TEMPO LITURGICO
   
 

Il Tempo di Quaresima

In cammino verso la Pasqua - I domenica

 

Genesi 9,8-15; Samo 24; 1Pietro 3,18-22; Marco 1,12-15


La Pasqua del Signore non si rinnova: Cristo risorto da morte è ormai presente nella nostra storia, perché essa riceve la grazia della passione e della risurrezione in ogni momento e circostanza. E tuttavia la memoria pasquale, che attrae a sé e poi rimanda ai vari giorni dell'anno liturgico, non è un gioco. Se ogni eucaristia soprattutto è segno reale della Pasqua, e ogni dono dello Spirito ne proviene e la traduce come in atto, la sua memoria nel corpo sacro della Chiesa quasi dispiega su un arco più vasto di tempo e di riti il significato e la forza racchiusa nell'evento del Signore che muore e che risorge.
Ci rendiamo così più attenti e raccolti nell'ascolto e nella meditazione di questo misterioso disegno di Dio che passa attraverso la croce, e allora sciogliamo il cuore dalle sue resistenze e ci lasciamo riscattare dall'interiore legame della colpa, in virtù della persistente forza di Gesù che "una volta per sempre" ha patito ed è risuscitato.
Nel ricordo pasquale tutta la Chiesa si dispone con animo orante e volontà di meditazione più intensa, e noi ne prendiamo parte.


I quaranta giorni

A tale efficace commemorazione ci preprariamo per quaranta giorni, poiché abbiamo bisogno di tempo e di spazio spirituale che in quella configurazione precisa sia capace di farci avvertire con la sua evocazione tutto il senso della preparazione, assimilata alle esperienze di salvezza espresse nel simbolo quadragenario.
In particolare, la Chiesa rivive avviandosi alla Pasqua i quaranta giorni del deserto del Signore. Non furono giorni episodici, tra i tanti, che pure ebbe anche Gesù; essi hanno un valore esemplare e ci convocano per la condivisione. Al punto che il prefazio può riferire a Cristo stesso l'istituzione della Quaresima: "Egli consacrò l'istituzione del tempo penitenziale con il digiuno dei quaranta giorni".


 

"Tentato da Satana"

Il Vangelo di Marco dà un resoconto molto asciutto dei giorni della tentazione. Anzitutto fa risalire l'ingresso nel deserto alla "spinta" dello Spirito, il medesimo Spirito che nel battesimo era disceso su Gesù di Nazaret. Questi - proclamato figlio diletto del Padre al Giordano - incontra la prova. La sua intatta natura umana non lo inclinava alla tentazione, ma anche Adamo all'origine vi fu sottoposto. La libertà dell'uomo deve diventare una deliberazione, un'accoglienza, del disegno divino. Così il demonio "serve" perché la creatura si autodetermini nella linea e nella conformità alla volontà di Dio.

Il deserto è per Cristo il luogo della sua disponibilità a seguire l'itinerario che il volere del Padre gli verrà proponendo, fino alla morte della croce. Marco mette in luce la presenza di Satana che tenta, quella degli angeli che stanno a servizio di Gesù e quella delle fiere. Non è facile capire il significato della presenza delle fiere: un richiamo ad Adamo nel paradiso terrestre - ora che è venuto il secondo Adamo che non si lascia ingannare dal serpente -; oppure il segno di una pacificazione che indica l'avvenimento del tempo messianico, o la semplice descrizione di un deserto popolato di animali?
Gli angeli dicono invece la singolarità di colui che è messo alla prova e nel quale è aperta e instaurata la comunione tra la terra e il cielo.
Satana, da parte sua, è la realtà del male, tutta tesa a distrarre Gesù dal compimento della sua vocazione.

La reazione di Cristo sarà ricorrente e tenace contro lo spirito diabolico e immondo. Mentre identificherà con Satana persino Pietro, quando gli si porrà come intralcio nel fare la volontà del Padre, la sua vita apparirà spesso una lotta e una vittoria sull'azione e sul possesso diabolico.

Si direbbe che tutta la trama di Satana è quella di far fallire Gesù Cristo, nella persuasione che se Cristo non riesce - se fa propria e conferma la ribellione diabolica e quella instaurata dal primo Adamo - allora il piano di Dio si dissolve.

Il demonio ha paura di Gesù Cristo e mira a captarlo. Cristo lo abbatterà nella sua passione, dove il "sì" al Padre raggiunge la sua perfezione e consumazione. Non dobbiamo banalizzare le tentazioni di Satana nei confronti di Cristo: l'autore della Lettera agli Ebrei le ha percepite in tutta la loro drammaticità, così come la drammaticità della lotta contro il demonio segna tutta l'esistenza del Signore.
Ma dopo la vittoria sulla prova egli può già annunziare la novità del Regno di Dio, la ragione della gioia intrinseca, grazie a lui, nella storia: il Vangelo.

 

Il deserto di Israele e il deserto di Gesù

Dietro il deserto di Gesù, coi suoi quaranta giorni, si profila poi certamente un altro deserto: quello del popolo liberato da Mosè nella prima pasqua. Anch'esso fu un tempo insidiato - e non vi poteva mancare l'insinuazione da parte di Satana della diffidenza nei confronti di Dio -; così come neppure era assente il servizio di Dio, con i suoi gesti di potenza provvida e amorosa.
Se quella fu una sconfitta d'Israele nella riuscita di Gesù si delinea l'Israele nuovo; quello della fedeltà e della perseveranza. Israele nuovo è Gesù in persona e il nuovo popolo di Dio, la Chiesa, su cui la medesima provvidenza opera con i suoi segni, ormai colmi di grazia: è elargito infatti lo Spirito, che scaturisce dal fianco di Gesù - roccia viva - ed è offerto il Pane di vita, la carne del Signore.


Ci insegnò a dominare le seduzioni

Mentre Gesù, resistendo al tentatore, si decideva nella conformità alla volontà di Dio, il suo comportamento acquistava un valore esemplare per noi. Tale esemplarità continua. Né si trattava solo di esemplarità. Gesù veniva dotando l'uomo della forza di opporsi al male: "Vincendo le insidie dell'antico tentatore, ci insegnò a dominare le seduzioni del peccato".
Prima di tutto con renderci consapevoli della realtà del peccato stesso e di colui che, in qualche modo, ne è personalmente al principio. Gesù ci disincanta di fronte a un facile e ingenuo ottimismo, che idealizza la "natura" o che si illuda di esorcizzarla con la scienza e i suoi ritrovati.
Poi ci induce a metterci a nostra volta dentro la via di Dio, che è la via della croce.
Il progetto del demonio, come per Cristo, così per noi è sempre quello di distoglierci dalla croce, perché sa che, per quanto questa decisione di Dio sia sconcertante e finalmente insondabile, essa è la strada della redenzione e della propria sconfitta. Per noi la tentazione è quella di sviarci da Gesù Cristo che ci salva con la sua risurrezione, che proviene dalla passione e dalla consegna assoluta della vita.


Le forme di tentazione


Le tentazioni di Cristo sono menzionate dal vangelo di Marco. Le nostre sono indicate, per riflesso, dalla preghiera che conclude la liturgia. Chiediamo l'alimento della fede, la crescita della speranza e il rafforzamento della carità. E' come dire la nostra esposizione a non credere alla Parola di Dio, a inventare con la nostra "originalità" il modo e il contenuto della salvezza; la nostra stanchezza ad attendere l'avverarsi delle promesse, la propensione a lasciarci prendere dalla delusione, che non confida e non spera più: i beni promessi ci sembrano a volte così lontani e astratti da non superare il livello della retorica delle evasioni o inconsistenti idealizzazioni.
Per non parlare della carità, così ardua quando voglia essere un affidamento di sé e tentativo di gratuità: Non senza ragione domandiamo quindi di aver fede, speranza e carità dopo aver ricevuto l'eucaristia; la Parola fatta carne; il Corpo consegnato per amore del Padre e degli uomini; il pegno della vita eterna. "La nostra vita si ispiri sempre più al sacrificio che santifica l'inizio della Quaresima": è la preghiera sui doni.


"Segno sacramentale della nostra conversione"

Convertirsi e credere al Vangelo: così Gesù sintetizza il suo messaggio e la sua grazia. E' la condizione per entrare in unione con lui, per conoscere - come è detto nella colletta - il mistero di cristo e renderlo visibile.
Durante questi giorni tutta la Chiesa ci aiuta ancora di più a diventare coscienti delle nostre colpe; ci esorta appassionatamente a cambiare i desideri e i loro traguardi; a uscire dalla vanità dei propositi. Abbiamo ricevuto il battesimo; abbiamo iscritto nella nostra esistenza la morte del Signore, la sua dedizione al Padre e l'impronta della sua risurrezione. Eppure le incoerenze non si contano e le cadute si moltiplicano ancora.
Per l'invito che questo tempo sacro porta in sé e diffonde e per la pressione della liturgia che lo manifesta, la Quaresima è definita "segno sacramentale della nostra conversione". Solo che il segno sacramentale non basta e può rimanere unicamente all'esterno: se non si fa operativamente "tempo favorevole per la nostra salvezza".
Il sacramento è una realtà e una consegna di grazia che non dispensa dall'assunzione interiore e personale.


Reviviscenza del battesimo


Col passaggio dal sacramento alla prassi, messo in atto nei giorni quaresimali, il nostro battesimo è portato a maturazione; produce i suoi frutti. Ossia: l'"imminenza" della risurrezione di cristo sulla nostra vita emerge con reale e persuasiva evidenza. La nostra unione con Dio presenterà consistenza e verità, e non ritorneremo allo stato di ingiustizia. Saremo così nella linea dell'umanità nuova, allusa in quella ricominciata dopo il diluvio: l'umanità dell'alleanza, che l'arcobaleno solo prefigurava, ma che Gesù ha sancito nel suo Sangue e costituito con la sua risurrezione e collocazione "alla destra di Dio".
Ora il Padre guarda non tanto l'arcobaleno come "segno dell'alleanza", ma "Cristo morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti", al fine di ricondurci a Dio.
La storia della passione e della risurrezione, irrepetibile per Gesù Cristo, prosegue in tale maniera nella nostra esperienza, per cui può dirsi come rinnovata, nel senso che raggiunge la sua intenzione. Ecco perché la memoria pasquale non è una finzione, ma una verità.



da: Inos Biffi, Nel giorno del Signore. Commento alla Liturgia domenicale e festiva. Anno B
Edizioni Piemme - Ancora 1987, pg. 48-51
web site official: www.suoredimariabambina.org