TEMPO LITURGICO
   
 

Il Tempo di Quaresima

"Il mio regno non viene da questo mondo"

 

Il processo di Gesù davanti a Pilato, lo leggiamo secondo il racconto di Giovanni.
Prima di intraprendere l'analisi del brano, premettiamo qualche osservazione. Giovanni tipicizza, più esplicitamente degli altri evangelisti, i protagonisti.

Una prima premessa.
Sicuramente c'è un richiamo alla figura storica del giudeo, perché Gesù è stato condannato in Palestina, ma il giudeo assurge a figura dell'uomo religioso che, tuttavia, non è il vero credente, perché rifiuta la verità. Ci troviamo di fronte ai giudei che diventano i rappresentanti del mondo incredulo.

Lo stesso discorso vale per l'altra figura presente nel brano, quella di Pilato, il quale, nelle mani del narratore, diventa la figura del potere politico minata da una sua debolezza "strutturale". Non è il potere politico malvagio, ma il potere politico che ha in sé una ragione e una radice idolatrica. Lo stesso processo, che è un evento storico, si trasfigura e diventa simbolo del processo che percorre tutta la storia. In tutta la storia Gesù Cristo è sotto processo, è rifiutato dagli uni e dagli altri.

Giovanni, quindi, "gioca" con la storicità delle cose, dei personaggi per esplorare ed esporne il loro significato simbolico. Giovanni usa, per raggiungere lo scopo, una tecnica molto particolare e intelligente che, a volte, viene chiamata "ironia giovannea" e che consiste nel "rovesciamento" dei personaggi. I giudei sono costretti, davanti a Gesù, a rivelare la loro segreta idolatria, come anche Pilato è costretto a farlo. Se, a un certo livello, Gesù è il processato e gli altri sono i giudici, a un livello più profondo è Gesù che costringe gli altri a subire il processo e a rivelare se stessi.


 

Una seconda premessa.
E' la più importante: questo racconto del processo, che in Giovanni occupa un grandissimo spazio, quasi fosse la pagina più importante della passione, l'episodio che maggiormente rivela l'identità di Gesù, è costruito con la tecnica del chiasmo. Vale a dire: nel nostro caso il racconto è diviso in sette quadri, a parte una nota introduttiva e una nota conclusiva. In questo schema il primo quadro richiama l'ultimo, il secondo il sesto, il terzo il quinto. La scena madre, quella centrale, è, dunque, la quarta. Una simile struttura, che non ci deve sorprendere perché è frequente in questo tipo di letteratura (ma è usata spesso, per esempio, anche nelle cerimonie liturgiche o in quelle militari), consente di mettere ordine nel racconto, permettendo al narratore di collocare al centro la figura o il passaggio del racconto che ritiene fondamentale. Tutti gli altri quadri sono funzionali a quello centrale, avendo lo scopo di chiarire ed evidenziare la scena madre. Nel nostro caso, la scena centrale è quella degli insulti dove Gesù è vestito da re da burla.

Inoltre, utilizzando la struttura chiasmica, il narratore ha l'opportunità di ribadire due volte ciò che gli interessa, nel nostro racconto: l'innocenza di Gesù.

L'evangelista, con intelligenza narrativa veramente notevole, approfitta della situazione spazio-temporale, in cui avviene il processo, utilizzandola a suo vantaggio: poiché il giorno seguente era giorno di festa, i giudei non potevano entrare nell'aula del tribunale, perché luogo pagano, per non contrarre un'impurità rituale, così il narratore colloca i giudei fuori dal tribunale, Gesù dentro e Pilato che va avanti e indietro facendo da intermediario, da navetta. Seguendo il movimento dell'entrare e dell'uscire di Pilato, si delimitano i contorni dei sette quadri. Ciò permette al narratore di sottolineare il fatto che Gesù non parla più con i giudei, né i giudei con Gesù: il dialogo, ormai, è definitivamente interrotto. Dal punto di vista artistico è, dunque, una scena bellissima, costruita con grande abilità, un vero capolavoro letterario.

 

 

 

Con queste premesse, si può passare alla lettura del testo.

Allora Gesù fu condotto nella casa di Caifa al pretorio. Era mattino. I giudei però non entrarono nel pretorio per non contaminarsi e poter partecipare al banchetto pasquale.
Pilato perciò
uscì verso di loro e domandò: "Quale accusa sostenete contro questo uomo?". Gli risposero: "Se non fosse un malfattore, non te l'avremmo consegnato". Allora Pilato disse: "Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra legge". Ma i giudei replicarono: "Noi non possiamo pronunciare una condanna a morte". In tal modo si adempiva la parola di Gesù che aveva predetto di quale morte doveva morire.

Pilano
rientrò nel pretorio, chiamò Gesù e gli disse: "Tu sei il re dei giudei?". Gesù gli rispose: "Lo dici da te stesso o altri te l'hanno suggerito?". E Pilato di rimando: "Sono forse io giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?". Rispose Gesù: "Il mio regno non viene da questo mondo. Se il mio regno venisse da questo mondo, i miei sudditi avrebbero lottato perché non fossi consegnato ai giudei. Ma il mio regno non è da quaggiù". Gli chiese di nuovo Pilato: "Allora tu sei re?". E Gesù: "Tu lo dici, io sono re. Per questo sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità? Chiunque è dalla parte della verità ascolta la mia voce". Pilato ribatté: "Cos'è la verità?".

Detto questo,
uscì di nuovo verso i giudei, e disse loro: "Io non trovo in lui nessun motivo di condanna. Ma vi è tra voi l'usanza che io liberi uno nel giorno di pasqua. Volete dunque che vi liberi il re dei giudei?". Allora gridarono di nuovo: "Non costui, ma Barabba".

Barabba era un brigante.
Allora Pilato prese Gesù e lo fece flagellare. E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo, lo rivestirono di un manto di porpora, e gli si avvicinarono dicendo: "Salve, re dei giudei". E lo prendeva a schiaffi.


Pilato
uscì di nuovo dal pretorio e disse loro: "Ora ve lo conduco fuori perché sappiate che non trovo in lui alcun motivo di condanna". Gesù uscì con in capo la corona di spine e rivestito del manto di porpora.

E Pilato disse: "Ecco l'uomo".
Al vederlo i sommi sacerdoti e le guardie gridarono: "Crocifiggilo, crocifiggilo!". Disse loro Pilato: "Prendetelo voi e crocifiggetelo, io non trovo in lui nessuna colpa". Gli risposero i giudei: "Noi abbiamo una legge e secondo questa legge deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio".

Sentendo questo Pilato si impaurì ancora di più.
Rientrò nel pretorio e disse a Gesù: "Di dove sei?". Ma Gesù non gli diede risposta. Allora Pilato gli disse: "Non mi rispondi? Non sai che io ho il potere di liberarti e il potere di crocifiggerti?". Gesù rispose: "Non avresti alcun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall'alto. Per questo chi mi ha consegnato a te ha una colpa ancora più grande".

Da quel momento Pilato cercava di liberarlo, ma i giudei gridarono: "Se lo liberi, non sei amico di Cesare! Chiunque infatti si fa re si mette contro Cesare". Udite queste parole, Pilato fece condurre fuori Gesù e sedette nel tribunale, nel luogo chiamato litostroto, in ebraico gabbata. Era la preparazione della pasqua, verso mezzogiorno. Pilato disse ai giudei: "Ecco il vostro re!". Ma quelli gridarono: "Crocifiggilo, crocifiggilo!". Disse loro Pilato: "Metterò in croce il vostro re?". Risposero i sommi sacerdoti: "Non abbiamo latro re all'infuori di Cesare". Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso
(18,8-19,16).


  Il primo quadro mostra i giudei come uomini religiosi, osservanti, che si preoccupano di mantenersi puri e Pilato, che, disponibile a entrare e uscire, da buon magistrato, vuole conoscere l'accusa. I giudei sono convinti che Gesù è un "malfattore" e Pilato si chiede come mai, poiché lo hanno già giudicato, hanno deciso di portarlo da lui.

I giudei infanti portando Gesù in tribunale, volevano solamente una ratifica da parte del potere romano, non un processo. Tra giudei e Pilato si apre, dunque, una tensione e vedremo come il contrasto tra le due parti progressivamente si acuisce: i due poteri sono discordi, anche se alla fine concordano sulla necessità di condannare Gesù. Interessante è il commento dell'evangelista che segue la condanna pronunciata da Pilato: In tal modo si adempiva la parola che Gesù aveva predetto di quale morte doveva morire. L'importanza di questa annotazione, in cui, a differenza dei sinottici, non si dice che così si adempiono le Scritture, consiste nel portare la parola di Gesù sullo stesso livello della parola delle Scritture.

La frase finale (18,32) è un interessante commento dell'evangelista. Se fosse stato condannato dai giudei sarebbe stato lapidato e non ci sarebbe stato nessun "innalzamento". Ma, consegnato ai romani, Gesù viene crocifisso, quindi "innalzato". L'immagine e le parole di Gesù a cui Giovanni si riferisce: "Quando sarò innalzato da terra attirerò tutti a me" (3,14; 8,28; 12,32) è nota e bellissima. Dice le due facce della croce, sempre a motivo di quel "prima" e "dopo" che Giovanni tenta di sovrapporre. Certo la croce è una sconfitta, un'umiliazione, una condanna a morte, ma per uccidere Gesù, si è dovuto "tirarlo su" e questo già racchiude il simbolo della vittoria. Credevano di umiliarlo e invece lo hanno esaltato.
Per guardare il crocifisso si è costretti a guardare in alto e si intravvede già il risorto.
 
 



Il secondo quadro, dopo questo primo introduttivo già molto ricco, è importante perché pone esplicitamente il tema della regalità: Pilato, rientrando nel pretorio, rivolge a Gesù alcune domande. Da magistrato vuole giudicare personalmente se deve o non deve essere condannato. Gesù assume un atteggiamento strano, ma non insolito, ribatte con domande e costringe il magistrato a mettersi in discussione.
Quando poi Gesù risponde, riprendendo il discorso, riafferma la sua regalità: "Il mio regno non viene da questo mondo. Se il mio regno venisse da questo mondo, i miei sudditi avrebbero lottato perché non fossi consegnato ai giudei. Ma il mio regno non è da quaggiù".
Questo "da" è importante, dice l'origine: non bisogna assolutamente cadere nell'equivoco di pensare che il regno di Gesù non sia di questo mondo perché appartiene a un altro mondo, e che, quindi, non riguarda questo mondo ma fiorirà in un altro. Non è questo il senso vero della differenza. Il regno di Gesù, che pure riguarda questo mondo come riguarderà l'altro, non proviene dal mondo, dalla logica del mondo: è un contrasto d'origine che, per Giovanni, è una differenza d'essenza, di qualità logica.
Non è questione di un mondo di qua o un mondo di là, ma di logiche differenti. E dove sta la differenza? In che cosa consiste?
A quale regalità si riferisce?
Deve essere una differenza talmente radicale, assurda e impensabile da suscitare, negli uomini che lo sentono parlare così uno scoppio di ilarità. Un re così fa ridere, è un re da burla.

Non esiste una pagina di più alta rivelazione.
Il Figlio di Dio vestito da re da burla, perché si è presentato con uno stile che al mondo fa ridere, perché il mondo ha in mente un ben diverso tipo di re.

E dove sta la differenza?
Se il mio regno venisse da questo mondo, i miei sudditi avrebbero lottato perché non fossi consegnato ai giudei: questa è già una prima indicazione utile per cogliere la differenza. Il regno, il potere mondano ha come ragion d'essere la propria sopravvivenza, per cui, se minacciato, combatte e i sudditi sono chiamati a buttarsi nel combattimento per salvare il trono. La regalità di Cristo, invece, non ha come ragione ultima la sopravvivenza, tant'è vero che lui si lascia consegnare e morirà sulla croce.
Allora c'è qualcosa d'altro che viene prima, che è più importante della sopravvivenza, del rimanere al potere, del proprio trionfo. E questo vale per i servitori del regno di Dio.

Pilato non capisce nulla e chiede nuovamente a Gesù se è re. Gesù conferma e dichiara: "Tu lo dici, io sono re. Per questo sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità? Chiunque è dalla parte della verità ascolta la mia voce". Sottolineiamo quel "rendere testimonianza alla verità". E' questo il punto. La differenza tra la regalità di Gesù e la regalità del mondo sta tutta nel valore supremo che Gesù riconosce alla verità, quella di Dio che ama ogni uomo, per difendere la quale è disposto a perdere anche il regno e ... la vita.
A questa affermazione di Gesù, Pilato ribatte con una domanda: "Cos'è la verità?", che però rimane senza risposta. Non è elusa, sia perché Gesù ha già parlato fin troppo chiaro con la sua vita e non si ripete più, sia perché, in fondo, Pilato non è interessato a conoscere la verità. Formulata la domanda, esce senza neppure aspettare una possibile risposta.

Pilato è un magistrato giusto e, con un ultimo tentativo, cerca di liberare Gesù perché riconosce la sua innocenza: "Io non trovo in lui nessun motivo di condanna. Ma vi è tra voi l'usanza che io liberi uno nel giorno di pasqua. Volete dunque che vi liberi il re dei giudei?". Lascia, dunque, ai giudei di scegliere tra Gesù e Barabba. E loro scelgono di liberare Barabba, che, guarda caso, Giovanni sottolinea essere un vero brigante. Non è facile condannare la verità, si cade in un sacco di equivoci, di contraddizioni, si diventa persino ridicoli. La verità smaschera.
Quindi Pilato prende Gesù e lo fa flagellare. E "il re dei giudei" viene preso in giro, vestito con un manto di porpora e incoronato con una corona di spine: è proprio un re da burla, da prendere in giro: Una scena molto dura, eppure questo Cristo in silenzio è il vero re.

Quando Pilato esce di nuovo, si porta fuori anche Gesù per mostrarlo al popolo: "Ora ve lo conduco fuori perché sappiate che non trovo in lui alcun motivo di condanna". Gesù uscì con in capo la corona di spine e rivestito del manto di porpora. E Pilato disse: "Ecco l'uomo". Non vi è nessun dialogo tra Gesù e il suo popolo, nessuna parola. Resta lì, in piedi, umiliato, ma con una grandissima forza dentro, con quella dignità che non si scompone di fronte alla gente che urla e si agita.

Pilato non trova motivo di condanna, ma i giudei vogliono che Gesù sia crocifisso, e alla fine manifestano il motivo del loro accanimento: "Noi abbiamo una legge e secondo questa legge deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio". Dunque è un motivo religioso.
Il procuratore, sentendo questo, si impaurisce e rivolge a Gesù una domanda ancora più radicale della precedente: "Di dove sei?", che è come se domandasse: "Qual è la tua origine? Chi sei?". E' una domanda cruciale. Gesù non risponde. Ma come!
E' la domanda decisiva, noi avremmo colto al volo l'occasione per spiegarci. Gesù, invece, non risponde. Un comportamento sorprendente. Il Gesù di Giovanni, a differenza del Gesù di Matteo, di solito si dilunga nelle spiegazioni, anche durante il processo, tant'è vero che, anche in questo caso, subito dopo risponde a Pilato. Ma a questo quesito non aggiunge nulla, forse perché è una domanda, come la precedente, alla quale ciascuno deve rispondere personalmente. Gli elementi in nostro possesso sono sufficienti, sappiamo cosa fa, come ragiona: chi è dobbiamo scoprirlo noi. Nessuno, infatti, può rispondere al nostro posto, perché nessuno può scegliere al nostro posto, nessuno può farci credere o no, neanche Dio.

Da quel momento Pilato cercava di liberarlo, ma i giudei gridarono: "Se lo liberi, non sei amico di Cesare! Chiunque infatti si fa re si mette contro Cesare": in fondo Pilato è un magistrato retto, ma è ricattabile anche lui, perché, da buon funzionario, al di sopra di tutti i valori c'è la ragione di stato. Gli spiace condannare un innocente, ma la ragione di stato viene prima. Questa è la segreta idolatria del potere, anche di quello "onesto": avere se stesso come fine, per cui non si può salvare un innocente mettendo a repentaglio l'ordine pubblico, o anche semplicemente il proprio prestigio. Non tutto è sottomesso alla verità, prima della verità viene il proprio interesse, la propria consistenza.
Di fronte alla verità o si tolgono tutti i possibili ricatti, anche quelli che hanno come oggetto la propria sopravvivenza, o non si è servi della verità. Chi vuol salvare se stesso a ogni costo è disposto a tacere, a prendere le distanze, a "lavarsi le mani".

Anche i giudei sono a loro modo idolatri. Saranno anche sinceramente religiosi, ma di fronte a una voce libera e disarmata che li obbliga a ripensare il loro schema religioso, rifiutano. Parlano di Dio, ma non è Dio il loro supremo interesse, al primo posto viene la loro teologia, le loro abitudini, il loro potere. O accettano di mettere in discussione la loro idea di Dio o sono costretti a far fuori Gesù che si proclama Figlio di Dio.
Questo è il peccato degli intellettuali: hanno elaborato una sintesi e questa impalcatura non la si può toccare. Se la realtà è troppo lunga l'accorciano, se è troppo corta l'allungano, ma a loro non viene neppure in mente che sia sbagliata la loro misura.

Dunque la conversione, prima di essere "morale", è "teologica", tocca, cioè, il livello della libertà che si lascia educare da Dio, seguendolo in obbedienza. Poi si può essere incoerenti, si possono fare degli sbagli, ma il cuore è docile, la mente aperta e le idee si convertono a una conoscenza sempre maggiore. Abbiamo visto, dunque, che i giudei ricattano Pilato, ma anche Pilato ricatta i giudei e, ironizzando, chiede: "Metterò in croce il vostro re?" e i sommi sacerdoti rispondono: "Non abbiamo altro re all'infuori di Cesare".

Il popolo si è prostituito fino a cancellare, per condannare Gesù, il comandamento, motivo di orgoglio storico: non avere altro re all'infuori di Dio.
Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso.


 


da: Bruno Maggioni, I racconti della Passione
Centro Ambrosiano PIMedit 2004, pg. 57-68

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