TEMPO LITURGICO
   
 

Il Tempo di Avvento

Lo Spirito e la Vergine Madre - IV domenica

 

Michea 5,1-1; Salmo 70; Ebrei 10,5-10; Luca 1,39-45


Alle origini della Natività del Signore e quindi della nostra salvezza non sta la nostra possibilità abile e geniale; il mondo della grazie, che è il mondo attuale scelto da Dio, nasce dal dono del Padre, dalla volontà di Gesù Cristo e dalla potenza dello Spirito, che istituiscono la storia sacra, danno voce ai profeti, sostanziano l'attesa, là dove sorge e si apre l'ambito della fede.


La redenzione: venuta libera e graziosa di Gesù

La redenzione non è un raggiungimento ma una venuta libera e graziosa di Gesù.
E' la lettura del mistero di Cristo, colto, si potrebbe dire, là dove radicalmente si "capisce" il Natale: l'intimo della Trinità, la relazione del Figlio con il Padre, il suo amore per lui, l'adesione alla sua volontà.
Ciò che vale a significare questo amore, a esprimere il gradimento di Dio, a togliere i peccati, non sono le varie offerte e i diversi sacrifici dell'Antica Alleanza - e noi potremmo aggiungere: le offerte e i sacrifici delle differenti epoche dell'uomo nei luoghi più svariati.
Questo insieme di vittime in se stesso è impotente ed estenuabile. Quello che importa e che conta è "l'offerta del corpo di Gesù Cristo", il dono della sua vita, la sua consegna non costretta ma spontanea e quindi amorosa, il suo consenso a fare il volere del Padre.
Il "corpo" di Gesù è la sua esistenza quale è costituita e visibile nell'umanità: egli la presenta al Padre come sacrificio "nuovo", efficace, personale, maturato sulla "volontà".
Per ciò - osserva l'autore della stupenda Lettera agli Ebrei - "per quella volontà noi siamo stati santificati": "per quell'offerta del corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per tutte".
Bisogna nella contemplazione del mistero dell'incarnazione, nella meditazione natalizia, risalire a questo "inizio": la volontà di Gesù, che è carità.
Allora ci sentiamo inseriti in quella volontà che non è violentata, ma si dispone alla tradizione di sé.
Ci sentiamo salvati perché il Signore - in antitesi alla pretenziosa autocompiacenza e ribelle autoesaltazione di Adamo - ha detto di "sì" a Dio, a partire dalla propria libertà e decisione: "Io vengo".


  Il Natale di Gesù presagio della croce

Così, il Figlio di Dio in mezzo a noi è testimonianza di amore singolare e assoluto: egli viene a noi prima che noi siamo in grado di andare a lui.

Lo sottolineiamo anche di fronte a un modo di concepire l'incarnazione come fosse il salire dell'uomo, il suo tendersi "dal basso": è l'equivoco di una certa dottrina su Gesù Cristo che si sente a disagio a concepirla come venuta dal cielo, esito di un movimento - se è lecito usare l'immagine - "discendente". Eppure è soltanto originariamente così.
Certo senza pregiudizio all'umanità del Figlio di Dio, al suo crescere in comunione con gli uomini, essendo "vero" il "corpo" cioè l'umanità di Gesù. La terra germoglia il Salvatore, ma la rugiada è stillata dall'alto.

Fuori dall'immagine: è necessaria la presenza dello Spirito di Dio. Ma prima di parlare dello Spirito fermiamoci a un altro rilievo: nel natale di Gesù. che matura sulla sua volontà di donarsi, intravvediamo già il compimento della croce. Gesù nasce per offrirsi al Padre: il suo sacrificio è iscritto nel senso della sua umanità; in esso noi verremo redenti.

La venuta, che diventa visibile nella natività, è proseguita sul Calvario per divenire gloriosa risurrezione.
Occorre collegare i misteri della vita del signore, e aver già a Natale il presagio della Pasqua, dove perfettamente Gesù sarà "sarà lui stesso la pace", ossia la pacificazione redentiva, e non solo per Israele ma per tutta l'umanità che si lascerà pascere da colui che è uscito dalla piccolezza di Betlemme.
 
 
Credere significa affidarsi a Dio

Non solo Betlemme è "piccola" nei confronti della venuta del Figlio di Dio: lo è la condizione dell'uomo nella quale è la fora di Dio a operare.
per essa la sterilità diventa feconda come in Elisabetta, mentre nella non-conoscenza dell'uomo (la verginità di Maria) fiorisce la maternità.
Giovanni e Gesù, nel grembo delle madri, proclamano lo Spirito e la sua gratuità. Maria singolarmente è "colei che ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore".
Siamo riportati alla fede: credere è affidarsi a Dio, rendersi disponibili alla sua azione vincendo la diffidenza e la superbia. Vuol dire diventare segni della potenza di Dio e dei suoi miracoli, ed essere portatori dello Spirito.
Il credente è uno che "benedice" ed è "benedetti". "Benedice": cioè riconosce e magnifica il disegno divino e i gesti mirabili che lo compongono.
Elisabetta proclama la benedizione di Maria: trova in lei l'espressione di quel meraviglioso piano di misericordia, l'avverte come termine della scelta di Dio, della sua ricchezza di grazia.
La stessa madre di Giovanni benedice "il frutto del grembo" di Maria, il Signore, che è il motivo della storia dell'amore e della liberazione.


Il mistero della visitazione

Il mistero della visitazione, o dell'incontro, è questo elogio e questa benedizione per la grazia; è il mistero della gioia messianica, della soddisfazione delle promesse. E', ancora, il mistero dello Spirito che si comunica e che dice l'iniziativa e l'energia di Dio nella fede dell'uomo. E' l'elogio della maternità: che diventa tradizione di salvezza, sorgente di vita.
Quella di Elisabetta, se precede cronologicamente, viene in secondo luogo: è il saluto di Maria e, di più, la sua presenza che fa sussultare ed esultare di gioia il bambino nel grembo della sposa di Zaccaria, poiché il Signore è il motivo di tutto. Egli dà senso a ogni maternità da che, Figlio di Dio, nasce nel grembo di una donna.
Ma la visitazione è anche l'incontro - silenzioso e pure efficace e percepibile - del Messia e del suo precursore, della profezia e dell'attesa con la realtà.
Lo Spirito di Cristo inaugura la sua opera, e Giovanni Battista presenterà Gesù di Nazaret come Colui che battezzerà nello Spirito: dal grembo della madre, per la premurosa visitazione di Maria, Giovanni già incomincia a riceverlo.
La visitazione è pervasa infatti dalla premurosità: "Maria raggiunge in fretta una città di Giuda"; mossa dallo Spirito che operava nella sua fede, e dal Figlio che già era apparso nel suo grembo verginale.


Maria e la Chiesa: termine dell'azione dello Spirito Santo


Due orazioni interpretano felicemente i sentimenti di questa domenica e le sue letture.
La prima orazione, ben conosciuta, ci presenta il mistero della salvezza nella sua sintesi e compiutezza: incarnazione, passione, morte e risurrezione.
Abitualmente accostiamo questa preghiera all'Angelus: "Infondi nel nostro spirito la tua grazia, Signore; tu che all'annuncio dell'angelo ci hai rivelato l'incarnazione del tuo Figlio, per la sua passione e la sua croce guidaci alla gloria della risurrezione".
Gli eventi fondamentali della salvezza sono ricordati tutti, e il Natale prende subito il suo significato redentivo e il suo valore di carità portato all'ultimo:
Un'altra ricca orazione ricorre alla presentazione dei doni. Essa ci fa capire l'eucaristia nella linea della gratuità dell'incarnazione.
Come la vergine Maria dà alla luce il Figlio "per opera dello Spirito Santo" e non per l'azione di un uomo, così, per l'identica opera la chiesa può avere e offrire il corpo del Signore.
Anche adesso, senza lo Spirito non si può avere Gesù Cristo e la sua presenza reale.
La transustanziazione è ministero, servizio della Chiesa, ma la sua origine è lo Spirito Santo, che ieri agiva in Maria e adesso agisce nella Chiesa.
Questa riceve sempre come dono Gesù, il suo corpo, e non mai come frutto del proprio potere: "Accogli, o Dio - dice questa preghiera - i doni che ti presentiamo all'altare e consacrali con il tuo Spirito, che ha riempito con la sua potenza il grembo della vergine Maria".
Maria e la chiesa - ma in realtà Maria è la Chiesa, sua "porzione" integrante e singolare - sono identicamente termine dell'azione e della grazia dello Spirito Santo, per il quale Maria è madre e lo è la Chiesa.
Occorre attenzione e finezza in questo campo dell'impiego delle analogie e delle sue immagini; bisogna essere sensibili ai passaggi che la verità impone, come verità divina, che si presenta con ricchezza multiforme e leggi sue che si associano e si intersecano.
Posto questo modo di esegesi del mistero di Dio in cristo Gesù, ci sembra giusto accostare l'incarnazione e l'eucaristia, la maternità di Maria e la maternità della Chiesa, il momento dell'epliclesi e quello dello Spirito che viene sopra la Vergine.


L'"ineffabile amore"

Con un tratto particolarmente riuscito il prefazio ricorda il filo della storia della salvezza - la linea profetica e rappresentativa dell'attesa - di cui Maria è l'arrivo, mentre Giovanni ha l'ufficio di dichiarare venuto il Messia e di indicarlo "presente nel mondo".
Di Maria si dice: "l'attese e lo portò in grembo con ineffabile amore": Maria è la regina dei patriarchi e dei profeti; ne riassume l'aspettazione e il desiderio con la sua fede e con il suo amore, detto "ineffabile". Se una Madre sperimenta tutta la dolcezza d'avere in grembo un figlio, Maria provò, più di tutte, questa gioia d'avere il Figlio di Dio e figlio suo, come frutto più prezioso e più aspettato. Con lei partorisce la donna che doveva partorire - come aveva annunziato Michea -.
Questo dice a noi che dobbiamo affidarci a Gesù Cristo e amarlo, perché la nostra salvezza è il risultato del suo amore.
La redenzione avviene come evento di amore, prima di tutto divino, perché Dio ci ama impensabilmente, per primo; e poi perché noi accogliamo questo amore.
L'irredenzione è sempre il fatto della diffidenza e della chiusura dell'io in se stesso, dell'autousufruzione e della vana autosufficienza, convinta di bastare a se stessa.


Prepararsi al Natale con la preghiera

Torniamo alla preghiera della Chiesa, in cui sono riflessi gli accenti e lo spirito della Parola di Dio. Il seguito del prefazio domanda che il Signore, il quale "ci dona di prepararci con gioia al mistero del suo Natale, ci trovi vigilanti nella preghiera, esultanti nella sua lode".
Ma la gioia della preparazione non è quella superficialmente diffusa dal clima natalizio, che è come un residuo dell'origine o del volto della natività cristiana in una società pagana. E' la gioia che viene sapendo che il natale è il nostro riscatto, è la partecipazione di Dio alla nostra umanità, è la cancellazione del peccato, la vita nuova, che Dio ha infuso in noi.
C'è poi l'accenno alla vigilanza: per non lasciarci attrarre e incantare fuori dell'intelligenza e dell'esperienza del mistero di Gesù, che è Dio vicino a noi, c'è ancora l'invito alla preghiera: chi prega è vigile perché attende sempre il Signore; la preghiera è lode, e chi loda Dio esulta, è contento.
Infine dà contenuto alla nostra meditazione l'ultima orazione della liturgia, quella che eleviamo una volta fatta la comunione. Domandiamo la crescita del nostro fervore in proporzione all'appressarsi della memoria natalizia: "il gran giorno della nostra salvezza", che non è passato, nel tempo, perché la grazia del natale permane e fa la nostra grazia e salvezza attuali. Veramente non basta il passare dei giorni: al Natale ci avviciniamo con il fervore del cuore.





da: Inos Biffi, Nel giorno del Signore. Commento alla Liturgia domenicale e festiva. Anno C
Edizioni Piemme 1985 - Editrice Ancora 1985, pg. 27-32

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