TEMPO LITURGICO
   
 

Il Tempo di Quaresima

Gesù trasfigurato sul cammino della Passione - II domenica

 

Genesi 22,1-2.9.10-13.15-18; Salmo 115; Romani 8,31-34; Marco 9,1-9


"Il tuo volto io cerco, o Signore"; ma più che il volto fisico è soprattutto il volto interiore di Cristo, il suo mistero, quello che desideriamo conoscere e contemplare.
Lo diciamo in questa preghiera che apre la liturgia della seconda domenica di Quaresima, dove il Vangelo della trasfigurazione fu come una prima risposta. Non ancora quella compiuta. Più esattamente: trasfigurandosi, Gesù rivela per un attimo la divina dimensione del suo essere, ma per rimandare subito all'evento nel quale sarebbe avvenuta la sua perfetta manifestazione e sarebbe apparso il suo volto: il volto santo di Gesù risorto da morte.


Il Figlio prediletto verso la croce

Nel cammino dell'epifania di Gesù Cristo e della comprensione del suo "segreto" la trasfigurazione - la "metamorfosi" della sua umanità che sarà un giorno la condizione di tutti gli eletti - dichiara che la via della passione è esattamente quella tracciata da Dio per Gesù, il Messia. Non era un abbaglio o un'incapacità di Cristo a sottrarvisi, ma la volontà del Figlio prediletto di Dio.
Rileviamo dove è collocato l'evento: tra due annunzi della passione. Dopo il primo annunzio poteva sembrare che quasi Dio si fosse allontanato da Gesù di Nazaret e non rappresentasse colui che ne stava traducendo il disegno di liberazione.
Al contrario, la trasfigurazione, la presenza divina, il convegno intorno a Gesù della Legge e dei profeti, i segni degli ultimi tempi che l'avvenimento contiene, la voce che proveniva dalla nube sono - come al battesimo - il riconoscimento e l'identificazione di Gesù di Nazaret da parte di Dio: attestano che sorprendentemente la redenzione passa attraverso la croce. Gesù è il nuovo Mosè, che riceve la Legge e che ritorna dal monte al popolo dopo l'esperienza dell'incontro con Dio, a portarne la parola.

Gesù inaugura gli ultimi tempi, quelli che hanno dentro di sé ormai il compimento e che sono stati effettivamente preceduti dalla venuta di Elia, Giovanni Battista; e a lui singolarmente si riferisce la proclamazione del Padre: "Questi è il Figlio mio prediletto: ascoltatelo!". Anche se l'ascolto del suo Vangelo sconcerta e propone strade inattese di redenzione, come è quella del Calvario.

E proprio perché questa strada dev'essere ancora percorsa da Gesù - che Pietro stesso aveva riconosciuto "Messia" - non si poteva ancora usufruire della sua presenza trasfigurata e farla inabitare in una "tenda", in un soggiorno stabile e gratificante. L'intimità gioiosa sarebbe giunta dopo la risurrezione dai morti. Quindi: dopo la morte di Cristo, che esulava assolutamente dalla prospettiva e dalla comprensione degli apostoli.

La risurrezione poteva essere intellegibile in astratto, ma non la morte di Gesù che l'avrebbe preceduta e condizionata. Non deve stupirci la fatica ad accettare nella nostra stessa vita il discorso della passione e l'incontro quotidiano con essa. Nessuna plausibilità naturale lo può sostenere, ma soltanto l'esemplare del Figlio di Dio crocifisso e la fede che lo riceve come "strumento" di grazia.

Nell'economia della vita di Gesù, e nell'itinerario particolarmente dei tre apostoli - Pietro, Giacomo e Giovanni - la trasfigurazione, che è una profezia reale, una pregustazione di quello che sarebbe avvenuto poi, non ferma troppo a sé; è passeggera. Conferma con il valore dell'assicurazione di Dio, ma non può creare illusioni. Non distrae dal tracciato segnato. Va persino taciuta agli altri, che potrebbero interpretarla come un punto ormai di arrivo, dopo il quale la fede e la passione non sarebbero più occorsi. Doveva avverarsi la morte e la risurrezione del "Figlio prediletto".


Una fede assoluta

 

Morte e risurrezione: sono nella logica di Dio, che fa grazia soltanto a un abbandono assoluto in lui che non conosca reticenza e tergiversazione. Non senza motivo la liturgia propone come antefatto la fede di Abramo, e la sua disponibilità a sacrificare il figlio Isacco. Qualunque sia l'origine materiale di questa figura sacrificale e di questa prospettiva dell'immolazione di un figlio, il significato che qui riceve appare chiaro: alla scelta gratuita di Dio deve corrispondere una fiducia senza limiti alla sua parola, anche se, all'ovvio giudizio umano, questa stessa parola sembra contraddirsi e persino levare le condizioni perché le promesse si attuino.

Abramo non è senza angoscia, ma la prevalenza è quella del "timore di Dio", un timore che non gli rifiuta nulla, neppure l'unico figlio, nel quale è riposta tutta l'affezione del padre, e dove è sostenuta tutta la speranza umana di avere una discendenza. Alla fine, dopo tutte le ragioni, occorre una specie di "salto" nell'improbabile, nel "buio" della visione "razionale", "naturale", perché ci sia una fede autentica e salvifica. L'obbedienza a Dio, nella misura in cui diventa coerente e non si ritrae, è sempre estremamente difficile. Facilmente ci fermiamo a metà strada e cerchiamo di comporre ragionevolmente.

La fede è una risurrezione da morte, perché comporta una morte, se non esteriore, interiore dolorosissima, una separazione che nella vicissitudine di Abramo troviamo simboleggiata da Isacco, che era tutto il bene che il patriarca possedeva. Verrebbe da concludere che Dio è impietoso, che è geloso. Effettivamente - avendo il suo disegno stranamente al centro Gesù risorto da morti - il Calvario rimane un appuntamento non eliminabile e non aggirabile.

Dopo che il sacrificio nell'intenzione e nell'interiorità di Abramo è stato consumato, il figlio viene risparmiato. Anche Gesù sarà risparmiato, ma non dalla morte bensì dal potere della morte. La risurrezione è il grande "risparmio" nei confronti di Gesù, come risposta alla sua obbedienza alla volontà di Dio. Di essa siamo assicurati anche noi, dopo la nostra morte; non solo, e forse non tanto dopo la morte fisica, ma dopo quella che trova atttuazione nella fede, che ci fa portare la croce ogni giorno.

 
La Chiesa oggi prega: "O Dio, che ci hai detto di ascoltare il tuo amato Figlio, nutri la nostra fede con la tua parola".


Il Figlio prediletto offerto per noi

Questo Figlio di Dio che ascoltiamo appare come colui che è stato effettivamente immolato e risorto da morte. La morte per Gesù fu l'accettazione della volontà del Padre; per il Padre è il segno del suo amore verso gli uomini. Diciamo una volta ancora che ci sfugge la causa della elezione di questo disegno da parte di Dio; constatiamo invece che la tradizione e la consegna a noi del Figlio crocifisso è l'evidenza della grazia assoluta, la sintesi e il fondamento di ogni dono.

Noi veniamo dopo la passione, la morte e la risurrezione; dopo che il volto di Gesù paziente appare glorioso. E' questo il volto che dobbiamo cercare e l'unico che ci è dato di contemplare: ma solo nella fede, non ancora nella visione.
A somiglianza degli apostoli, che se hanno per un istante ammirato Gesù nella "metamorfosi", in vesti splendenti e bianchissime", dopo quel conforto, hanno ripreso il temuto, aborrito, cammino che portava al Calvario.

Quella loro esperienza non manca ancora oggi di confortarci nel proseguimento insostenibile e inevitabile che Gesù medesimo definisce come un portare la croce dietro a lui. Ma cogliamo anche la novità della nostra situazione: risorto dai morti, Gesù Cristo adesso "sta alla destra del Padre e intercede per noi".

Dobbiamo a questa intercessione se possiamo fare il viaggio quaresimale incontro alla passione di Gesù e alla sua risurrezione dai morti. Una intercessione da non intendere svolta da lontano, ma rappresentata e ravvicinata nel tempo della nostra storia in virtù dell'eucaristia.

In essa ci è data "la partecipazione ai gloriosi misteri": gloriosi perché riceviamo Gesù Cristo nel corpo "non risparmiato" e nel sangue versato, che ora conosce la gloria ed è per noi il pegno della risurrezione. Secondo l'esperienza della fede - quella stessa fede che ha dovuto sostenere gli apostoli nella passione, pur dopo la contemplazione del Cristo trasfigurato - l'eucaristia fa pregustare, "a noi ancora pellegrini sulla terra", "i beni del cielo".
Ma l'ìunico bene è Gesù Cristo, nel quale troviamo il Padre, lo Spirito Santo, e la Chiesa.


L'eucaristia Parola di Dio

Ricevere l'eucaristia è attestare che riconosciamo come via di liberazione la croce di Gesù; è lasciar dire a Dio come redimerci; è, anzi, lasciarci salvare da lui.
Celebrare l'eucaristia vuol dire ricevere il Figlio di Dio e ogni cosa dataci con lui, secondo l'espressione di Paolo nell'epistola. Significa, in fondo, ricevere concretamente la Parola e ascoltare il Signore, poiché la croce, il sacrificio, e l'eucaristia che ne è il sacramento, sono la parola che il Padre dalla nube del monte della trasfigurazione ha voluto che noi ascoltassimo.
Al di fuori non c'è nè ascolto nè comprensione di Cristo.




da: Inos Biffi, Nel giorno del Signore. Commento alla Liturgia domenicale e festiva. Anno B
Edizioni Piemme - Ancora 1987, pg. 52-55
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