TEMPO LITURGICO
   
 

Il Tempo di Quaresima

L'amore per il mondo e il dono del Figlio - IV domenica

 

2 Cronache 36,14-16. 19-23; Samo 136; Efesini 2,4-10; Giovanni 3,14-21


Quando la Chiesa celebra l'eucaristia offre il sacrificio di Cristo. Nell'orazione sui doni oggi chiediamo che questa celebrazione sia compiuta "con fede sincera", e che l'offerta sia fatta "degnamente per la salvezza del mondo".
Senza la fede il rito perde il suo senso; ma quando essa è vera e sincera trova e assume nella liturgia del convito il Figlio stesso di Dio, Gesù Cristo, come dono del Padre, come segno di una carità impensabile per il mondo e per gli uomini.


Il Figlio dato

La radice della salvezza, la sua possibilità, non è l'uomo o il suo merito; non è una semplice capacità che oltrepassi l'uomo stesso, ma è il cuore di Dio, il suo amore, che giunge al dono impensabile del suo Figlio per noi.
E' vero che c'è un mondo che rifiuta Dio, ma prima c'è un mondo che attende la redenzione divina: è il mondo che Dio ama, perché, se ribelle e peccatore in seguito, è stato tuttavia concepito e voluto in Gesù Cristo, riscattato dalla sua morte e dalla sua risurrezione.
La colpa non distrugge l'elezione eterna, e sorprendentemente, in relazione ad essa, noi abbiamo la grazia del Figlio che ci viene consegnato.
Quella consegna evoca il sacrificio. Ma esso agli occhi di san Giovanni non è una mortificazione, ma un innalzamento, che richiama insieme la croce e l'intronizzazione. Là dove l'incomprensione ha posto la morte con la crocefissione, il disegno di Dio ha operato la salvezza. E' il segno della signoria divina assoluta, dinnazi alla quale sta la nostra creaturalità, quasi "sopraffatta" dalla carità, che la precede.
Così la croce diviene il luogo della prossimità di Dio a noi, della sua iniziativa, del suo essere totalmente dono. Un'esperienza cristiana inizia e si risolve qui.


 

Chi crede è salvato

Non senza la fede: "chi crede" - dice Gesù a Nicodemo - ha la vita eterna; e la fede vuol dire accoglienza del "Figlio unigenito di Dio.
Poteva ieri sembrare che l'eresia di Ario - che negava la divinità di Gesù - fosse ormai superata per sempre. In realtà anche nel nostro tempo non mancano annebbiamenti e incertezze: quanto meno un certo linguaggio teologico, non rende con la dovuta perspicuità la fede in Gesù di Nazaret "Figlio di Dio".
Infatti è insufficiente - persino non serve a nulla - una raffigurazione di Cristo come il vertice della perfezione dell'uomo, o come solo colui nel quale, dall'esterno, avviene la rivelazione di Dio. Gesù di Nazaret, vero uomo, è vero Dio.



Credere è affidarsi

Credere, d'altra parte, significa affidarsi: annettere la propria esistenza alla vicissitudine di Gesù Cristo, in particolare alla sua morte, umanamente disfattiva e divinamente redentrice.
La colletta di questa domenica proclama che Dio "per mezzo del Figlio" opera "mirabilmente la nostra redenzione". Due sono gli aspetti di questa "meraviglia" che può sembrarci persino stranezza: un amore che giunge fino a mettere a nostra disposizione il "Figlio di Dio" e l'estremo della donazione che arriva alla croce.
Va bene sviluppare i vari aspetti del mistero cristiano e farne termine di meditazione, ma alla fine bisogna che riassumendo ci mettiamo a meditare sul Figlio crocifisso, dove la grazia si fa paradossale e si semplifica.



Il giudizio per l'incredulità

Se la fede è salvezza, l'incredulità è giudizio. Non però un giudizio rimandato al futuro. Mentre chi accetta Gesù Cristo, l'offerta di Dio, è sottratto da adesso alla condanna ed è ora nella "grazia" divina, chi rifiuta Gesù Cristo si pone al di fuori dello spazio unico riservato alla redenzione. Non c'è adito alla compromissione e frammistione; a confini indefiniti e facilmente confondibili: ci sono le tenebre e c'è la luce; ci sono le opere connotate di malvagità e ci sono le opere caratterizzate dalla luce.
Il punto di discriminazione è uno solo: l'"unigenito Figlio di Dio"; nei confronti del quale l'uomo si decide.

 

La decisione della coscienza

A ben vedere il problema è ricorrente e comune. E' del passato e del presente; dei contemporanei di Cristo e nostro, e di ogni uomo. Non c'è una specie di neutralità. Ci si decide sempre o per Gesù Cristo, o contro di lui; anche se il livello della coscienza non è sempre esplicito.
Al tempo di Gesù possono esserci stati "uomini che hanno preferito le tenebre alla luce"; esattamente come oggi e domani può capitare questa preferenza: a motivo dell'inclinazione o meglio della decisione interiore, che ci configura e ci manifesta nella nostra più precisa identità e coscienza. Ci si orienta o disorienta riguardo a Gesù Cristo prima ancora di conoscerlo esplicitamente per nome.
C'è una preferenza che è nostra - resposabilmente nostra - che può essere un operare la verità, un comportamento cioè di fede, oppure un rifiuto di essa. Nel primo caso si incontra il Signore Gesù, nel secondo caso ci si discosta. Siamo riportato alla portata enorme della coscienza, dove le opzioni non sono finalmente attribuibili a nessuna persona o ambiente o circostanza, ma soltanto a noi stessi. Sul piano di questa coscienza, che ci appartiene indissolubilmente e ci definisce, diciamo di sì o di no a Gesù Cristo, facciamo le nostre opere in Dio o nelle tenebre.
Forse, nei tanti attuali clamori che ci estrinsecano, abbiamo un bisogno speciale di rientrare in noi stessi e assumerci la responsabilità delle nostre azioni. C'è anche un pericolo nel comunitarismo che ci circonda: quello di distarci dalla responsabilità non trasferibile a nessuno delle nostre azioni, impronta della nostra persona.
"Chi opera la verità viene alla luce": per quale via non ci è dato di sapere, ma Gesù lo assicura. E siccome "la luce" è soltanto lui, "chi opera la verità" arriva a conoscere "realmente" Gesù Cristo. Vale anche il contrario: chi non opera la verità non conosce; non prende parte a Gesù Cristo, nonostante tutte le apparenze, di qualsiasi genere e probabilità. Nonostante qualsiasi ordine o liturgia, anagrafe o professione.
Con accento felice la preghiera dopo la comunione si rivolge a Dio che "illumina ogni uomo che viene in questo mondo", domandando che la luce del suo volto sia fatta risplendere, in modo da riconoscerlo. Ma se manca la disposizione interiore, nessuna circostanza esterna genererà questo splendore. Unicamente l'anima è il primo luogo dove il volto di Dio può rivelarsi ed essere impresso.


La risposta del perdono

Il dono del Figlio da parte di Dio è una tale grazia che il peccato dell'uomo in essa si dissolve. La condanna dovuta alla colpa si volge in perdono. Se abbiamo il coraggio e la confidenza di affidarci a Gesù Cristo nessun delitto è in grado di rimanere. Appunto per la prevalenza della misericordia.
D'altronde già tutto l'Antico Testamento è una storia di pietà che sta di fronte alla infedeltà: "Il Signore Dio dei loro padri mandò premurosamente e incessantemente i suoi messaggeri ad ammonirli, perché amava il suo popolo e la sua dimora" - è detto nella prima lettura della liturgia di questo giorno del Signore -: Gesù Cristo, il Figlio unigenito, è il suggello e il vertice di un amore antico, abituale e perseverante, che non si smonta e non si scoraggia anche se "essi - e chi non vi si sente rappresentato? - si beffarono dei messaggeri di Dio, disprezzarono le sue parole e schernirono i suoi profeti", fino al castigo della distruzione, della deportazione e della schiavitù. Dopo, e non per l'inesistente e impossibile merito, avviene la liberazione, l'esodo, la ripresa e la ricostruzione del tempio.
Una manifestazione, certamente, della misericordia, che tuttavia è ancora interlocutoria e in aspettativa: la liberazione ultima e perfetta si sarebbe avverata con la Pasqua di Cristo, il gesto e l'intervento divino che ci prepariamo a commemorare efficacemente, quello che assolutamente avrebbe risolto la situazione.


Redenti per grazia


E' precisamente l'intervento di cui parla san Paolo nella sua Lettera, esito e segno del "Dio ricco di misericordia", il quale "per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i nostri peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo".
L'apostolo è preoccupato che non abbiamo a attribuire a noi la salvezza, a qualche nostra facoltà, che faccia concorrenza o si assommi alla grazia divina. Se siamo salvati è "per grazia", è "dono di Dio": "non viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene".
Nell'ambito del Vangelo si istituisce come una situazione paradossale: siamo estremamente impegnati, poiché non viene esaltata o premiata la pigrizia, la passività; e pure dobbiamo riconoscere e constatare che quello che siamo in novità e valore è frutto e conseguenza di una "creazione" in Cristo, dunque di qualche cosa assolutamente nuovo, che non proviene da noi, e che è la premessa per le opere buone che possiamo compiere.


Già partecipi della Pasqua

Ci antecede Gesù Cristo, e noi possiamo soltanto essere solidali con lui. Notiamo le affermazioni dell'apostolo Paolo: originariamente Gesù Crsito è vita, risurrezione e glorificazione. Noi veniamo dopo, in quanto partecipi, e perciò risorti "con " lui, e "con" lui seduti alla destra del Padre: per una comunione non paritetica, ma effetto della "straordinaria ricchezza della sua grazia" e della "sua bontà verso di noi in Gesù Cristo".
Mettiamo in evidenza prima di tutto la nostra partecipazione allo stato di Gesù Crsito non come risultanza dei nostri sforzi, ma per una generosità dove non c'entriamo affatto. E poi avvertiamo la situazione attuale, già realizzata, di questa solidarietà. Per san Paolo noi condividiamo fin da adesso questa condizione, anche se non è compiutamente dispiegata. Non "saremo", ma "siamo" salvi in questo modo e per questa condizione.
La risultanza pratica è chiara: i discepoli del Signore sono inseriti nella storia, fanno la storia, coi suoi progressi e le sue mete: ma nello stesso tempo essi sono consapevoli che stanno, in certa misura, e non fantasticamente, già oltre, in un piano di valori e di realtà che sono quelli di Gesù Cristo risorto e Signore.
Deriva da qui un profondo "distacco" o più giustamente una speranza del cristiano che lo sottrae dall'immergersi nelle situazioni della storia come se l'ultima parola fosse affidata alle circostanze umane o casuali. La verità è un'altra: noi siamo già decisi, una volta per tutte e una volta per sempre dal mistero di Gesù, che è risorto da morte e che ci ha compreso nella risurrezione.
Possiamo porre tanti problemi, avviare tanti discorsi, ma se non teniamo conto che Cristo è il Signore, già adesso, ogni questione è vana e impostata male. Egli ci ha anteceduti. E noi veniamo dopo: nella constatazione della grazia e nel dovere dell'impegno.




da: Inos Biffi, Nel giorno del Signore. Commento alla Liturgia domenicale e festiva. Anno B
Edizioni Piemme - Ancora 1987, pg. 59-64
web site official: www.suoredimariabambina.org