TEMPO LITURGICO
   
  Natale del Signore
E' apparsa la grazia di Dio

Vigilia: Is 62,1-5; Sal 88; At 13,16-17.22-25; Mt 1,1-25
Notte: Is 9,1-3.5-6; Sal 95; Tt 2,11-14; Lc 2,1-4
Aurora: Is 62,11-12; Sal 96; Tt 3,4-7; Lc 2,15-20
Giorno: Is 52,7-10; Sal 97; Eb 1,1-6; Gv 1,1-18

Accogliamo in festa il Figlio di Dio come redentore. Incominciamo con la vigilia di Natale, ma proseguiremo per più giorni a contemplare il mistero e a gioire.
A Betlemme l'impensabile progetto divino, che concepisce l'umanità a immagine del Verbo incarnato, giunge a compimento dopo l'inconsapevole desiderio e bisogno che parte dal primo Adamo e dopo la prolungata attesa ebraica suscitata da Dio.
L'uomo si trova così ricercato da Dio stesso. Per tutti ormai vale quanto è detto di Israele esule in via di liberazione: nessuno è più abbandonato, devastato; Dio si compiace dell'umanità e si lega ad essa, dal momento che nell'umanità assume la vita terrena il Figlio suo generato dall'eternità. Nel Verbo incarnato l'umanità è sposata dal suo Creatore.


Il Natale come grazia

In tutto questo l'uomo non ha merito alcuno: tutta una genealogia precede Gesù di Nazaret e lo inserisce nella linea di Davide e di Abramo; egli nasce da una donna, Maria, tuttavia il principio della sua apparizione è lo Spirito Santo.
La maternità viene dalla potenza di Dio, per la quale la verginità diviene feconda, viene quindi dalla grazia cioè dall'amore.
Dio è con noi non perché siamo riusciti ad attrarlo: manca ogni nostra benemerenza.
E' tema natalizio ricorrente nelle letture bibliche. "E' apparsa la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini"; "Quando si sono manifestati la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini, egli ci ha salvati non in virtù di opere di giustizia da noi compiute, ma per sua misericordia".
 

Uomini che Dio ama

Una misericordia universale: ogni uomo che veda la luce ne è il termine, prima di ogni sua validità; o meglio: ogni valore dell'uomo deriva dal fatto di essere scelto da Dio, voluto semplicemente da lui, per pura carità. "Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo e si è incarnato".
Nessuno amerà mai un uomo con l'intensità con cui Dio lo ama. E' tempo, quello natalizio, per ripensarci, e allora si ravviva la carità; e anche si riaccende il sentimento della presenza e della compagnia di Dio nelle nostre singole esistenze, facilmente esposte a richiudersi nell'avvilimento e nella solitudine; talora persino a lasciarsi sopraffare dalla coscienza del peccato, per la dimenticanza che nel Natale di Cristo siamo redenti e giustificati, che siamo uomini "che Dio ama".


  Avviene il "mirabile scambio" con Dio: la nostra umanità peccatrice si innesta sulla sua, innocente, e l'uomo si trova rigenerato a immagine del Figlio, partecipe della sua dignità e della sua vita immortale.
E' detto in un'orazione: "Cristo ha innalzato l'uomo accanto a te nella gloria".

Nella nostra miopia e nella nostra meschina volontà di professarci autonomi, giungiamo talora a sentire Dio come un rivale, in una possibile conflittualità, quasi che Dio sia geloso della nostra riuscita, dal quale stare in guardia o a cui dare e riconoscere lo stretto necessario: è una visione "atea" di Dio. Dio è per la riuscita dell'uomo, che gli sta a cuore come figlio in Gesù Cristo.

Predicassimo questo vangelo, credendoci per davvero e con la certezza che è un messaggio a cui per sua vocazione ogni uomo è disposto, i nostri problemi umani si risolverebbero e ci troveremmo riconciliati.
Sembra che qua e là si arrossisca un poco a proporre i misteri principali della fede, a iniziare coraggiosamente ad essi; poi ci si lamenta che è scaduto il senso del peccato. Ma il senso del peccato è dato solo dalla Parola di Dio e dalla fede.
 
 


L'umiltà di Dio

Il Figlio di Dio si avvicina all'uomo - assume la natura umana - nell'umiltà: non in una forza misurata secondo i criteri terreni.
Il segno della sovranità è sulle spalle di un bambino. "Un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia" i pastori vanno a trovare e ad ammirare su l'invito degli angeli.
La "grande gioia", il "Salvatore che è il Cristo Signore", è qui, in questa povertà e in questo nascondimento; e dei pastori, come simbolo di chi ha il cuore disponibile, lo possono incontrare.
La rivelazione di Natale incomincia a spegnersi quando ci si accosti a giudicare secondo la sapienza e la potenza di questo mondo: "Beata infanzia - esclamava il cistercense Guerrico d'Igny - dove l'infermità e la semplicità è più forte e più sapiente di tutti gli uomini. Sacra e dolce infanzia, che hai ridonato agli uomini la vera innocenza, e per la quale ogni età ritorna all'infanzia beata e diviene simile a te, non per l'esiguità delle membra, ma per l'umiltà dello spirito e la bontà della vita".
Il Natale è il capolavoro dell'"arte della misericordia": "L'arte della misericordia - è ancora Guerrico che parla così - ha unito insieme la beatitudine di Dio e la miseria dell'uomo, così che, in un mistero di unità, grazie alla risurrezione, la beatitudine assorbisse la miseria, la vita inghiottisse la morte e tutto l'uomo glorificato entrasse a condividere la natura di Dio.
Nascendo per opera dello Spirito Santo, immacolato dall'immacolata, Cristo purificava i nostri peccati d'origine e istituiva il sacramento della nuova rinascita".
Così sul Natale viene già a profilarsi la Pasqua, dove sarà compiuta l'umiltà di Dio e la nostra redenzione.
Il Natale è dunque - prosegue Guerrico - "un mistero stupendo: è redenzione dei pii; gloria degli umili, giudizio degli empi, rovina dei superbi.
Se non sei arrogante verso la misericordia non devi aver paura del giudizio. E' fonte di dolcezza e di gusto pensare e ripensare al Dio fanciullo: non c'è nulla di più potente e di più efficace per guarire, addolcire e lenire i residui, i rancori, l'amarezza delle parole, l'asprezza della condotta".


"Dio da Dio"

Mentre riconosce l'umanità del Signore, il Natale è insieme confessione della sua divinità.
Egli è colui che discende: la straordinaria novità è che Gesù di Nazaret sia il Figlio di Dio, il "Dio vero da Dio vero", il Verbo che si fa carne.
Non dobbiamo smarrire che la Natività parte dal Padre, dalla sua attiva generazione nei confronti del Verbo, di Colui che è "l'irradiazione della sua gloria". E' questo "l'avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere", che ha mosso verso Betlemme i pastori, e che ha attratto e appassionato la fede e la teologia della Chiesa. E per questo che la preghiera natalizia si fa ammirazione e stupore.
"Concedi, o Dio, alla tua Chiesa di conoscere con fede le profondità del tuo mistero". Senza la fede le discussioni deviano o incrinano e annebbiano la certezza: allora si riconosce a Cristo una certa divinità, ma così stentatamente che è più una risultanza dell'uomo e una esaltazione della sua umanità.
L'arianesimo, l'ammissione e l'elogio di un "Logos" che non sia il Figlio consostanziale al Padre, è la tentazione ricorrente, che però svuoterebbe la redenzione lascerebbe Dio come chiuso in se stesso.
C'è oggi un'esegesi biblica e una critica della tradizione dottrinale della Chiesa che impensierisce: con il motivo dell'attualità del linguaggio, del suo rifacimento, delle esigenze della cultura, della promozione dello storico e dell'umano si lascia troppo in ombra la verità fondamentale della professione cristiana, che il "Verbo, che era Dio, si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi".
E' quello che dobbiamo proclamare. E' il vero annunzio. Vale per la Chiesa e per i suoi predicatori e teologi quanto proclamava Isaia: "Come sono belli sui monti i piedi del messaggero di lieti annunzi": il ritorno dell'umanità, la consolazione del popolo, la salvezza per tutti i confini della terra, è l'Unigenito del Padre che si fa uomo e procura all'umanità "grazia su grazia".
All'esperienza dei discepoli la divinità di Gesù si rivelerà a poco a poco, si lascerà come sfuggire dalle pieghe della sua umanità, ma arriveranno a confessarla, e riconosceranno che essa c'era all'inizio. Perciò attendiamo che Cristo ci comunichi "il dono della sua vita immortale".


La pratica del Natale

Un'ultima considerazione: sulla pratica del Natale. Il mistero deve farsi storia in noi; la grazia sollecita la rispondenza.
La liturgia non ci permette di restare nell'astratto, nell' "in sé". domanda di essere tradotta in noi, di "testimoniare nella vita l'annunzio della salvezza". Di far risplendere "nelle opere il mistero della fede".
E' l'ammonimento che troviamo in Paolo, dopo la riconoscenza dell'amore divino che ci ha gratuitamente salvati. Adesso dobbiamo "rinnegare l'empietà e i desideri mondani, e vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo".
Ognuno trova in sé quanto stride e dissente rispetto alla propria dignità di figlio di Dio.
Trova la trascuratezza della lode a lui che così ci ha redenti; l'avidità che pensa solo a sé e non spartisce nulla, quando dio ci ha regalato la sua vita divina; l'orgoglio che disprezza gli altri, quando Dio ha scelto la piccolezza.

Non è spenta la voce limpida e forte di leone Magno, il Dottore del Natale: "Riconosci, cristiano, la tua dignità: reso partecipe della natura divina, non voler tornare all'abiezione di un tempo con una condotta indegna".
Possiamo concludere con Paul Claudel, il poeta teologo dell'anno liturgico: "Oggi il Verbo incomincia in noi, come ha cominciato in Dio nel Principio! O grazia che supera la colpa! Compimento che trascende la promessa! Anime gementi dicono: O figlio mio, tu sei arrivato! L'alba già biancheggia sul deserto di questo giorno, che non tramonterà mai più, inizio del nostro primo giorno cristiano, l'anno Primo della grazia e della nostra salvezza" (Chante de marche de Noël).





da:Inos Biffi, Nel giorno del Signore. Commento alla Liturgia domenicale e festiva. Anno C
Edizioni Piemme 1985 - Editrice Ancora 1985, pg. 35-38

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