TEMPO LITURGICO
   
 

Il Tempo di Quaresima

Quando la forza sembra prevalere

 

Siamo, ora, in grado di chiarire il metodo che stiamo utilizzando, un metodo semplice, che ha le sue suggestioni e che va bene per i racconti, non per i discorsi o le lettere.
Consiste nello sfruttare le leggi del racconto, della narratività, attraverso le quali si cerca di intuire l'esperienza che il narratore vuole comunicare e che, nel nostro caso, è un'esperienza di fede.
Un'operazione delicatissima perché il narratore sta cercando di raccontare, in termini umani, l'esperienza di un personaggio che non è solo un uomo. Durante l'analisi ci accorgeremo, inoltre, che Marco guarda in un modo, Giovanni cambia il punto di vista, e così via.

Secondo me la regola preziosa che consente di intuire qualcosa dell'esperienza che sta dietro la narrazione, è attivare la nostra stessa esperienza di fede. Uno, infatti, non capisce nulla di un racconto se non ha un minimo di sintonia con l'esperienza che viene raccontata.
Per fare un esempio: la sofferenza viene capita dal lettore unicamente nella misura in cui egli stesso ha avuto un'esperienza di sofferenza. E' una fondamentale regola ermeneutica. In genere, poi, fra il racconto e il lettore, fra l'esperienza del narratore che cerca di comunicare e quella del lettore si instaura un dialogo, per cui l'esperienza del narratore arricchisce quella del lettore, e quella del lettore, una volta arricchita, è in grado di approfondire ulteriormente il significato delle pagine. Per questo le pagine che stiamo analizzando, se lette ogni giorno, non sono mai uguali.

I racconti, che stiamo per esaminare, sono molto semplici, dal punto di vista tecnico, però vivi e costruiti secondo alcune regole fondamentali: la disposizione della scena, i cui vari elementi possono essere ordinati in maniera diversa; i personaggi che si muovono sulla scena, principali e secondari, e le funzioni che svolgono; le azioni, le descrizioni, i tempi verbali; il tempo narrativo e il tempo reale, dove il racconto è veloce e dove rallenta.
Il tempo reale, ad esempio, non è il tempo narrativo; un bravo regista, se deve parlare di un viaggio, non lo racconta tutto per filo e per segno, ma solo per la durata di pochi secondi, scegliendo le immagini giuste e più significative; ma quando raggiunge il cuore del racconto, rallenta il ritmo e indugia a lungo. Perché ciò che vuol dire il regista, che coincide con il senso del film, è indicato dal momento culminate della narrazione, a sua volta espresso dal soffermarsi prolungato della macchina da presa.

Con tutti questi elementi della narrazione non si cerca di ricostruire un fatto di cronaca, ma un'esperienza. Al narratore, infatti, non interessa tanto l'aderenza cronachistica della narrazione del fatto, quanto soprattutto il significato del fatto, senza disperdersi nella cura dei particolari o nell'evitare le incongruenze. La verità di un avvenimento è più profonda e non coincide con la fedeltà della cronaca.


 

Passiamo ad analizzare concretamente la scena dell'arresto di Gesù.
I vangeli da confrontare questa volta sono quattro, perché anche Giovanni propone una visione diversa. molto bella e originale.


Cominciamo da Marco.

E subito, mentre stava ancora parlando, compare Giuda, uno dei dodici, e con lui una folla con spade e bastoni, inviata dai sommi sacerdoti, dagli scribi e dagli anziani.
Ma il traditore aveva dato loro questo segnale:colui che bacerò, è lui. Arrestatelo e conducetelo via con attenzione.
E giunto, subito gli si avvicinò dicendogli: "Maestro". E lo baciò abbracciandolo. Ma quelli gli gettarono le mani addosso e lo arrestarono. Ma uno dei presenti, estratta la spada, colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l'orecchio. E rispondendo Gesù disse loro: "Come contro un brigante siete usciti con spade e bastoni per arrestarmi. Ogni giorno stavo a insegnare nel tempio, presso di voi, e non mi avete arrestato, ma (tutto questo accade) perché le Scritture siano compiute".
E avendolo abbandonato, fuggirono tutti.
Un giovanetto, avvolto in un lenzuolo sul corpo nudo, lo seguiva e lo arrestarono, ma quello, abbandonato il lenzuolo, fuggì nudo
(14,43-52).

Marco è uno scrittore che non usa mai le subordinate, ha un modo semplice di scrivere, ma la semplicità non va confusa con la superficialità.
Osserviamo la disposizione della scena: all'inizio si direbbe che il protagonista è Giuda, con la folla che lo segue; conclude il racconto l'incomprensione e la fuga; quindi c'è il ragazzo che vuole seguirlo, ma che, alla fine, fugge come gli altri.

Abbiamo, dunque, una sorte di cornice, con il tradimento all'inizio e alla fine l'abbandono dei discepoli, in mezzo Gesù che dice una sola parola. Non parla con Giuda, non gli risponde. Quello che Gesù dice si divide in due momenti, di cui è principale il secondo: perché le Scritture siano compiute. Quindi, in una cornice di tradimento e di abbandono, Gesù si consegna alle Scritture. Se mancasse la cornice del tradimento e dell'abbandono, non comprenderemmo che il dono di Gesù non è semplicemente un dono, ma è un perdono. Non comprenderemmo che la Chiesa, la comunità cristiana, è nata con in corpo anche il tradimento e che il tradimento è ciò che dà spessore al gesto di Gesù, tanto che viene citato anche nella formula eucaristica: ... nella notte in cui veniva tradito (1Cor 11,23).

Consideriamo ora i personaggi: all'inizio c'è Giuda e con lui la folla. Giuda è in vedetta, quasi il capo. Ma questa folla ha dei mandanti, perché è: inviata dai sommi sacerdoti, dagli scribi e dagli anziani. Il racconto, parlando di Giuda in particolare, vuole mettere in luce il suo tradimento. Quando si parla di lui, si dice: Uno dei dodici. Alcuni esegeti, partendo da questo spunto, affermano che il racconto della passione preesisteva al resto del vangelo, per cui era necessario specificare che Giuda era uno dei dodici per far capire chi fosse. Per me, invece, dicendo "uno dei dodici" il narratore intende sottolineare la gravità del tradimento, che viene proprio dal gruppo dei discepoli più vicini a Gesù. Il segnale è il bacio: il verbo è kaphilein, che significa "baciare con trasporto, abbracciando".
Giuda è come se avesse paura, perché dice: "arrestatelo e conducetelo con attenzione, i due verbi non esprimono solo l'arresto, ma anche l'umiliazione di avere le mani addosso.

 

Prima di parlare di Gesù, soffermiamoci sulla scena della spada. Marco è molto meno preciso degli altri evangelisti. Ci sono molte ipotesi a riguardo. Quello che però è certo, è che, nel complesso del racconto, è un gesto incongruo, come poi verrà esplicitato da Matteo. Se il Figlio di Dio avesse voluto liberarsi, non avrebbe avuto bisogno di quel colpo di spada. Tutto sommato, se a colpire il servo è stato un discepolo, lo avrà fatto perché vuole bene al maestro, ma senza capire nulla di quello che sta succedendo. E' da notare come Marco non senta il bisogno di spiegare l'episodio. Dà l'impressione di un narratore che si fida molto dei suoi lettori, ritenendoli all'altezza.

Passando alla cornice di chiusura, si dice avendolo abbandonato, fuggirono tutti. E' la sequela al contrario: il discepolo aveva lasciato tutto per seguire il Maestro, non per abbandonarlo. In Marco il discepolo, chiamato a capire non capisce, chiamato a restare scappa e, nel momento culminante che è la croce, è lontano. Dunque, si direbbe che la figura del discepolo è fallimentare: fosse stato per il discepolo, la storia di Cristo sarebbe finita. Ma le cose sono andate diversamente perché il discepolo ha abbandonato Cristo, ma non viceversa. Appena risorto, infatti, Cristo va a prendere il discepolo, come risulta dalle parole dell'angelo alle donne: "... andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea" (Mc 16,7). Qui sta la sicurezza del discepolo e della Chiesa e questa è l'unica ragione per cui la storia di Cristo continua. Come dicevamo, questo episodio è il contrario della sequela e, da questo momento in poi, il discepolo scompare. Vedremo ancora Pietro, ma ai piedi della croce ci saranno solo le guardie, il centurione e le donne, da lontano.

Il quadretto misterioso del ragazzo seminudo c'è solo in Marco: il ragazzo ha voluto seguire Gesù, ma quando cercano di prenderlo, ha paura e fugge via. Chi è? Alcuni dicono che è lo stesso Marco. in ogni caso anche a questo personaggio sono applicati gli stessi verbi dei discepoli abbandonato il lenzuolo, fuggì nudo.

Nel mezzo, fra tradimento e abbandono, sta Gesù: E rispondendo Gesù disse loro. Quello "loro" è un po' generico. A chi si rivolge? Alla folla, a Giuda, o ai mandanti? Non si sa. La parola di Gesù è una sola, ma esprime l'economia della scena. Fa vedere, innanzitutto, l'incongruenza di una folla che gli va contro, a lui che è solo, con spade e bastoni.
C'è dell'ironia nella parole di Gesù, che però tradiscono anche una certa paura: hanno adoperato una forza sproporzionata per arrestarlo, quando sarebbe bastato molto meno.

Gesù sembra riassumere quello che faceva: "Ogni giorno stavo a insegnare nel tempio", sottolineando l'insegnamento. Sembra quasi dire: "Ma io che cosa facevo, ogni giorno, se non insegnare? E voi venite ad arrestarmi come fossi un brigante?" Questo succede non perché Gesù insegnava male, ma perché insegnava cose che infastidivano. Infatti, molte volte, ad essere arrestati non sono i violenti, ma quelli che parlano, che hanno le idee. Si crede di arrestare la parola, la verità.


  Ma la parte interessante del discorso di Gesù è: "... perché le Scritture siano compiute". Questa parola di Gesù invita a leggere la passione alla luce delle Scritture: la passione è un compimento. Si tratta di un capovolgimento rispetto alla mentalità comune: che il Messia debba subire questa sorte è inaudito, perché è contro la speranza, questa era l'obiezione. Invece no, è un compimento. Inoltre qui c'è l'obbedienza di Gesù.
Si comincia, allora, a vedere la passione da diverse angolature. Una, più superficiale, è fornita dalla cattiveria degli uomini, dell'abbandono dei suoi, quindi la passione è anche il frutto della malvagità degli uomini, del rifiuto della verità. Ma, parlando dell'Eucaristia, abbiamo detto che la passione è, al tempo stesso, un dono di Cristo, il compimento delle Scritture, rientra, cioè, in un piano divino. Tutti questi fattori, che formano un intreccio non facilmente solvibile, devono essere tenuti presenti.
Cosa vuol dire "compiere le Scritture"? Non è citata nessuna scrittura, sono le Scritture nella loro globalità. Il verbo "compiere", in greco pleroo, vuol dire "riempire", ma si può dire anche di un frutto che giunge a maturazione. Quindi la passione riempie le Scritture, cioè il vaso della rivelazione di Dio è riempito. Con la croce la rivelazione giunge al compimento, perché sulla croce il Figlio di Dio muore per ogni uomo, rivelando la profondità inaspettata, insuperabile della sua Alleanza con l'umanità e la sua solidarietà con ciascuno di noi.
 
 



Una rivelazione maggiore non è possibile: più che dare la vita Gesù non poteva fare. Teoricamente Gesù potrebbe morire un'altra volta, ma non farebbe che ripetersi perché, con la sua morte di croce, la rivelazione è compiuta, già manifestata.

Passiamo a Matteo.
E' lo stesso racconto di Marco, per cui le cose identiche non le elenco, mentre mi soffermo sulle differenze.


E mentre ancora parlava, ecco Giuda, uno dei dodici, arrivò con molta folla armata di spade e bastoni, inviata dai sommi sacerdoti e dagli anziani del popolo. Il traditore diede loro un segnale dicendo: quello che bacerò è lui, arrestatelo. E subito avvicinatosi a Gesù, dice: "Salve maestro", e lo baciò. Gesù gli disse: "Amico, perché sei qui?" Allora, avvicinatisi, gettarono le mani addosso a Gesù e lo arrestarono. E subito uno di quelli che stavano con Gesù stese la mano, trasse la spada, colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l'orecchio. Allora Gesù gli dice: "Rimetti la tua spada al suo posto: infatti tutti quelli che hanno colpito di spada periranno di spada; non pensi che potrei pregare il Padre mio e avere a disposizione ora più di dodici legioni di angeli? Ma come si compirebbero le Scritture che così deve accadere?".
In quell'ora disse Gesù alle folle: "Siete venuti a prendermi con spade e bastoni come contro un brigante. Ogni giorno sedevo a insegnare nel tempio e non mi avete arrestato. Ma tutto questo deve accadere perché siano compiute le Scritture dei profeti.
Allora tutti i discepoli, abbandonandolo, fuggirono
(Mt 26,47-56).

Come potete notare, la sceneggiatura, sia in Marco sia in Matteo, è identica: il tradimento di Giuda e l'abbandono dei discepoli. Anche i gesti sono identici: se nel racconto di Marco togliamo le parole di Gesù, troviamo la stessa sequenza di azioni.
La differenza di Matteo, dunque, è che sente più di Marco il bisogno di spiegare i gesti. Infatti è più catechetico, quindi, più didattico.

Gesù, nel vangelo secondo Matteo, commenta i due gesti: il bacio e la spada.
La parola chiave del suo commento è "amico", che rafforza il significato del tradimento: per Gesù, Giuda è ancora amico, non lo chiama "traditore".
Il gesto della spada è commentato a lungo da Gesù. Matteo sa che questo gesto è di una incongruenza enorme e che manifesta una totale incomprensione nei confronti di Gesù Cristo. Può anche essere un gesto generoso, ma di una generosità che tradisce la distanza del discepolo dal maestro. Non ha capito che la violenza, anche se usata per scampare a una minaccia subita, non è la strada di Gesù, quindi non è la strada di Dio.

Per dire questo comincia a citare un proverbio: "... quelli che hanno colpito di spada periranno di spada. La violenza genera violenza, non risolve nessun problema: questo è un dato sapienziale, frutto di esperienza. Semmai il problema è come rompere questo cerchio perverso, e la risposta di Gesù va nella direzione dell'amore: è necessario rispondere sempre con l'amore, altrimenti non cambia niente. Credo che, soprattutto oggi, abbiamo raggiunto un tale livello di consapevolezza da capire che, a parte il vangelo, davvero questa è l'unica strada possibile per avere e mantenere la pace.

Gesù, però, va oltre il dato sapienziale: se, infatti, la logica di Dio fosse quella di rispondere alla forza con la forza, non avrebbe certo avuto bisogno della spada del discepolo, ma si sarebbe difeso per conto suo, e, essendo Dio, sarebbe riuscito a cavarsela da solo. E' il discepolo che, non avendo capito niente di Gesù Cristo, crede che lui abbia dei sentimenti simili ai suoi. Dio, invece, ha come messo tra parentesi la forza perché vuole manifestare un'altra logica, quella dell'amore. Non è un Dio prepotente che usa la forza per vincere, ma un Dio che si serve della propria "impotenza" per comunicare agli uomini la propria identità.


Leggiamo Luca.
Il racconto del terzo evangelista sembra, a volte, un po' moralistico, invece è molto fine.

Mentre ancora parlava, ecco una folla e Giuda, uno dei dodici, la precedeva e si avvicinò a Gesù per baciarlo. Ma Gesù gli disse: "Giuda, con un bacio tradisci il Figlio dell'uomo?". Quelli che erano attorno a lui, accorgendosi di ciò che stava per accadere, dissero: "Signore, se colpissimo con la spada?". E uno di loro colpì con la spada il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l'orecchio destro. Rispondendo Gesù disse: "Basta, fino a questo punto!". E gli attaccò l'orecchio e lo guarì.
Disse Gesù a coloro che erano venuti contro di lui, sommi sacerdoti, capi delle guardie del tempio e anziani: "Come contro un brigante siete usciti con spade e bastoni? Ogni giorno stavo con voi nel tempio e non avete steso le mani contro di me. Ma questa è la vostra ora e la potenza delle tenebre"
(22,47-53).

Notate già una certa differenza con i brani precedenti.
Intanto ci sono dei silenzi e non c'è il minimo accenno alle Scritture. E' un accorgimento catechetico: Luca vuole insegnarci che a spiegare il senso della passione, delle Scritture sarà Gesù stesso quando si accompagnerà ai discepoli di Emmaus. Perché, in fondo, i discepoli hanno capito la vera identità di Gesù solo dopo la risurrezione.
Eppure dice che è "l'ora delle tenebre", nella storia come nella vita di Gesù, è il momento in cui il male sembra prevalere, dove tutto sembrerebbe dire che è il male a vincere.

Inoltre, Luca non dice che tutti l'abbandonarono. Certo è sottinteso, perché il racconto prosegue come se, effettivamente, tutti avessero abbandonato Gesù. E' come se l'evangelista avesse un certo rispetto per gli apostoli; forse, da buon predicatore, non vuole scandalizzare e allora lascia questo fatto implicito, quasi sullo sfondo, in ombra.

Similmente a Matteo, anche Luca spiega il bacio e la spada. Ma non si sofferma per esplicitare l'incongruenza della spada, come invece ha fatto Matteo, la fa piuttosto emergere dal gesto di Gesù che riattacca l'orecchio. Non è già così sufficientemente esplicito nel sottolineare il contrasto fra il maestro e il discepolo? Gesù, riparando il danno provocato, mostra la sua bontà guarendo anche colui che lo assale.

Un'ultima cosa. Nel rileggere il testo, ci si accorge che c'è un passaggio narrativo stranissimo: il racconto dà per certo che Gesù è stato arrestato ed è stato baciato. Per me è un modo di narrare stupendo, perché Luca sa che Gesù è stato arrestato, ma sa anche che la violenza degli uomini non lo ha toccato nel profondo, è come se fosse stata trattenuta in una regione periferica della sua persona. Anche il tradimento è come se si fosse fermato prima, perché il Signore non può essere vinto; sconfitto sì, ma non fino in fondo.


Per ultimo il vangelo di Giovanni.
Prima di iniziare vorrei premettere qualche osservazione generale sulla passione così come è raccontata dal quarto evangelista, visto che nel vangelo ha dei tratti diversi, o comunque, più marcati rispetto ai sinottici.
In Giovanni non c'è una scena in cui Gesù prega nell'orto, anche se ugualmente esprime il turbamento di Gesù e l'abbandono dei discepoli nel contesto dell'ultima cena.

Gli dicono i suoi discepoli: "Ecco, adesso parli chiaramente e non fai più uso di similitudini. Ora conosciamo che sai tutto e non hai bisogno che alcuno t'interroghi. Per questo crediamo che sei uscito da Dio".
Rispose Gesù:" Adesso credete? Ecco, verrà l'ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete ciascuno per conto proprio e mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me"
(16,29-32).

Anche Giovanni sa che i discepoli hanno abbandonato Gesù, infatti usa dei verbi forti come :"vi disperderete", "mi lascerete solo", "tornerete ai vostri affari". Ma la cosa più bella di questo testo, non messa in luce dai sinottici, è che Gesù ribatte: "mi lascerete solo, ma io non sono solo, perché il Padre è con me".

In Giovanni c'è una maggiore libertà, rispetto ai sinottici, a tutto vantaggio di una teologia molto più profonda.
Due cose vanno soprattutto tenute presenti.

La prima: i personaggi giovannei diventano dei "tipi" simbolici. Giovanni, tanto per fare un esempio, sa benissimo che Pilato è Pilato, un uomo storico, ma trasforma questo personaggio in un simbolo universale, facendolo diventare l'incarnazione del rifiuto della verità da parte del potere politico. Ma anche i giudei non sono solo i giudei, sono il simbolo dell'uomo religioso e Gesù stesso si fa simbolo del perseguitato. Dunque caratteristica dell'arte narrativa di Giovanni è la capacità di universalizzare; nel fatto singolo coglie una tipicità che va sempre bene, trascendendo il momento cronachistico, coglie bene l'idea soggiacente che rimane anche quando non si sa più con precisione che cosa sia effettivamente accaduto.

La seconda: Giovanni sa parlare di Gesù umiliato ma, al tempo stesso, vincitore. In genere i sinottici raccontano in due tempi: prima l'umiliazione e poi la gloria; prima la passione e poi la risurrezione. Giovanni cerca, invece, di sovrapporre le due realtà, vede la passione dal punto di vista del Cristo umiliato ma, nello stesso tempo, Figlio di Dio; trasfigura Gesù, perché ne ha compreso la realtà più profonda. E questo è un approfondimento teologico notevole, anche se costituisce un tentativo di narrazione non facile.

A questo punto affrontiamo il racconto dell'arresto in Giovanni.

Dette queste cose, Gesù uscì con i suoi discepoli al di là del torrente Cedron, dove c'era un orto, nel quale egli entrò e anche i suoi discepoli.
Ma anche Giuda, il traditore, conosceva quel luogo, perché spesso Gesù si intratteneva là con i suoi discepoli. Allora Giuda, preso un distaccamento di soldati romani e guardie inviate dai sommi sacerdoti e dai farisei, arriva là con fiaccole, lanterne e armi. Allora Gesù, pienamente consapevole di tutto ciò che stava per accadere contro di lui, uscì e disse loro: "Chi cercate?". Gli risposero: "Gesù, il Nazareno". Dice loro: "Sono io". Anche Giuda, colui che lo tradiva. era presente insieme a loro. Appena dunque disse loro: "Sono io", si gettarono indietro e stramazzarono a terra. Di nuovo allora interrogò: "Che cercate?". Quelli risposero: "Gesù il Nazareno". Replicò Gesù: "Vi ho detto che sono io; se dunque cercate me, lasciate andare costoro".
Così doveva compiersi la parola che aveva detto: "Di coloro che mi hai dato, nessuno è andato perduto".
Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori, colpì il servo del sommo sacerdote, e gli spaccò il lobo dell'orecchio destro. Il servo si chiamava Malco. Disse allora Gesù a Pietro: "Riponi la spada nel fodero; non devo forse bere il calice che il Padre mi ha dato?"
(18,1-11).

Indubbiamente ci sono dei tratti della narrazione e dei particolari che rimandano ai sinottici: si parla dell'arresto, della folla guidata da Giuda, del gesto della spada. C'è un rimando al Getzemani, "Non devo forse bere il calice che il Padre mi ha dato?", assente negli altri vangeli. Anche qui il gesto della spada è visto come un gesto del tutto incongruo. Addirittura si notano in Giovanni alcuni elementi in più, rispetto alla narrazione dei sinottici, che vogliono sottolineare una prima dimensione dell'episodio, quella che io chiamo della "fattualità". Giovanni, infatti, è convinto che si tratti di un fatto realmente accaduto, che Gesù è stato veramente arrestato. Per questo, ad esempio, indica con precisione il luogo dell'arresto: al di là del torrente Cedron, dove c'era un orto, in cui Gesù era solito recarsi con i discepoli. Giovanni, quindi, non racconta un'idea, dei simboli inventati.

Detto questo, bisogna però continuare sottolineando che Giovanni trasfigura questi fatti. La fattualità viene rotta in più punti per lasciar scorgere il significato che sta nel profondo. E' un chiaro segno che Giovanni, là dove può, vuole sovrapporre il prima e il dopo, il fatto e il significato profondo.

Un primo esempio: Giovanni dice che è Giuda a capeggiare il distaccamento di soldati romani e guardie inviate dai sommi sacerdoti e dai farisei. Non è molto facile capire come potesse Giuda a capeggiare il distaccamento militare. Ma Giovanni, con questo particolare. vuole solo affermare che, fin dall'inizio, romani e giudei non hanno colto la verità di Gesù e, quindi, stanno insieme sul palcoscenico della passione.

Giovanni, inoltre, sottolinea la signoria, la libertà di Gesù, quando dice che Gesù era pienamente consapevole di tutto ciò che stava per accadere contro di lui. E', dunque, come se gli avvenimenti li avesse in pugno lui, come se conducesse le cose in piena libertà. La cosa viene sottolineata ancora maggiormente quando Giovanni dice che Gesù "uscì". Gesù non solo è consapevole, ma è lui ad andare incontro a chi lo viene ad arrestare, come se davvero fosse lui a consegnarsi. Questo per sottolineare il fatto che se Gesù non si fosse consegnato, nessuno avrebbe potuto prenderlo perché lui è il Signore.

Possiamo segnalare un altro tratto, che modifica la cronaca dell'evento, per dire qualcosa in più: non sono i discepoli che fuggono, ma è Gesù stesso che invita i soldati a lasciarli andare: se dunque cercate me, lasciate andare costoro. Giovanni, in questo caso, non vuole trasfigurare il particolare per non far fare brutta figura ai discepoli, infatti sa bene che loro hanno abbandonato Gesù e lo dice altrove. Qui il motivo è che vuol far vedere come tutto ciò che accade è nella mani di Cristo, nulla sfugge alla sua signoria.

Quindi il dato centrale: Appena dunque disse loro: "Sono io", si gettarono indietro e stramazzarono a terra, questo è il segno massimo della signoria di Gesù. Quindi, se lo arrestano è perché lui si lascia arrestare. Inoltre quel "sono io" può essere letto a due livelli: non solo è il modo che Gesù usa per farsi riconoscere, ma è anche il nome che Dio ha dato a se stesso rispondendo a Mosè che gli chiedeva quale fosse la sua identità.

Dal punto di vista narrativo questo passaggio non è facile da accettare: vi immaginate una scena in cui i soldati, che devono arrestare qualcuno, cadono a terra semplicemente perché il ricercato si fa avanti? Io credo che non sia stramazzato al suolo nessuno, è solo il modo di raccontare tipico di Giovanni, il quale si fida della capacità di comprensione dei lettori. Giuda è lì mentre accade tutto questo, e rimane finché ha visto la manifestazione di questa signoria, poi scompare.

E anche degli altri, eccetto Pietro e "un altro discepolo conosciuto dal sommo sacerdote", non si dice più nulla.



da: Bruno Maggioni, I racconti della Passione
Centro Ambrosiano PIMedit 2004, pg. 29-45

web site official: www.suoredimariabambina.org