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Il Tempo di Quaresima

La croce: compimento della rivelazione

 

Prima di entrare nel vivo dell'analisi dei racconti della passione, occorre fare alcune premesse, non solo per definire il meetodo con cui affrontare i testi, ma anche per anticipare alcune convinzioni che sono alla base di tutto il discorso.

Il primo quesito che sorge spontaneo è perché i racconti della passione sono così ampi e simili tra loro. La risposta è significativa: la croce è l'evento più alto e anche imprevedibile, luogo denso di contraddizioni. E' qui che i cristiani possono comprendere fino in fondo chi è il loro Dio e che senso ha il compimento messianico.

Nel Nuovo Testamento troviamo diversi modi di parlare della croce, si possono raggruppare in tre diverse accentuazioni.
Il primo è lo "schema del contrasto". Si prova, per esempio, negli Atti degli Apostoli, in particolare nei discorsi missionari: gli ebrei hanno appeso il Cristo al legno, ma Dio lo ha fatto risorgere. Con questo schema non solo si cercava di risvolvere lo scandalo della croce, ma, soprattutto, si sottolineava la grande importanza della risurrezione, riducendo la passione a un momento di passaggio, non particolarmente carico di significato.
Emerge, dunque, il contrasto tra il modo di pensare degli uomini e il modo di pensare di Dio. Sono due modi opposti di "immaginare Dio".
Alcuni, guardando Gesù, hanno dichiarato che lì non poteva esserci Dio; altri lo riconoscono proprio per quel tipo di morte e risurrezione. La conversione cristiana, dunque, è prima di tutto una conversione "teologica" che, cioé, riguarda l'idea di Dio, l'immagine di Dio.

Il secondo schema è quello contenuto nell'inno cristologico della lettera ai Filippesi (2,5 ss.). Paolo, raccontando in questo inno l'intera storia di Gesù, vuole mostrare l'identità del Cristo - vero uomo e vero Dio, due nature in una persona - la cui originalità consiste nel modo in cui si è rivelato. Ecco, allora, che mette in luce soprattutto la logica che ha guidato le varie tappe della vita di Gesù. E la croce rientra in questa logica: ne è il punto culminante. A Paolo interessa dimostrare che la croce di Gesù non è altro che la realizzazionbe piena, l'andare fino in fondo di un ragionamento partito in Dio. Volendo Dio diventare uomo, ha condiviso la condizione dell'uomo, non un'umanità all'altezza della sua divinità, ma simile a quella di un uomo qualunque. La croce è il punto culminante sia dell'obbedienza di Gesù, sia della sua condivisione con l'umanità che ha assunto.

Il terzo schema è quello dei testi eucaristici, in cui emerge la dimensione salvifica della croce. La costante di tutti i racconti eucaristici è il "per": per le moltitudini, per voi, a favore di ...


 

C'è un'altra premessa che fa da pilastro all'analisi che stiamo per intraprendere. Paolo, sia al primo capitolo (dove parla delle due sapienze), sia all'undicesimo (dove è riportato il più antico testo eucaristico) della prima lettera ai Corinti, parla della croce.
Nel primo brano (1 Cor 1,17 ss.) Paolo se la prende con i predicatori missionari che non hanno il coraggio di esporre la passione e la croce nella loro chiarezza e cercano di sorvolare questo punto nevralgico con delle attenuanti.


L'apostolo ha davanti agli occhi due tipologie di missionari: quella dei giudei e quella dei pagani. I primi vogliono scolorire lo scandalo della croce, per conciliare insieme la gratuità della salvezza con la necessità delle opere.
I secondi valorizzano maggiormente la risurrezione per salvaguardare la potenza di un Dio che è già scandaloso per il semplice fatto di essersi fatto uomo, rinunciando alla sua immagine di essere infinito, assoluto, immobile, immateriale. Il tentativo, dunque, è quello di far apparire la croce un incidente felicemente superato.

Ma c'è anche un'astuzia ancora più sottile che consiste nel voler sostituire la croce con lo slogan "Dio è amore", che si può conciliare con il credo di qualunque altra religione: parliamo di Dio amore e ... l'ecumenismo è fatto! Solo che, così, l'evento di Gesù passa in secondo piano. Paolo vuole restituire il primato al crocifisso (scandalo e stoltezza!), senza neppure citare la risurrezione, se non implicitamente.

 



Nel secondo brano (1 Cor 11,23 ss.) Paolo, che pure è ben convinto della risurrezione di Gesù, mette bene in risalto la sua morte, e la morte di croce, per invitare i cristiani a fermarsi e a riflettere. Questo perché è fondamentale non vedere la passione e la croce solo come salvezza, ma anche e soprattutto come rivelazione.


Se si sottolinea solo la salvezza è come dire che Gesù è morto esclusivamente per ripare un peccato. Ma la croce è di più, ha un'altra funzione: rivelare fino a che punto Dio si è inserito nella storia dell'uomo, fino a che punto Dio ama l'uomo, condividendone la sua esperienza. Dunque il luogo più rivelatore è la croce, e la risurrezione serve a confermare che il crocifisso è proprio Dio.

Quando un giusto viene condannato, siamo portati a pensare che si ripete la solita storia: i furbi trionfano e gli onesti sono uccisi. L'attenzione si concentra sullo scandalo della giustizia sconfitta. E Gesù è stato condannato. Se dopo tre giorni si sa che quel giusto è risorto, la reazione è immediata: "Meno male che lui ce l'ha fatta". L'attenzione va sulla risurrezione.
Ma se, dopo qualche giorno ancora, si viene a sapere che quello è il Figlio di Dio, questa volta il fatto che stupisce è che un Dio abbia deciso di morire come un uomo qualunque. La meraviglia, dunque, non è tanto che un Dio sia risorto (ci mancherenne altro che Dio non riorgesse), quanto che un Dio abbia deciso di morire come me.

Questa è la verità della croce, la novità del Figlio di Dio crocifisso. Crocifisso con due ladroni, poi! A dimostrazione che non è solo morto per i peccatorio, ma insieme ai peccatori, confuso con loro, come un ladrone. E' una novità sconcertante.
Allo stesso modo vanno interpretati la passione e i miracoli. Avendo Gesù fatto i miracoli, la gente era portata a chiedersi: "Ha salvato altri, non può salvare se stesso! Il Cristo, il re d'Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo"(Mc 15,31-32). Allora, se Gesù non scende dalla croce, pur potendo farlo, significa che ci sarà un motivo, che non è quello della debolezza.

A questo punto, vorrei introdurre una riflessione: questo Dio crocifisso che sconcerta, in realtà è il Dio dell'amore di cui parliamo tutti. Infatti sulla croce è vissuta fino in fondo, nella sua verità, la logica dell'amore. E l'amore, per sua natura, è debole, perché non vuole sopraffare l'altro. Se Dio fosse sceso dalla croce, non avrebbe compiuto fino in fondo il suo gesto di amore. Ecco come questo Dio, che sembrava così diverso, lo ritrovo familiare, amico. Immaginate che disastro sarebbe stato se Gesù fosse sceso dalla croce! Si sarebbe dimostrato un dio pagano, il dio della potenza, del terremoto, il dio che vuole convincere a ogni costo.

Quando parliamo della futura venuta di Gesù, preannunciamo che sarà "in potenza e gloria". Ma bisogna intendere bene questa frase, altrimenti si potrebbe pensare che Gesù, visti irisultati deludenti ottenuti con la sua prima venuta nell'amore, abbia deciso di tornare con potenza. Ma così si stravolge la logica del Signore. A questo proposito Luca ci racconta una parabola escatologica: quella del padrone e dei servi. Quando il padrone tornerà, se troverà i servi al lavoro, li farà sedere a tavola e si metterà a servirli. Questa è la natura di Dio: servizio e amore che si dona.

L'attesa del Messia coincide con l'attesa del compimento della storia e noi crediamo che Gesù abbia compiuto questa attesa. Ma quando ci guardiamo intorno e vediamo che le cose continuano come prima, come sempre, ci chiediamo come si deve intendere questo compimento.

Forse si potrebbe dire che il compimento è tutto nell'altra vita. Ma adesso?

Forse si potrebbe dire che il compimento, così come lo ha realizzato Gesù, è il compimneto della rivelazione: Gesù ha rivelato fino a che punto Dio ama l'uomo. E più di così, più che rivelarlo dentro la nostra storia, non poteva fare.
Se Dio condivide la storia dell'uomo, vuol dire che la storia ha un valore, benché siano molti i segni che dicono il contrario, e che la storia può essere migliorata attraverso la trasformazione dell'uomo e delle sue azioni.

Ma il compimento di Gesù parla anche del lato nascosto di Dio. E' abbastanza naturale che un uomo muoia per Dio, come per la patria, la bandiera, un'idea; è del tutto impensabile invece, anche se noi ce ne siano un po' abituati, che Dio muoia per l'uomo: Questa è la novità radicale: il Figlio di Dio è venuto nel mondo per rivelarmi questo aspetto impensabile di Dio, il lato in ombra della luna, quello che gli uomini, con tutta la loro buona volontà, il loro acume, non possono scoprire. Il vangelo, infatti, racconta di più quello che Dio ha fatto e fa per noi, piuttosto che quello che noi dobbiamo fare per lui. Allora il cristiano, il testimone, non deve mostrare al mondo come amare Dio, quanto è disposto a fare per Dio, ma mostrare al mondo come Dio lo ama e come Egli ama il mondo, ogni uomo, tutti gli uomini. Solo così morire per i fratelli sarà un vero martirio, una testimonianza.


Crudeltà senza limiti


Ho visto altre impiccagioni, ma non ho mai visto un condannato piangere, perché già da molto tempo questi corpi inariditi avevano dimenticato il sapore amaro delle lacrime.
Tranne che una volta. L'Oberkapo del 52° comando dei cavi era un olandese: un gigante di più di due metri ...
Aveva al suo servizio un ragazzino, un pipel, come li chiamavamo noi. Un bambino dal volto fine e bello, incredibile in quel campo. Questo piccolo servitore dell'olandese era adorato da tutti. Aveva il volto di un angelo infelice.

Un giorno la centrale elettrica di Buna saltò. Chiamata sul posto la Gestapo concluse trattarsi di un sabotaggio. Si scoprì una traccia: portava al blocco dell'Oberkapo olandese. E lì, dopo una perquisizione, fu trovata una notevole quantità di armi! L'Oberkapo fu arrestato subito. Fu torturato per settimane, ma inutilmente: non fece alcun nome.
Venne trasferito ad Auschwitz e di lui non si sentì più parlare. Ma il piccolo pipel era rimasto nel campo, in prigione. Messo alla tortura restò anche lui muto. Allora le S.S. lo condannarono a morire insieme a due detenuti presso i quali erano state scoperte le armi.

Un giorno che tornavamo dal lavoro, vedemmo tre forche drizzate sul piazzale dell'appello: tre corvi neri. Appello. Le S.S. intorno a noi con le mitragliatrici puntate: la tradizionale cerimonia. Tre condannati incatenati, e fra loro il piccolo pipel, l'angelo dagli occhi tristi.

Le S.S. sembravano più preoccupate, più inquiete del solito. Impiccare un ragazzo davanti a migliaia di spettatori non era un affare da poco. Il capo del campo lesse il verdetto. Tutti gli occhi erano fissati sul bambino. Era livido, quasi calmo, e si mordeva le labbra. L'ombra della forca li copriva. Il Lagerkapo si rifiutò questa volta di servire da boia. Tre S.S. lo sostituirono.
I tre condannati salirono insieme sulle seggiole. I tre colli vennero introdotti contemporaneamente nei nodi scorsoi.

"Viva la libertà" gridarono i due adulti. Il piccolo, lui, taceva.

"Dov'è il Buon Dio? Ma dov'é?", domandò qualcuno dietro di me. Ad un cenno del capo le tre seggiole vennero tolte.
Silenzio assoluto. All'orizzonte il sole tramontava.

"Scopritevi!" urlò il capo del campo. La sua voce sembrava rauca. Quanto a noi, noi piangevamo. "Copritevi!".

Poi cominciò la sfilata. I due adulti non vivevano più. La lingua pendula, ingrossata, bluastra. Ma la terza corda non era immobile: anche se lievemente, il bambino viveva ancora ... Per più di mezz'ora restò così, a lottare tra la vita e la morte, agonizzando sotto i nostri occhi. E noi dovevamo guardarlo bene in faccia. Era ancora vivo quando gli passai davanti. La lingua era ancora rossa, gli occhi non ancora spenti. Dietro di me udii il solito uomo domandare: "Dov'è dunque Dio?".

E io sentivo in me una voce che gli rispondeva: "Dov'è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca ...".

(E. Wiesel, La notte, Giuntina, Firenze, 1993:
L'ebreo Elie Wiesel ... premio Nobel per la pace nel 1986, giornalista e docente all'Università di Boston, non porà mai dimenticare la sua fanciullezza. Nato nel 1928 in Transilvania, durante la Seconda guerra mondiale viene deportato in Auschwitz. E' solo un adolescente, ma non gli viene risparmiato nulla, neppure di assistere all'impiccaggione di un coetaneo. Nel suo libro-diario La notte rievoca l'agghiacciante episodio riportato. )

 

 


da: Bruno Maggioni, I racconti della Passione
Centro Ambrosiano PIMedit 2004, pg. 7-15

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