TEMPO LITURGICO
   
 

Il Tempo di Quaresima

Cristo crocifisso: potenza e sapienza di Dio - III domenica

 

Esodo 20,1-17; Samo 18; 1Corinti 1,22-25; Giovanni 2,13-25


In qualche misura, forse, Gesù crocifisso non ci impressiona più. La croce ricorre abitualmente dinanzi al nostro sguardo, e lo sconcerto che vi sia appeso il Figlio di Dio è attutito. Ma se ci fermiamo un poco a riflettere il disegno divino ci riappare sicuramente nella sua "stranezza": nel Crocifisso si manifesta e si compie la redenzione; in lui ci è trasmessa la Parola di Dio e il suo procedimento; in lui se ne traduce la forza.
L'apostolo Paolo in modo singolare ha colto e messo in luce la centralità della croce, che nel cuore del mondo e della storia opera la redenzione.


Il disturbo della croce

Nessun uomo può vantarsi d'aver apportato la salvezza. A nessuno ci si può appellare come motivo della fede, tranne che a Gesù Cristo. San Paolo lo ricorda alla sua chiesa di Corinto, divisa in frazioni e riferendosi ai capi umani oppure a una propria immediata esperienza interiore; siamo tutti, allo stesso modo, riscattati da "Cristo crocifisso" che è la sostanza della sua predicazione.
Cristo sulla croce è il simbolo e la constatazione dell'impotenza, l'antitesi del potere e del "miracolo"; della manifestazione imperiosa; la croce disturba ogni logica, ogni armonia; sfigura ingloriosamente e non potrebbe essere che una scelta insipiente. A giudizio umano: certamente.

Il giudeo, che vuole il miracolo, e il greco, che opta per la bellezza e la ragione, interpretano perfettamente la tendenza e il desiderio dell'uomo, come lasciato a se stesso. Ma la determinazione di Dio è stata opposta. Ha concepito l'uomo in Gesù risorto da morte, e ha salvato l'uomo, per la stessa via.
Dio ha fatto riuscire la debolezza di Cristo in croce, che è in tal modo diventata la forza che ha creato e restaurato il mondo; ha reso "logica" e bella la stoltezza del Signore, esaltando il Crocifisso.


 

La fede: accoglienza dell'umiliazione della croce

La fede è esattamente l'accoglienza di questa "umiliazione" di Dio dove la grazia si istituisce come puro dono e unicamente possibilità riferibile a Dio. I nostri piani, le nostre pretese si trovano confuse e senza diritti.

Ma non basta la contemplazione esteriore del Crocifisso. A questo abbassamento è chiamato ogni discepolo di Gesù, e la conferma è reperibile nella serie mirabile della santità nella Chiesa. Per ogni santo - attraverso vie diverse e contingenze svariate - la Provvidenza si serve di tutto e di tutti (a ognuno, d'altra parte, lasciando la sua responsabilità) - viene il momento e l'esperienza dell'impotenza e della stoltezza, che non gli è dato di sciogliere; deve soltanto pregare per non venire meno e continuare a credere in questo essere - com'è detto nell'antifona d'ingresso - "povero e solo".

Dalla croce, che lo dissolve, Gesù passa alla sua "edificazione" con la risurrezione. Il termine della potenza e della saggezza divine è il Corpo del Signore risorto: il tempio nuovo, che succede all'antico, come vera abitazione di Dio. Al tempio di Gerusalemme Gesù compie la purificazione: il mercato che vi si teneva ne alterava il senso e la destinazione di essere il luogo dell'incontro con Dio e della preghiera.

Ma non si trattava soltanto di purificare quel luogo santo, ma di sotituirlo, di farlo passare dall'ombra alla verità: allora sarebbe avvenuta l'autentica e defintiva purificazione.

Gesù ha il diritto di esigere che la casa del Padre suo ritrovi la santità originaria, e di scacciare tutti dal tempio, perché in tre giorni lo avrebbe riedificato. Solo che ormai intendeva il "tempio del suo corpo", che la morte avrebbe abbattuto, e la risurrezione reinnalzato.

A Gesù ormai conclude tutto quanto apparteneva alla vecchia alleanza. Egli è la Manna e l'Acqua viva; l'Agnello e la Pasqua. Così egli è il Tempio, che declassa quello di pietra, costruito dalla potenza e dalla sapienza umana.

 

I "santi segni" della liturgia

Se Gesù è il tempio vero e nuovo - escatologico -, vuol dire che adesso in lui risorto da morte, sorgente dello Spirito, avviene l'incontro tra l'uomo e Dio; in lui si innalza la preghiera ed è esercitato il culto; è trasmessa la Parola e si realizza la presenza divina. L'epoca dei segni è finita. Non c'è più liturgia valida che non sia lui stesso e comunione con lui, che è il Sacro assoluto e personale.

La celebrazione dell'eucaristia è il nostro culto precisamente perché coincide con Gesù Cristo, con la sua adorazione, nella quale ci inseriamo veramente e vitalmente, attraverso la ritualità. Senza questo rapporto reale con il Signore - che tocca la dimensione della vita - i segni liturgici non sarebbero ammissibili. Sarebbero inconsistenti e vuoti. Ne deriva allora che si debbano dissipare; che dobbiamo mirare a una liturgia cristiana senza i "santi segni"; deriva invece che essi valgono - sono pure preziosi - se ci predicano lui, nella sua singolarità e assolutezza; se a lui ci conducono e a noi servono per esprimerlo e per trasmetterlo. Hanno una missione transeunte e non sostituiscono in nulla "il tempio del Corpo".
Bisogna stare attenti da due versanti: dal primo, perché i segni non divengano autonomi e pertinenti irreferibilmente rispetto a Gesù Cristo; perché non lo allontanino e ne travisino l'originalità e l'efficacia: saremmo nel liturgismo, che pone il rito al posto di Cristo, della sua morte e risurrezione, dello Spirito che ne proviene. Tentazione questa sempre in agguato, perché il vero culto importa la solidarietà con Gesù nella morte.

Dall'altro versante: ci si deve guardare da una "descralizzazione" che depauperebbe la presenza stessa del Signore - nello spazio della nostra storia, con la sua visibilità e le sue esigenze -; che, alla fine assolutizzerebbe la "natura" dell'uomo, la sua potenza e la sua sapienza; dissolverebbe con l'eucaristia gli altri sacramenti, e farebbe sparire le tracce "storiche" di Gesù Crsito, i "luoghi" della sua grazia. Si può e si deve parlare di luoghi storici della grazia, che pur trascende ogni luogo e ogni tempio. La liturgia eucaristica ne è uno, il principale.

Anche questa seconda tentazione è insidiosa; sembra che oggi lo sia specialmente: ma come non vedere che per questa strada l'evangelizzazione declina e il mistero cristiano diviene una filosofia?
Non è da sottovalutare il rischio che una retorica della Parola e della sua contemplazione, una enfatizzazione della "povertà", allontani l'esperienza sacramentale, l'"obiettività" della redenzione, e che la "Grazia" si trovi diluita nella soggettività o in un'ambigua fraternità "orizzontale". E questo quando altrove pare essere sentita come carenza grave, da riparare, la mancanza del sacramento. Sarebbe solo un tornare "ecumenicamente" indietro.


I comandamenti fonte di liberazione

E' d'altra parte indubbio, che tutta la condotta del cristiano dev'essere una liturgia: una liturgia che è la prassi medesima, nella quale il Vangelo si incarna e i comandamenti sono vissuti; ma i comandamenti non sentiti come gravami esterni, intesi a condizionare la libertà dell'uomo; dettati da un codice anonimo, da una normatività astratta, ma come dialogo con Dio, dono del suo amore, segni della sua predilezione, impegni della grazia dell'alleanza, indici della volontà di essere fedeli alla sua amicizia, graziosa e immeritata.

In questa luce va compreso il decalogo, che per questa prospettiva e questo significato non ha perduto la sua intima validità. Esso era dato dal Dio della liberazione pasquale, dell'Esodo; dall'unico Dio, il cui tratto caratterizzante è un perdono sconfinato. Il decalogo è riproclamato per noi, in Gesù Cristo, che ci ha liberato nella nuova Pasqua per un'alleanza eterna; nel quale il decalogo è divenuto, compiendosi, Vangelo: "legge perfetta che rinfranca l'anima".

Il decalogo-Vangelo ci fa ritrovare il vero Dio che si è rivelato in Gesù Cristo, il Padre della misericordia e della redenzione, che ci sottrae a ogni idolo, al servizio di qualsiasi creatura, e che ha costituito Gesù, risorto da morte, come il "Signore".
Appare chiaro come non la volontà Dio dev'essere inclianta alla nostra, non il suo nome dev'essere usato e piegato, ma la nostra volontà deve conformarsi alla sua: come è stato per Gesù Cristo, che si è offerto alla volontà del Padre. Diciamo: "Sia santificato il tuo nome, sia fatta la tua volontà". Nuovo contenuto prende il giorno del Signore: memoria della Pasqua, condivisione prefigurata e anticipata del riposo di Dio, dopo il lavoro della creazione, della vita, della storia. Ma anche ogni rapporto con il prossimo viene portato a perfezione sotto l'insegna della libertà che impedisce ogni oppressione, e dell'amore che stabilisce la fraternità cristiana. Ogni forma e ambito è toccato: da quello familiare, a quello del singolo e a quello della comunità.

E' con questo comportamento che, dopo aver ricevuto l'eucaristia, "manifestiamo nelle nostre opere la realtà nascosta nel sacramento" - come chiediamo nella preghiera dopo la comunione -. E' così che ci disponiamo nella coerenza con il "tempio" del "Corpo di Cristo". Facciamo la liturgia della vita e raggiungiamo l'intenzione di ogni celebrazione.


La verifica e la penitenza


Soprattuto il tempo quaresimale ci richiama alla verifica e al confronto; al "riconoscimento della nostra miseria", che è sempre, per definizione, una incoerenza pratica con il Vangelo e con il sacramento.
Intanto è necessario che anche agisca "il rimorso delle colpe"; quindi che non si esiti ad assumere "il digiuno, la preghiera e le opere di carità fraterna". E' la domanda e l'impegno della colletta di questa messa, che è poi richiamo al decalogo e al Vangelo, perché divengano vita. E a proposito di carità fraterna l'orazione sulle offerte ha un'espressione molto precisa, e così pertinente: "Donaci la forza di perdonare ai nostri fratelli".
Occorre infatti una forza enorme, dal momento che si tratta di fare l'atto di carità più difficile e più alto. In certo modo l'atto che rende più d'ogni altro autentica la nostra liturgia.





da: Inos Biffi, Nel giorno del Signore. Commento alla Liturgia domenicale e festiva. Anno B
Edizioni Piemme - Ancora 1987, pg. 55-59
web site official: www.suoredimariabambina.org