apostolo Paolo sente che per puro dono gli è stato rivelato questo mistero ed è venuto alla fede, e quindi avverte come propria missione e ministero quello di esserne a sua volta l'annunziatore, sotto l'azione dello Spirito Santo.


Originalità della predicazione

Non è mai inutile ripensare al senso della predicazione e del ministero della Chiesa in generale, alla sua proprietà e originalità: che è quella di proclamare nel mondo non una filosofia, una soluzione scientifica e politica, a cui sono adeguate le forze "naturali", bensì quella di far conoscere il "mistero" di Gesù Cristo, la sua nascita al mondo, l'amore del Padre, la "buona notizia", la "Grazia", destinata a tutti gli uomini. Il "resto", la prassi, le trasformazioni della storia conseguono.


La fede in Gesù vero Dio e vero uomo


Per parte sua il prefazio della messa precisa in che cosa consiste tale "mistero della salvezza". Si tratta di questo: in Cristo "apparso nella nostra carne mortale, Dio ci ha rinnovato con la gloria della mortalità divina".
Sono i dati del Natale: la vera comunione del Figlio di Dio con la nostra umanità, assunta non come un avvolgimento esteriore e funzionale, ma come natura reale, per la quale diciamo che il Verbo si è fatto uomo, è uomo, in una solidarietà che esclude unicamente il peccato.
La meditazione natalizia deve ravvivare e approfondire questa straordinaria, inimmaginabile verità, che solo la "fantasia" divina poteva inventare e che noi non potremo mai esaurire.
Il Bambino della mangiatoia è il "simbolo" di questa "discesa dal cielo", di questa incarnazione, che ci avvicina Dio al punto da essere lui stesso anche vero uomo per l'evento di Betlemme.
L'uomo può ideare con minor difficoltà che una creatura possa essere divinizzata; e non si può negare che una certa inclinazione della cristologia - già lo abbiano notato - attuale pieghi nel senso di vedere Gesù come il verice della "evoluzione" e quindi dell'aspirazione dell'uomo, l'uomo che diventa Dio.
Ma siamo al di fuori della giusta prospettiva del mistero cristiano, per la quale Gesù Cristo è il "Dio vero da Dio vero" che si fa uomo; la glorificazione divina di Gesù non gli attribuisce una divinizzazione della quale all'inizio sia privo, ma manifesta, nel reale divenire dei misteri della carne, la sua natura divina fin dal principio.
Se si incrina questa fede nella divinità di Gesù, nel cristianesimo non tiene più assolutamente nulla: gli offuscamenti relativi alla altre verità - i sacramenti, l'eucaristia, in particolare, la Chiesa, la sua relazione con il mondo - provengono tutti dall'entrare della verità di Gesù Cristo in una zoma di incertezza e di titubanza.
Se si cade da questo livello del mistero - che la liturgia del Natale e dell'Epifania illumina di nuova luce - celebrare è un perditempo o comunque è attività completamente diversa rispetto alla liturgia di Cristo Figlio di Dio e Salvatore del mondo.
Possiamo qui vedere l'intenzione e la possibilità della liturgia natalizia: quelle di richiamare il contenuto del mistero dell'incarnazione, di riproporlo perché sia oggetto di meditazione e di appassionata e attonita ammirazione, perché susciti e dia sostanza alla preghiera, mentre invoglia alla "imitazione".


Rinnovati dall'immortalità divina

Ma il mistero della comunione del Figlio di Dio con la nostra "carne mortale" è "per noi": "per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo e si è fatto uomo". Ossia: perché fossimo rinnovati con la grazia dell'immortalità, che è condizione divina.
La liturgia latina dice questo con un'espressione assai poco traducibile: "mirabile commercium". Dalla solidarietà di Gesù Cristo, Figlio di Dio, con noi, noi siamo portati a condividere, a ricevere in sorte per partecipazione, la natura, la vita, lo Spirito di Dio.
Non cessiamo di avere una "carne mortale", e pure essa conosce la condizione della risurrezione, che è in pienezza la gloria di Dio in noi.
Di tutto questo è possibile parlare, perché ne troviamo il discorso nella Scrittura, ma ora è tutto fuori dalla nostra esperienza. Possiamo farcene una immagine, non molto di più per adesso.
La mortalità, che sembra conservare tutti i suoi diritti con la morte, in realtà è stata riscattata proprio in forza del mistero dell'incarnazione.
La liturgia natalizia prelude già alla Pasqua, ne è l'inizio. Quando con il battesimo riceviamo la grazia è deposto in noi il germe della risurrezione.
Questo, anche se ancora inizialmente, i Magi dall'Oriente sono venuti a cercare; e lo hanno trovato quando, ricolmi di "gioia grandissima", "videro il bambino con Maria sua Madre, e prostratisi lo adorarono".
Ogni cammino di fede, ogni ricerca sincera, porta e conclude allo stesso esito: l'incontro con Gesù, nel quale è racchiuso il senso di ogni uomo, senza distinzione alcuna perché tutti, allo stesso modo, siamo stati previsti e concepiti in lui.


Il "gusto" della fede

Fin ora abbiamo parlato di fede, di contemplazione. Ma c'è nell'orazione dopo la comunione un accenno a una tappa ulteriore alla fede, o che si deve accompagnare ad essa, ed è il "gusto del mistero": "La tua luce, Signore, ci accompagni sempre e in ogni luogo" - la fede non è mai risorsa nostra - "perché gustiamo con fervente amore il mistero".
Questo, è qui il mistero eucaristico; ma lo possiamo intendere più in generale come il mistero di Gesù, che si tratta di "gustare" con l'amore.
E infatti non c'è mai una semplice fede, che non sia anche amore e quindi anche "sapore", dolcezza, esperienza, "conoscenza - direbbe san Tommaso - per connaturalità". Quando la fede muove e trasforma la vita, tutto il nostro essere, con la sua libertà e con i suoi sentimenti, vi prende parte; allora vuol dire che abbiamo della sapienza.
Ancora allo stato incipiente, certo, che attende il compimento. L'orazione che apre la liturgia di oggi domanda: "O Dio, conduci benigno anche noi, che già ti abbiamo conosciuto per la fede, a contemplare la grandezza della tua gloria".
Fin che viviamo in questo mondo non ci è dato di vedere il mistero del Signore senza mediazione e senza affidamento; esso si trova avvolto dall'"ombra", che sollecita la nostra decisione e la nostra libertà, che ci fa rischiare a credere.
Qualche raggio può illuminarci, a intermittenza, o quel tanto che occorre perché la nostra adesione sia "ragionevole".
La visisone viene dopo.
E d'altra parte i credenti, con la loro fede e con le loro opere sono in qualche misura "luce del mondo". Lo è la Chiesa, sulla quale brilla, come su Gerusalemme, "la gloria del Signore". Non siamo nel campo soltanto delle metafore, perché non esiste solo la luce terrena.
In mezzo alle "tenebre che avvolgono la terra", e alla "nebbia fitta che avvolge le nazioni", la Chiesa nella storia è realmente il luogo dove è accesa la luce del Signore; dove la verità è annunziata e le coscienze sono rischiarate. E' una grazia - poiché la Chiesa è grazia - ed è un impegno: quello di lasciar trasparire Gesù Cristo nella parola e nella condotta.




  da:Inos Biffi, Nel giorno del Signore. Commento alla Liturgia domenicale e festiva. Anno C
Edizioni Piemme 1985 - Editrice Ancora 1985, pg. 49-54


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