TEMPO LITURGICO
   
 

Il Tempo di Avvento

La conversione e la gioia - III domenica

 

Sofonia 3,14-18; Salmo Is 12,2-6; Filippesi 4,4-7; Luca 3,10-18


La liturgia eucaristica propone sempre tutto il mistero della salvezza, anche se, specialmente nei tempi forti, risaltano gli accenti particolari che li distinguono. All'interno, poi, di un tempo forte - che si distende sempre per un tratto prolungato - i temi presentati non si succedono separatamente.
Così, il messaggio e i motivi di Avvento ricorrono quasi identici nelle sue varie domeniche. Più che di novità si tratta di approfondimento e di progressiva assimilazione.
La liturgia non teme la ripetizione o la "monotonia"; non è tormentata dall'assillo della novità o della creatività testuale, ben consapevole che la novità vera è sul piano della realtà, cioè di Gesù Cristo - che è sempre nuovo - e della nostra anima, che deve portare efficacemente i segni della vita nuova.
Possiamo però fissare come due argomenti specialmente rilevanti in questa terza domenica di Avvento: anzitutto la conversione; e poi la gioia.


Una condotta rinnovata

La predicazione di Giovanni non intendeva risolversi in un annunzio che informasse dell'imminente venuta di Chi era più grande di lui, però lasciando la condotta intatta, come prima. Bisognava disporre il cuore e quindi occorreva cambiare vita.
Le folle interrogano Giovanni - è detto nel Vangelo di Luca - su che cosa debbano "fare". A quel livello incominciava la preparazione e quindi la capacità di riconoscere il Messia. Si direbbe che il profeta schietto e lucido del deserto rifugga dalle sottili disquisizioni astratte e punti al concreto, al semplice, all'evidente e circostanziato.
La predicazione della "buona novella", che egli già inizia, ha subito le sue chiare ripercussioni: nella carità, nella giustizia, nel rispetto del prossimo: un'insistenza e un primato della carità, come condizione per ricevere il Messia, per essere in sintonia.
Anche oggi non basta la scienza per seguire Gesù Cristo e individuare in lui il Figlio di Dio e il Salvatore: è necessaria la scienza - o l conoscenza della Parola di Dio - e accanto a questa l'amore, che svuotando il cuore dall'ingombro dell'egoismo, ci fa "accorgere" di Gesù Cristo.
Mette conto di tornare un attimo con attenzione più esplicita alle risposte di Giovanni Battista: egli richiede la spartizione e l'uguaglianza, l'esercizio degli impieghi pubblici con onestà, con intenzione di servire il bene comune, non il proprio interesse, senza profittazione ed esosità, senza fare del potere un mezzo di violenza, di intimidazione ed estorsione. Sono le tentazioni e i peccati di sempre, di ieri e di oggi.


  Il frumento e la pula

Giovanni proclama la "buona novella", l'evento che è motivo di gioia: cioè la venuta di uno dopo di lui - e rispetto al quale egli si sente sommamente indegno - che porterà in dono lo Spirito.
Lo Spirito e il fuoco - precisa il Battista -: evocazione e immagine questo fuoco del giudizio radicale. Non c'è antitesi tra Spirito Santo e fuoco: poiché lo Spirito di Gesù rinnoverà l'uomo dall'intimo del cuore, lo purificherà dalla colpa, lo ricreerà come un essere libero.
Giovanni, per parte sua, sottolinea il vigore di quel giudizio: l'aia pulita, il grano raccolto e la pula bruciata annunziano che il tempo che sta per venire non va preso con leggerezza e superficialità, che l'inconsistenza non potrà resistervi e la doppiezza sarà smascherata.


Attualità del "fuoco"


Anche a questo riguardo non è cambiato nulla, e la monizione di Giovanni non ha perduto attualità. Disporsi alla memoria natalizia e, più ancora, all'ultimo avvento vuol dire collocare la nostra vita sulla valutazione del vangelo: che è misericordia e verità, affidamento e sforzo, fede e opere, grazia e libertà.
La grazia non deprime e non annulla l'impegno; non induce all'acquiescenza di chi può continuare tranquillamente come prima, come se il Signore non fosse venuto a predicare la conversione, a infondere la capacità per attuarla, e a giudicare le nostre azioni.
Gesù stesso avrà parole non accondiscendenti verso chi sarà trovato senza la veste nuziale o chi non lo avrà riconosciuto con l'esercizio della carità nelle sembianze del prossimo, con i suoi bisogni.
Edulcorare questo medesimo giudizio, riporre tra i fantasmi o i residui dell'archeologia sacra il "fuoco inestinguibile", sia di Giovanni sia di Gesù Cristo, significherebbe banalizzare la redenzione e la vita dell'uomo, mortificarne il libero arbitrio e la dignità.
 
 
L'allegrezza nel Signore

Insieme con l'appello alla conversione la liturgia d'Avvento in questa terza domenica ci riporta il motivo della gioia. La sua ragione è la presenza di Dio in mezzo a noi. Lo ridice il profeta Sofonia: "Gioisci, esulta, rallegrati, non temere, non lasciarti cadere le braccia": "Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un salvatore potente".
E' l'origine della gioia per Israele, dal momento che Dio non era distaccato e lontano, solo rappresentabile in immagini vane; non era la risultanza di un difficile ed eccezionale ragionamento, proprio dei filosofi.
Dio è in mezzo a Israele con l'elezione, l'alleanza, la provvidenza mirabile e misericordiosa; con la legge e i profeti, con la prova della purificazione e la forza della redenzione e del perdono.
Israele sente Dio vicino, l'Emmanuele, che "rinnova con il suo amore". Questa espressione è densa di significato: Dio rinnova perché ama, rifà la sua creatura perché su di essa si volge il suo affetto.


Gesù Cristo è vicino
Quello che già avviene ed è oggetto di esperienza per Israele diventa realtà compiuta con la venuta di Gesù Cristo.
L'esortazione all'allegrezza da parte di Paolo alla sua comunità di Filippi trova il fondamento nella prossimità di Gesù Cristo; con questa tale vicinanza raggiunge la pienezza impensabile dell'Incarnazione. La vicinanza è allora comunione nella natura e nella storia umana, assunzione da parte del Figlio di Dio - "Dio vero da Dio vero" - della nostra visibilità, sensibilità e temporalità. Ci si fa incontro Dio nel nostro tempo e nel nostro spazio, nei confini del nostro limite e nel perimetro della nostra fragilità.
Questa prossimità - almeno in alcuni momenti di particolare riflessione e grazia - ci sorprende fin quasi all'incredulità. Si tratta di concludere la nostra grande crisi nella certezza che veramente, non puro in simbolo, il Figlio di Dio si è fatto uomo.
La difficoltà - che talora è inquietudine e dubbio primo - sta nell'accogliere la verità del Verbo, "che per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo, e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della vergine Maria e si è fatto uomo.


Affabilità e pace


Da questa prossimità nasce l'allegrezza: "Rallegratevi nel Signore"; nasce l'espressione esteriore e pratica di questa allegrezza che è l'"affabilità", come comunicazione di questa gioia cristiana, di questa serenità evangelica.
Spesso la rozzezza, la spigolosità verso gli altri, denotano il disagio interiore, l'insoddisfazione dello spirito, che facciamo sopportare al prossimo, come bersaglio delle nostre irriuscite.
Sempre dalla vicinanza del Signore - raffigurabile nella natività che stiamo per celebrare - è reso possibile il superamento dell'angustia, che è il contraccolpo naturale delle delusioni, della mancanza di quello che aspettavamo e non ci viene dato, delle necessità che non riusciamo a saturare, oppure dei vari generi di fastidi che ci affliggono. San Paolo giunge a dire: "Non angustiatevi per nulla": è la condizione di chi ha una tale fede, una così viva percezione della ricchezza che essa rappresenta, che niente più lo agita.
Questa condizione non è certamente sottratta ai bisogni, ma quando questi sopravvengono, il ricorso primo è la preghiera: "Esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti". E' arduo concepire come questo stato sia effettivamente possibile, ma perché è arduo concepire un santo, che condivida fino in fondo il realismo scombinato della nostra vita quotidiana e pure lo componga in una sintesi nuova.
In breve: per un credente sul serio il Signore vicino è qualcuno che è più concreto e più reale di tutto il resto.
Da qui la pace: "la pace di Dio - come la chiama l'apostolo - che sorpassa ogni intelligenza": che non è razionalmente immaginabile, né attingibile; la pace che è la grazia di Dio, che custodisce "il cuore e i pensieri in Gesù Cristo". Ossia tutta la vita; le sue vicende, le sue manifestazioni, tutti i suoi momenti.
Questa pace la intendiamo abitualmente come un traguardo: ma prima va considerata come un inizio, un dato, di cui renderci consapevoli. Non vi può arrivare il nostro sforzo, ma il nostro consenso al dono e alla possibilità che ci precede.


Funzione del tempo liturgico

La stagione liturgica dell'Avvento e il tempo sacro del Natale intanto richiamano a questo inizio e a questo dato: lo ravvivano alla nostra memoria, come spolverandola e riaccendendovi la coscienza del Signore vicino.
L'anno liturgico ha questa prerogativa: di spingerci a superare la monotonia dei giorni, facendo emergervi la novità di Gesù Cristo e dei suoi misteri.
Ci offre delle mete, inserite nel tempo e pure trascendenti. E' sintomatica la prima preghiera di questa domenica: "Guarda, o Padre, il tuo popolo, che attende con fede il Natale del Signore, e fa' che giunga a celebrare con rinnovata esultanza il grande mistero della salvezza".
Il mistero è antico, ci precede, ma non è invecchiato; e nuova è la gioia, nel celebrarlo, il che vuol dire nel riviverlo, innestarlo nelle nostre giornate, nel loro ritmo.
Per sua natura l'uomo è un essere di desiderio, teso all'aspettazione, i cui oggetti spesso sfumano dando luogo all'abbattimento: il Natale atteso sicuramente viene, appuntamento di Dio nel tempo, di cui è il Signore.
Cedendo un poco all'immagine, ma non alla fantasia: le feste sono sicure, infallibili presenze di grazia nelle nostre regioni del tempo e dello spazio; se abbiamo fede sicuramente ci entriamo e ne usufruiamo.


Eucaristia: conversione, gioia

Ma sempre al principio di ogni nostra possibilità sta l'eucaristia. Le altre due orazioni di questa messa ce la presentano come forza per la conversione e come genesi di gioia.
Domandiamo che l'offerta del sacrificio della croce nell'eucaristia renda "efficace in noi l'opera della salvezza". L'opera della salvezza è efficace quando la nostra condotta è trasformata sul modello di quella di cristo; più precisamente: quando la carità della croce,. l'amore fraterno di Cristo in essa vissuto e dimostrato, diventa nostro.
La conversione nei suoi termini ultimi è carità, un modo nuovo di vivere, in cui avvenga la spartizione del nostro essere. Così la conversione predicata da Giovanni ci è offerta come possibilità dell'eucaristia.
La preghiera dopo la comunione chiede che la forza del sacramento "ci liberi dal peccato e ci prepari alle feste ormai vicine". L'ostacolo assoluto alla gioia è il peccato, l'ingrovigliamento in esso, che diffonde tristezza. Liberarcene è per ciò stesso essere nella gioia. E, l'eucaristia ce ne libera, perché ci rende partecipi della carità di Gesù Cristo, ci dà l'esperienza della'more.
chi ama è nella gioia; incontriamo la tristezza ogni volta che ci ripieghiamo in noi, con la preoccupazione unica o prevalente dell'io e della sua compiacenza.
L'eucaristia ci fa uscire da noi, dai comportamenti che ci legano. Così ci apre l'anima alla festività





da: Inos Biffi, Nel giorno del Signore. Commento alla Liturgia domenicale e festiva. Anno C
Edizioni Piemme 1985 - Editrice Ancora 1985, pg. 23-27
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