TEMPO LITURGICO
   
 

Il Tempo di Quaresima

Pietro lo seguì da lontano

 

Leggiamo il racconto di Marco. E' limpido, di per sé le osservazioni da fare sono poche, ma ve ne solo alcune interessanti.

Allora condussero Gesù dal sommo sacerdote, e là si riunirono tutti i capi dei sacerdoti, gli anziani e gli scribi.
Pietro lo seguì da lontano, fin dentro il cortile del sommo sacerdote, e se ne stava seduto fra i servi, scaldandosi al fuoco
(14,53-54).

La figura di Pietro è introdotta, poi lasciata in sospeso. In mezzo sta il resoconto del dibattimento che avviene nel sinedrio. La prima osservazione è proprio legata a questa struttura del racconto: perché questo modo di raccontare?

I motivi possono essere diversi: per far notare che il rinnegamento di Pietro avviene contemporaneamente al processo di Gesù; o forse per evidenziare il contrasto tra Gesù che, all'interno, davanti al sinedrio, confessa coraggiosamente la propria identità anche a costo di essere posto sotto accusa, e Pietro che, fuori, lo rinnega per evitare guai.

Prima di passare al vero e proprio rinnegamento, vorrei che si notasse un piccolo ma significativo particolare. Si dice: Pietro lo seguì da lontano, fin dentro il cortile del sommo sacerdote. Pietro si mostra più coraggioso degli altri discepoli, lui almeno tenta una sequela un po' più ravvicinata, ma la radice sbagliata di questa sequela è quel "da lontano", particolare che è riportato anche dagli altri evangelisti. Non si può seguire Gesù, come fa Pietro, da lontano, un passo indietro, in modo da non essere coinvolti nel suo destino, da avere un'uscita di sicurezza qualora andasse storto qualcosa. La sequela è sempre da vicino e non si può separare il destino del discepolo da quello del maestro.


 

Ma veniamo al racconto.

Mentre Pietro era giù nel cortile viene una delle serve del sommo sacerdote, e avendo visto Pietro che si scaldava, dopo averlo fissato, gli dice: "Anche tu eri con il Nazareno, con Gesù". Ma egli negò: "Non so e non capisco quello che dici". E uscì fuori verso l'atrio. E la serva, avendolo visto, cominciò a dire di nuovo ai presenti: "Costui è di quelli". Ma di nuovo negava. E dopo un po' di tempo di nuovo i presenti dicevano a Pietro: "Veramente sei di quelli, infatti sei galileo". Ma egli incominciò a imprecare e a giurare: "Non conosco quell'uomo di cui parlate". E subito per la seconda volta un gallo cantò e si ricordò Pietro della parola che Gesù gli aveva detto: "Prima che il gallo canti due volte mi rinnegherai tre volte". E scoppiò a piangere (14,66-72).

Dicevamo, dunque, che Pietro tenta di seguire Gesù, ma da lontano, e sta a scaldarsi con i servi.
Vuole rimanere nell'anonimato, ma purtroppo, c'è una serva che lo vede, lo fissò, cioè lo mette a fuoco, e gli dice: "Anche tu eri con il Nazareno, con Gesù".
E' la prima identità di Pietro: essere con Gesù, essere il suo discepolo.
Ma egli negò, e la negazione è radicale: "Non so e non capisco quello che dici". E si avvia verso l'uscita. Ma quella donna è micidiale e lo aspetta al varco. Vedendolo passare, subito si rivolge ai vicini e manifesta la seconda appartenenza di Pietro: è uno di quelli. Il discepolo appartiene a Cristo, ma appartiene anche alla comunità.

 


Pietro nega di nuovo. Ma non c'è scampo, non riesce a uscire. Un gruppo, sentendolo parlare, conferma: "Veramente sei di quelli, infatti sei galileo". Pietro è tradito dalla comunanza più umile che ha con il maestro, quella dell'accento, del dialetto.
A questo punto la negazione di Pietro è totale: Ma egli incominciò a imprecare e a giurare: "Non conosco quell'uomo di cui parlate", nega l'appartenenza a Gesù, al gruppo, addirittura si arrabbia e dice di non averne neanche sentito parlare.
Ma il fatto è che Gesù glielo aveva predetto, anche se Pietro non gli aveva creduto. La presunzione di sé è davvero terribile. Pietro aveva avuto l'arroganza di dire: "Anche se tutti saranno scandalizzati, io non lo sarò" (14,29); invece avrebbe dovuto fidarsi di Gesù, che gli aveva anticipato questa debolezza: "In verità ti dico: proprio tu oggi, in questa stessa notte, prima che il gallo canti due volte, mi rinnegherai tre volte" (14,30), fidarsi della parola di Cristo, anziché di se stesso , della sua convinzione.

E Gesù gli ha dato anche un promemoria, come un nodo del fazzoletto: il canto del gallo. E quando il gallo canta davvero, Pietro si ricorda: e scoppiò a piangere.

In quel brano viene, dunque, sottolineata la fragilità di Pietro, da intendersi come paura del destino, ma forse ancor più come incomprensione del fatto che Gesù debba morire per gli altri. Pietro è pronto a morire con Gesù, ma non capisce perché Cristo debba morire per gli altri. E', questo, un rovesciamento di posizione, un capovolgimento teologico difficile da comprendere.

Quando leggiamo questo episodio di Pietro, subito ci viene in mente che il suo destino è completamente diverso da quello di Giuda. Pietro rinnega, ma piange: è la figura del convertito. Di Giuda, invece, Marco non dice nulla, e gli altri evangelisti, benché forniscano alcuni particolari in più, non parlano né di pianto né di conversione. Gli esiti possibili, dunque, sembrano essere due: quello di Pietro e quello di Giuda. Non si può dare per scontato né l'uno né l'altro.



NON ERAVAMO DEGLI EROI


Pietro (dolorosamente): E' vero: non morimmo ... anzi lo rinnegammo, chi apertamente, come me, chi con la fuga o richiudendosi in casa ... Io dissi: "Non lo conosco ... non l'ho visto mai ... Non sono dei suoi!". Disprezzatemi pure. Ma quel che non volete capire e che purtroppo io, forse, non riuscirò a farvi intendere, è che si può nello stesso tempo credere e tradire, amare e rinnegare ... Sì! Sì! Ve lo dico io che si può! L'amavo davvero, mentre dicevo nel cortile del palazzo di Anna: "Non l'ho mai visto ... non lo conosco" ... l'amavo sempre.

Davide (un po' sconvolto): Ma perché allora?

Pietro: Perché? E' così ... Senza alcun perché. Eravamo deboli: perché non volete tener conto di questo: che fummo deboli ... tremanti ... che avemmo paura. Vili. Dei discepoli vili, d'accordo. Che volete farci se siamo fatti così. Non eravamo degli eroi. Lui lo sapeva. Ci scelse tra la gente comune. Disse: tu, tu e tu - venitemi dietro, seguitemi ... così come siete, sì ... Ed eravamo niente. - Poi vedendo quel che faceva ci gonfiammo un po'. Ci pareva di essere anche noi un po' gli autori di quei prodigi, o, per lo meno, dei collaboratori; ci sentivamo appartenenti al "gruppo dei fedeli", mi capite? E quando lo vedemmo preso, picchiato, sanguinante, sconfittto ... aspettammo da lui un gesto ... una luce, una voce che venisse dal cielo e umiliasse i suoi nemici ... ma il liracolo non venne. Fu allora che ci prese la paura.
L'abbandonai. Eppure - dovete credermi - gli volevo ancora bene; credevo che erra il messia.

Giuda: Io invece non lo credevo più. Quando lo consegnai in mano al Sinedrio, non avevo più alcun dubbio: Gesù di Nazareth non era il messia che aspettavamo; non era lui che avrebbe liberato il nostro popolo. Tutti mi considerano il più mostruoso dei traditori, lo so bene. Ma ci si sbaglia sul mio conto. Non sono stato un volgare traditore: sono stato soltanto un uomo coerente.

Sara: come? Ripetete!

Giuda: Coerente, ho detto.

Davide: Spiegatevi.

Giuda: Quando non ebbi più fede in lui, sentii che era mio dovere darlo in mano alla giustizia. E lo feci.

Elia: parlate di dovere?

Giuda: Sì, di dovere. Perché se Gesù non era colui che avrebbe liberato il nostro popolo dalla schiavitù, diventava all'improvviso, ai miei occhi, il più tenace oppositore di questa riscossa. Mi appariva come un rinunciatario. E pericoloso, per l'ascendente enorme che aveva sul popolo. Quando me ne convinsi lo diedi alle autorità per il bene del mio paese. Del resto molto prima che io lo tradissi, lui aveva tardito noi: anzi, aveva tradito me.
... Io credetti fin dal primo momento che quel piccolo gruppetto capeggiato da Gesù di Nazareth avrebbe potuto appiccicare il fuoco della rivolta al nostro paese. Lo credetti con tutte le forze. Per questo dissi loro: "Voi badate a parlare, a predicare, a far proseliti; voi viaggiate per tutto il paese, non pensate ad altro, smettete di lavorare e di occuparvi dei vostri affari. D'ora in poi io mi occuperò di farvi vivere. Il mio denaro è vostro". Solo così diventammo un gruppo, e in poco tempo si parlò di noi ...
Quando entrammo a Gerusalemme, prima della Pasqua, e fummo accolti con fiori e drappi stesi per terra, io ero armai convinto che Gesù aveva abbandonato ogni proposito di sollevare Israele.
Fu proprio in quei giorni che i vostri emissari mi invitarono a parlamentare ...

Sara: Ognuno vuole avere le sue buone ragioni logiche! Persino Giuda, vuole avere le sue - eppure io credo che la vera, profonda, sotterranea ragione comune a tutti, ai discepoli e al Sinedrio, al popolo d'Israele e ai Romani, a Giuda e a Pilato sia un'altra. - Una ragione che era una speranza, speranza che si faceva sempre più impossibile e assurda e disperata man mano che gli avvenmimenti si sviluppavano; la speranza che questo Gesù che si proclamva orgogliosamente Fglio d Dio dmostri di esserelo veramente, lì, davanti a tutti, compiendo il miracolo!
Tutti, in fondo, aspettavano, chiedevano, volevano un segno straordinario per potersi mettere in ginocchio e dire finalmente: Ecco, è veramente il messia!". E' questo che sperano tutti mentre urlano "a morte", "crocifiggetelo", è questo che sperano Giuda e Pietro quando lo tradiscono, quando lo rinnegano!
Direi che tutti, col loro comportamento, spingono Gesù verso una posizione così disperata, così estrema e senza via di uscita umana, per indurlo, per violentarlo a manifestarsi con un miracolo, con un segno del cielo! Forse non lo fanno aposta, ma tutti, lo mettono alla prova!


(D. Fabbri, Processo a Gesù, ed. Oscar Mondadori, Milano, 1977:
Nel marzo 1955 venne presentato al Piccolo Teatro di Milano il dramma Processo a Gesù, di Diego Fabbri (1911-1980), il più importante drammaturgo italiano d'ispirazione cristiana del secolo del dopoguerra. Con quest'opera teatrale, l'autore traduce in finzione scenica le inquetudini dell'umanità di quei tempi, partendo dai tormenti che attraversarono gli uomini ai tempi di Gesù. Infatti il processo, che ricalca fedelmente la vicenda evangelica, si rivela non tanto la riedizione del processo di Gesù, ma ai personaggi protagonisti, al gruppeto di ebrei che si erigono a giudici e ai diversi testimoni chiamati in causa, "alla loro tenace e spesso oscura e irragionevole paura di abandonarsi alla speranza".

 

 


da: Bruno Maggioni, I racconti della Passione
Centro Ambrosiano PIMedit 2004, pg. 49-55

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