TEMPO LITURGICO
   
 

Sabato Santo

Il sepolcro: la fede nel tempo dell'"assenza" di Dio

 


Il vincitore della morte

E' normale che dopo la morte un uomo venga sepolto. La tomba suggella la nostra mortalità; appare il traguardo della vita terrena; il segno silenzioso, ma senza ombra di dubbio, che la morte ha vinto e la sua parola è stata l'ultima. Dopo sembra rimanere solo la memoria e il riampianto, la visita pietosa al cimitero.
Anche Gesù è deposto nel sepolcro, perché egli è morto veramente, perché la sua solidarietà con l'uomo non ha voluto interrompersi ma giungere alla fine; là dove la vita appare spenta per sempre, risolta nelle ceneri, che si possono anche disperdere.
Ma solo così Gesù Cristo potrà rivelarsi il vincitore della morte in assoluto, nella risurrezione che sarà l'inizio di un'"altra" vita nella sua umanità che la morte ha portato a termine e che è come rigenerata nella gloria.


Nel sepolcro la Parola diviene muta

La Chiesa rivive in tutta la sua muta drammaticità la sepoltura di Gesù, che non è stata un giuoco di parti, così come non lo è la tumulazione di ogni uomo che continua a morire.
Essa medita fino a quale estremo il Figlio di Dio fatto uomo si è assimilato alla nostra condizione, misurando insieme a quale estremo deve arrivare la fede in Gesù, nella sua Parola e nella sua promessa. Il sepolcro rappresenta la prova per la fede dei discepoli, dal momento che in esso anche la Parola diviene muta e si spegne, e la visione viene tolta, e la conversione umana interrotta. E' la fede nel tempo dell'"attesa" di Dio e della sottrazione di Gesù, quando anche la sua umanità scompare dalla vista e istintivamente l'uomo può pensare che si accomuni alla vicissitudine di un'oltretomba di cui non c'è in ogni caso esperienza alcuna e da cui nessun ritorno è probabile. Il Sabato è il giorno dove l'itinerario del Figlio di Dio, nel suo "svuotarsi" a partire dalla sua "forma" divina, dopo le varie tappe, arriva alla fine dell'umiliazione, della comunione con la "terra", al "sepultus est". Nessuna concezione, nel Credo, di un'incarnazione apparente, nessuna sottrazione alla nostra solidarietà, tranne quella del peccato.


Salvezza radicale

 

Ma proprio per questo la salvezza è radicale: il Figlio di Dio non ci riscatta solo in un tratto del nostro essere o del nostro cammino umano. Egli assume e vive la nostra vicenda fino alla sepoltura, e quindi il nostro essere morti e sepolti viene redento: a partire dall'ultimo assoluto, a cui giungiamo, noi siamo rifatti e ritorniamo.
Così con la risurrezione di Gesù diventa vero l'improbabile, anzi l'impossibile, come è l'uscire dalla tomba nella condizione di una irreversibilità per cui essa non verrà più conosciuta. Ogni uomo che scende nel sepolcro è accompagnato dallo stesso Figlio di Dio, che è stato sepolto e sigillato nella tomba: ma proprio per questo là dove la sensibilità e la natura incontrano la resistenza invarcabile della fine, a motivo di Cristo e della sua esperienza nel sepolcro è aperto il varco della via eterna.
Questo mistero è affidato alla Chiesa perché lo predichi a una umanità che fatalmente muore senza eccezzioni, e che dinnazi alla morte o si dispera o si rassegna, tacitando per lo più la sua inquietitudine oppure risolvendosi a non capire o a lasciare interrotti i presentimenti che gli offre la prova dell'imortalità dell'anima, che fa sussistere l'interrogativo, però non lo sa risolvere con dei contenuti concreti.

 

Gesù risorge come "nuova creatura"


Ma, a ben vedere, l'ultimo traguardo a cui termina la vicenda umana del Figlio di Dio è costituito dall'"oltre tomba", dalla dimora degli inferi. il Credo afferma: "Discese agli inferi", che immagianiamo come il luogo dei morti, dello stato dove si trova chi a motivo della condizione colpevole dell'umanità non può essere nella gloria di Dio, il "luogo" dove conclude la disobbedienza della colpa. Gesù solidale con lo stato del peccato dell'uomo giunge fino al regno dei morti, agli inferi, dove nativamente è fatale a ogni uomo di ritrovarsi "prima" di Gesù, cioè a prescindere da lui, che solo apre la dimora dei morti alla gloria.
Qui il nostro discorso non può che farsi impacciato. Possiamo solo affermare che tutta la dimensione dell'umanità, della sua storia, del suo destino, è stata percorsa da Gesù, fino all'oltretomba, dove sicuramente, c'era il convegno degli uomini dopo la morte, senza che ne possiamo ideare una plausibile rappresentazione. Nel Sabato Santo, come è stato scritto, "le forze e le potenze del destino, sotto il cui giogo sta l'uomo, vengono eliminate e risolte nel regno di grazia e della libertà. La Parola di Dio si è fatta inudibile, e non sale alla superficie notizia alcuna del suo viaggio attraverso le tenebre, che essa può fare soltanto come una non-parola, in una non-forma, attravesro una non-terra, dietro la pietra sigillata".
Concluso questo "viaggio" della nostra mortalità, Gesù risorge, come "nuova creatura".




da: Inos Biffi, Nel giorno del Signore. Commento alla Liturgia domenicale e festiva. Anno B
Edizioni Piemme - Ancora 1987, pg. 79-81
web site official: www.suoredimariabambina.org