TEMPO LITURGICO

  Il Tempo di Avvento
"Irreprensibili per il giorno di Cristo" - II domenica Baruc 5,1-9; Salmo 125; Filippesi 1,4-6.8-11; Luca 3,1-6


Non è il passare del tempo che ci avvina a Gesù Cristo, al suo "Giorno", ma la conversione del cuore. Il calendario del mondo può registrare un avanzamento; il calendario di Dio invece un regresso.
a voce austera di Giovanni il Battista; l'esortazione di Paolo; l'orazione della Chiesa oggi ci presentano l'Avvento - che è poi il simbolo di tutta la vita - come tempo di impegno e di opere.


La voce del Battista

L'evangelista Luca offre alla comparsa di Giovanni, figlio di Zaccaria, un contesto solenne. Questo poteva essere - ed era infatti - indifferente, ma all'evangelista premeva situare concretamente, come evento storico, la discesa della "Parola" sul Battista.
La salvezza, immediatamente, incominciava allora, e Giovanni a motivo di quella Parola non era da meno di Tiberio Cesare, di Ponzio Pilato, di Erode e degli altri, che il giudizio umano definiva grandi. Solo che occorreva la fede, la percezione del disegno divino, per avvertirne l'avvenimento sul più grande dei profeti.
E' cos' anche adesso: la facoltà del giudizio secondo Dio, della valutazione esatta e obiettiva, è data dalla fede, che da un lato relativizza e dall'altro sa cogliere in conformità con l'esatta misura.


Grazie e preparazione

La Parola di Dio, scesa su Giovanni, diviene un ammonimento severo: predica "un battesimo di penitenza". Vuol dire: suscita la coscienza della necessità di un capovolgimento della vita, di una sua revisione, della quale l'immersione nell'acqua è come il segno. Si tratta di un lavacro laborioso, di una condizione essenziale per poter "vedere la salvezza di Dio". Certamente questa è un dono di Dio che nella sottolineata prospettiva di Luca è riservata a tutti gli uomini.
La salvezza è gratuità e intervento di liberazione che viene dal Signore.
Lo proclama la prima lettura, da Baruc, che alla condizione della schiavitù ridice il messaggio della redenzione.
Gerusalemme è iniviata alla gioia, perché l'esilio finisce: è Dio che riconduce e così manifesta la sua pietà, è lui che toglie gli ostacoli al ritorno, perché è misericordioso e giusto - una giustizia che è la stessa misericordia -.
Giovanni Battista predica la venuta ormai di questo tempo e di questa pietà per tutti.
Così dobbiamo intendere la Natività di Gesù, la sua memoria nella celebrazione natalizia e alla fine, lo stesso "giorno di Cristo Gesù" - termine del mondo e nostro termine -: una liberazione, un'epifania di grazia.
  La parte dell'uomo

Ma Giovanni sottolinea la nostra parte, la parte dell'uomo. Dal deserto - quello vero, aspro e diuturno, dove si fa sentire la voce e la tentazione di Dio, ben diverso dal nostro deserto, che può divenire una moda e un linguaggio, un soggiorno d'elezione transitorio e aristocratico (e infatti in qualche caso è spesoso) - il profeta grida che dobbiamo preparare la via del Signore, raddrizzare i sentieri, perché il Signore possa passare e venire.
La salvezza è tutta grazia di Dio, e pure non ci dispensa dal nostro mutamento di vita, che è la conversione.
Valeva per quanti erano prossimi a vedere, ossia a fare l'esperienza della venuta del Messia; vale per noi, se non vogliamo che l'occorrenza del Natale ci trascorra vicina, ma prima di grazia, e, più ancora, che l'Avvento ultimo e irrepetibile ci sorprenda impreparati.
La voce di Giovanni non ha perduto attualità, perché il "giorno di Cristo Gesù" è imminente.
 

 

"I frutti di giustizia"

E' san Paolo che nel brano della Lettera ai Filippesi, riportato nella liturgia di questo giorno, parla più d'una volta del "giorno di Cristo Gesù", o del "giorno di Cristo".
Esso ci sovrasta, non necessariamente in senso cronologico, ma ben più profondamente e decisivamente: è il riferimento imprescindibile e assoluto; è il giudizio della nostra vita e del suo valore. Su questo giorno e nella sua attesa devono avvenire le nostre scelte.
L'apostolo esprime ai Filippesi la sua gioia constatando la loro "cooperazione alla diffusione del Vangelo". E' esattamente il senso del tempo che ci separa dalla venuta del Signore: fare in modo che il Vangelo si diffonda; ma prima di tutto in quanto è vissuto da noi. Questa è l'"opera buona", che Dio stesso "ha iniziato e che porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù".
Questa presenza divina è il motivo della nostra speranza: non siamo abbandonati a noi stessi, in un tempo vuoto. Colui che deve venire è già anche venuto, e ora è nei nostri giorni, come "il Signore" con la sua grazia e con il suo Spirito, così che la nostra esistenza porti frutto.
San Paolo prega in particolare perché la carità dei suoi fedeli "si arricchisca". Questa carità è la stessa vita cristiana, la quale, secondo l'apostolo, deve crescere diventando "conoscenza e discernimento".
Per lui sono strettamente uniti: il cristiano è autentico se sa essere illuminato, perspicuo, dotato della capacità di dare giudizi validi, secondo il Vangelo. Ossia: se sa distinguere quello che vi è conforme e quello che invece vi è dissonante; se è in grado - dice Paolo - di "distinguere sempre il meglio".
E' un dono singolare dello Spirito Santo questo del giudizio pertinente, oggettivo, che legge la volontà di Dio nelle situazioni, che avverte il bene e il male non sulla base del proprio gusto o della mentalità corrente del mondo.
La retorica dei segni dei tempi sta imperversando ancora: incominciamo a dire che essi sono gli indici non illusori del disegno divino: non perché tutti ne parlano, o siano di agevole interpretazione; per capirli bisogna essere dotati dello Spirito che infonde la sapienza, l'intelletto e il consiglio.



  Impegno illuminato nel mondo

Anche le orazioni di questa domenica si trovano in accordo con questo tema del discernimento evangelico, che dà alle cose esattamente il peso che hanno secondo Gesù Cristo.
La prima orazione domanda che " il nostro impegno nel mondo non ci ostacoli nel cammino verso il Figlio di Dio, ma la sapienza che viene dal cielo ci guidi alla comunione con il Cristo".
L'impegno nel mondo non è detto che sia per ciò stesso redentivo.
potrebbe essere deviante: quando il contenuto del mondo non coincida con quello di umanità redenta dalla morte del Signore; quando tale impegno non abbia l'avvedutezza del vero cristiano che scopre e si premunisce nei confronti dei pericoli, delle tentazioni, del male che il mondo presenta - a dispetto di un facile umanesimo -. Il discorso biblico e tradizionale cristiano sul demonio e sul peccato non hanno perso nulla della loro verità e attualità.
C'è una relazione, - diciamo la parola d'obbligo, così facinosa e confusa - c'è un dialogo con il mondo che in realtà ostacola il cammino verso Gesù Cristo, perché è compromesso con l'errore, partecipazione alla "furbizia" e all'ingiustizia del mondo, immanenza in esso senza ulteriore speranza, rigetto della croce come insensata e disturbante. In una parola sintetica: il dialogo è ostacolo se comporta l'assenza di quella carità nella quale Paolo voleva che i suoi fedeli crescessero.
Ma per avere questa percezione degli ostacoli e questa forza per aggirarli abbisogniamo della "sapienza celeste": della Parola di Dio, che giudica con una penetrazione della realtà e con una logica rispetto agli avvenimenti diversa, talora persino paradossale.
 
 

Sapienza dal cielo


"Viene dal cielo" questa sapienza: la riceviamo dal battesimo, con la fede; la sviluppiamo negli altri sacramenti, e poi con la preghiera, con l'esercizio della mortificazione cristiana.
In tal modo si crea una coscienza nuova e caratteristica, quasi una connaturalità, per cui il discepolo di Cristo non coincide con il mondo, e fa le proprie autonome scelte. O, come dice la preghiera dopo la comunione, valuta "con sapienza i beni della terra, nella continua ricerca di quelli del cielo".La versione italiana adesso è "sopportabile"! Sarebbe stato troppo rendere il "terrena despicere" con il "disprezzare le cose della terra", o con lo "svalutare", non farne oggetto di stima.
Con questo atteggiamento avemmo san benedetto, san Francesco, e più o meno tutti i santi, meno suscettibili al vocabolario e più preoccupati della verità delle cose.
Certo le cose del mondo non devono essere disprezzate, perché sono creature di Dio; e questo non siamo noi a scoprirlo oggi.
I santi, per parte loro, più si avvicinavano interiormente a Dio, più si raccoglievano in lui come Bene supremo, così che il bene delle creature perdeva di attrattiva, senza dire che essi non disprezzavano mai - al contrario! - che amavano l'uomo fraternamente, con la consistenza delle opere.


I beni del cielo

Ma è suggestiva e impegnativa questa stessa versione: "valutare con sapienza i beni della terra": il principio per il giudizio dei beni terreni è sempre il Vangelo, il punto di vista della salvezza: a tale considerazione se ne scopre o la verità, per cui si accolgono, o la malizia, per cui si rigettano.
Continua dev'essere invece la "ricerca dei beni del cielo": e i beni del cielo sono Gesù Cristo risorto, la comunione con la sua vita, "l'usufruizione" della Santissima Trinità. E' Dio come fine ultimo: beni che non sono poi così assolutamente trasferiti nell'eternità da non farsi incontro nell'esistenza terrena, sotto forma di pegno e di speranza.
C'è stato dopo il Concilio un tempo in cui si riteneva alienazione parlare dei "beni del cielo": si era deciso che "celeste" non richiamasse più nulla; lo si era deciso a nome del popolo di Dio. Fosse anche stato vero, l'annunzio della Parola di Dio avrebbe dovuto proclamare il contrario. Ma in realtà non era così; solo che qualche teologo o liturgista era infatuato della "morte di Dio": una parentesi pseudoteologica della quale non resterebbe che arrossire, e che è sparita, anche se non ha mancato di lasciare tracce secolaristiche nefaste. Per un credente in ogni modo i "beni del cielo" sono la realtà più concreta che ci sia. Il problema è di non perdere la fede.


Eucaristia e sapienza

La stessa ultima orazione della Messa domanda la grazia della sapienza evangelica all'eucaristia, la chiede come effetto del Pane di vita di cui ci siamo nutriti. Non sorprende: l'eucaristia è comunione intima, in un certo senso sponsale, con Gesù Cristo.
Essa induce in noi identità di sentimenti e di gusto, affinità di sensibilità. Vuol dire che crea e interiorizza il principio per valutare le cose della terra e soprattutto che dispone e alimenta il desiderio di una condivisione di vita con Cristo piena e perfetta. Una volta ancora l'eucaristia sacramento della speranza, perché dono già della presenza del Signore e della sua grazia.
In questo tempo di Avvento la comunione è la forza di prepararsi al "Giorno di Cristo": a un ricordo della Natività di Gesù che il tempo non cancelli subito, con la rapidità di una data, e alla visione della salvezza di dio, di cui parla Luca e che Giovanni annunziava a quanti avevano rettificati i sentieri, corretti gli orientamenti sbagliati, trattenuti i passi falsi.
Così la vita si ricolma "di quei frutti di giustizia" - per tornare a san paolo - "che si ottengono per mezzo di Gesù Cristo". Egli sta al termine dell'itinerario, ma insieme ci accompagna nel cammino.
Un cammino per noi sempre molto incerto nel quale, più che i frutti, appare - lo diciamo nell'orazione sulle offerte - "l'estrema povertà dei nostri meriti".
L'accompagnamento di Cristo, che è all'origine della nostra conversione, è precisamente l'"aiuto della misericordia che supplisce".




da: Inos Biffi, Nel giorno del Signore. Commento alla Liturgia domenicale e festiva. Anno C
Edizioni Piemme 1985 - Editrice Ancora 1985, pg. 18-23




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