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III Domenica di Avvento
Di fronte alle autorità di Gerusalemme (Gv1,19-28)

[...] rispondendo agli inquirenti, Giovanni nega di essere un personaggio messianico, e si definisce come la voce che fa risuonare l'annuncio isaiano della venuta del Dio salvatore; poi dichiara che "qualcuno" è presente, ancora sconosciuto, e superiore a lui stesso.
Il quadro è quello di un'inchiesta giudiziaria:

v. 19 ... allorché, da Gerusalemme, i giudei gli inviarono sacerdoti e leviti per interrogarlo: "chi sei tu?".


Il termine generico "i giudei" qui designa le autorità religiose. Trattandosi di un passo ufficiale, la qualità degli inquirenti viene accuratamente precisata; il v. 24 aggiungerà che appartengono alla casta dei farisei. Il Precursore è così posto dinanzi al potere religioso, di fronte al quale si troverà Gesù durante la sua vita pubblica.

Questo episodio è proprio di Gv, il quale ha trasformato i dati tradizionali sul Battista in funzione del suo progetto letterario. Se è storicamente probabile che il battesimo di Giovanni non sia stato ben visto dalle autorità, per il fatto che avveniva in maniera indipendente dalle istituzioni religiose dell'epoca, le domande poste ai delegati consentono all'evangelista di definire la posizione di Gesù e di Giovanni attraverso il loro rapporto reciproco.

Il personaggio del Battista è attestato anche dallo storico giudaico Giuseppe Flavio (I secolo), il quale lo descrive come "un uomo dabbene che esortava i giudei a coltivare la virtù, a praticare la giustizia nelle relazioni reciproche e la pietà verso Dio, a recarsi al battesimo ...".

 

La sua attività si estende dall'autunno del 27 alla primavera del 29, durante il secondo periodo di Qumrân dominato da un essenismo di stampo zelota. Profondamente originale, essa ebbe una notevole risonanza, come precisa ancora Giuseppe. Un movimento battista fioriva ad Efeso, secondo un'informazione degli Atti degli Apostoli, ancora molto tempo dopo la morte di Giovanni; una sua sopravvivenza può essere rintracciata in Siria fin verso l'anno 300. La tradizione sinottica mostra d'altro canto che i giudei di palestina erano divisi a proposito del Battista: la folla è attratta dalla sua predicazione e dal suo battesimo, tanto da domandarsi se non sia il Messia (Lc 3,15); ma le autorità non credono in lui e talvolta lo trattano da indemoniato (Mt 11,18).

Alla domanda diretta di Gesù "Il battesimo di Giovanni veniva da Dio o dagli uomini?", i sacerdoti giudei non osano rispondere (Mc 11,30). Luca riassume così la situazione:

Tutto il popolo ascoltandolo - e anche gli esattori delle imposte- hanno riconosciuto la giustizia di Dio facendosi battezzare col battesimo di Giovanni; ma i farisei e i dottori della legge hanno rifiutato il disegno che Dio aveva per loro, non facendosi battezzare da lui (Lc 7,29-30).

Il testo giovanneo mette in scena un confronto diretto.

v. 20 Ed egli riconobbe e non negò e riconobbe: "Non sono io il Cristo".
v. 21 Ed essi l'interrogarono: "Che cosa, dunque? Sei tu Elia?". Ed egli disse: "Non lo sono". "Sei tu il Profeta?". Ed egli rispose: "No".


La prima risposta del testimone taglia corto su tutto ciò che avrebbe potuto dire, alla maniera semitica, delle sue origini e di se stesso, che noi tuttavia conosciamo da altre fonti. Secondo Luca, Giovanni proviene da una famiglia sacerdotale, ma il suo ministero, non si esercita, come quello di suo padre Zaccaria, all'interno del tempio (Lc 1,5-11): è invece nel deserto di Giuda (Mt 3,1) dove egli, investito da una vocazione profetica, prepara il popolo all'ora del giudizio, amministrando un "battesimo di penitenza per la remissione dei peccati".
Dicendo: "Non sono io il Cristo", Giovanni sembra dare una risposta al di fuori della domanda; ma la sua risposta è pertinente, poiché essa svela bruscamente l'oggetto reale dell'inchiesta, che continuerà da parte dei giudei a proprosito di Gesù (7,26s.31.41; 10,24; 12,34). Giovanni dirotta immediatamente l'attenzione sull'identità del Messia e orienta indirettamente verso Colui che viene e che egli attende.

 
 


Interrogandolo sul suo rapporto con Elia o con il "Profeta", gli inquirenti mostrano di voler sapere se il Battista si attribuisce una funzione messianica. Secondo le credenze del tempo, la manifestazione del Messia, la cui attesa era viva, sarebbe stata infatti preceduta - o anche si sarebbe realizzata - col ritorno del profeta Elia o con la venuta del Profeta annunciato nel Deuteronomio. Per la comunità di Qumrân, che si attendeva due Messia, Elia sarebbe stato uno di essi, il "messia di Aronne". Quanto al profeta, poi, avrebbe assunto la funzione di Mosè e interpretato autenticamente la Legge.
Riguardo a Elia, il testo giovanneo presenta una divergenza rispetto alla tradizione sinottica. Questa ha riconosciuto Elia nel Battista, come dimostrano un detto di Gesù e il comportamento attribuito al Precursore, tale identificazione da parte dei contemporanei si impone allo storico. Nel nostro testo, Giovanni perde questo elemento prestigioso della sua attività; egli non è Elia redivivus che si credeva. Affiora qui indubbiamente un accento polemico, allo scopo di riservare unicamente a Gesù la realizzazione della promessa divina.


Giovanni, la voce della profezia

v. 22 Gli dissero allora: "Chi sei? così che possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno inviati! Che cosa dici di te stesso?".
v. 23 Dichiarò: "Io? La voce di colui che grida nel deserto: <raddrizzate la via del Signore>, come disse il profeta Isaia".


Interrogato da inquirenti, Giovanni ha continuato a negare, senza aggiungere nulla su se stesso.
Ora, costretto a spiegarsi, cerca di annullarsi quasi, come protagonista, e si identifica alla "voce" che fa nuovamente risuonare la profezia della salvezza.
Parlando così, Giovanni si ricollega direttamente col passato e con l'attesa d'Israele: La nostra traduzione ha cercato di riprodurre il greco che, contro l'uso corrente, qui non ha il verbo: "Io sono (la voce)". Quest'assenza non è soltanto una sfumatura letterario destinata a sottolineare l'ammirevole nascondimento dell'Io di Giovanni; la formula "IO SONO" nel quarto vangelo è riservata a Gesù. Ciò detto, sembra che il testimone, posto nell'occasione di parlare di se stesso, si rifugi dietro la profezia, o piuttosto, si identifichi con essa.
Un breve raffronto con il ritratto del Battista nei sinottici mostra la differenza della presentazione giovannea. E' scomparso il predicatore infuocato, il precursore minaccioso, il battezzatore che attira le folle, l'eroe che sfida i principi e muore martire; nient'altro è rimasto che una voce venuta da molto lontano, che attualizza una promessa e lancia un appello. Secondo il prologo teologico, Giovanni non era la luce, non era il Logos; qui egli non è che "una voce" in opposizione, allusiva, alla "Parola" di Dio che è Gesù. E tuttavia, non ha forse una funzione eminente questa voce? "E' mediante una voce che la Parola viene resa presente" dice Origene.
La profezia dell'Antico Testamento è condensata in un versetto di Isaia preso dal Libro della Consolazione di Israele. Mentre nei sinottici questa citazione ricorre nel commento dell'evangelista narratore, qui invece la pronuncia il Battista stesso citandone la fonte. A un prdicatore ebreo era sufficiente un versetto per richiamare tutto il contesto agli uditori, che avevano familiarità con la Scrittura. Ecco il passo tradotto secondo il greco dei LXX:

Consolate, consolate il mio popolo, dice Dio.
Sacerdoti, parlate al cuore di Gerusalemme, consolatela!
La sua umiliazione è al colmo, il suo peccato è immenso,
essa ha ricevuto dalla mano del Signore il doppio per le sue colpe ...
Voce di colui che grida nel deserto:
Preparate la via del Signore
raddrizzate i sentieri del nostro Dio! ...

La gloria del Signore sarà veduta
e ogni carne vedrà la salvezza di Dio ...
Ecco il Signore viene con forza e il suo braccio con potenza,
ecco il suo salario con lui e la sua opera dinanzi a lui (Is 40,1-10).

I motivi che si intrecciano in questa profezia che annuncia l'imminenza della salvezza definitiva, emergono nel tessuto della pagina giovannea. Vi si riconosce la venuta del Signore (Gesù "viene" verso Giovanni: 1,27.29.30); il peccato rimesso (grazie all'Agnello di Dio: 1,29); la salvezza presentata come universale ("ogni carne" in Isaia, qui il "mondo"): 1,29); la presenza del verbo vedere e, alla fine della sezione la gloria ("Egli manifestò la sua gloria": 2,11). L'iniziativa sovrana di Dio domina nell'uno e nell'altro testo, poiché Dio appare anche in 1,19-34 come l'attore primordiale: non solo sta all'origine della profezia ed è il suo cammino verso l'uomo che deve essere raddrizzato, ma è ancora lui che ha inviato Giovanni a battezzare con l'acqua (1,33) e che rivela al Precursore come potrà riconoscere il Cristo; è ancora lui che intende manifestare Gesù a Israele, come suggerisce la forma passiva "affinché egli fosse manifestato" (1,31); infine la qualifica dell'Agnello è quella di essere "di Dio che toglie il peccato del mondo" (1,29). Se Gesù compare, significa che Dio sta per dispiegare la sua potenza di salvezza in lui, secondo la promessa (cfr. Is 43,18s).

Presentandosi come la voce - quella che un tenpo parlava "al cuore di Gerusalemme" - Giovanni si riveste della magnifica dignità della Scrittura stessa. Se, in certo senso, non ha un'esistenza propria, egli raccoglie però nella persona la Promessa. L'evangelista, che tralascia di descrivere gli aspetti peculiari del Battista, fa di lui la "figura" dell'Antico Testamento, secondo l'espressione attribuita a Sant'Agostino, così che attraverso il "testimone" è la Scrittura d'Israele che riconosce e indica in Gesù il Messia. Questa prospettiva, presa fin dall'inizio del libro, rimane fondamentale per tutto il vangelo giovanneo.
Ciò che viene detto a proposito di Giovanni potrebbe inversamente valere anche per la Scrittura? Essa testimonia, come Giovanni, che la salvezza di Dio è vicina; indica il cammino che conduce al Messia; infine essa non parla, in realtà, che di lui (cfr. 5,39-46); ma come Giovanni, essa non è il Cristo; non è colui che, donando lo Spirito senza misura (3,34), colmerà l'attesa di Israele al di là di ogni speranza. Ricordiamo la proclamzione del prologo teologico: "La legge è stata data mediante Mosè, la grazia della verità fu per mezzo di Gesù Cristo. Dio nessuno l'ha mai veduto; il Figlio unico, Dio, che è verso il seno del Padre, lo lo ha raccontato" (1,17).
Tuttavia il contenuto della Scrittura d'Israele va oltre la Legge stessa; esso si apre con l'apocalittica a un avvenire senza confini, che Gesù stesso evocherà parlando dell'"ultimo giorno". Conviene dunque restare prudenti.


Il battesimo di Giovanni

v. 25 E lo interrogarono e gli dissero: "Perché dunque battezzi, se tu non sei né il Cristo, né Elia, né il Profeta?".

Questa domanda dei delegati rende conto delle precedenti: l'attività battesimale di Giovanni, per avere qualche validità, doveva implicare che egli fosse un protagonista della fine dei tempi. Certo il Battista s'è presentato, secondo la tradizione, come uno che invitava il popolo a convertirsi in vista dell'imminente giudizio di Dio; ma è difficile stabilire storicamente che il battesimo d'acqua fosse considerato un gesto messianico. Perciò riconosciamo qui una messa in scena giovannea, intesa a rivelare il conttrasto fra il Precursore e Gesù stesso. Ma prima di ascoltare la risposta di Giovanni, è opportuno situare, per quanto è possibile, il suo ministero battesimale nel contesto delle usanze del tempo.

Il battesimo di Giovanni poteva di per sé rientrare nel simbolismo, familiare agli ebrei, dell'acqua purificatrice. La legge prescriveva abluzioni rituali prima e dopo certi atti. Presso alcuni gruppi religiosi, e in particolare presso gli esseni, i bagni avevano assunto un'importanza notevole: praticati quotidianamente e riservati agli iniziati, essi erano legati in qualche maniera al desiderio di conversione e purificazione interiore. Per gli adepti sembra che tali bagni avessero un valore cultuale analogo a quello dei sacrifici del tempio, da cui gli esseni si astenevano, giudicando che questi non erano più conformi alle esigenze della Legge. Gli esegeti suppongono, con qualche verosomiglianza, un'affinità di pensiero se non proprio di formazione, tra il Battista e la comunità di Qumrân: gli esseni, emigrati nel deserto, spiritualmente nutriti dalla profezia di Isaia 40 e preoccupati di purità rituale e morale, erano tutti protesi verso la vittoria di Dio e aspiravano a quella purificazione definitiva che si sarebbe verificata quando lo Spirito di santità fosse stato effuso su un personaggio messianico.

Su questo sfondo il battesimo di Giovanni manifesta la sua singolarità: gli adepti della setta compivano ciascuno per proprio conto i bagni rituali, Giovanni invece battezza con autorità tutti coloro che vengono a lui; il suo rito, che comportava la confessione dei peccati, viene compiuto una sola volta, significando così l'effetiva conversione del peccatore a Dio, che ben presto verrà a battezzare con lo Spirito Santo e il fuoco (Mt 3,11); il rito di Giovanni si effettua inoltre esclusivamente nelle acque del Giordano.

Alcuni autori si chiedono se questo battesimo unico non avesse, nella mente del Precursore, il valore di una rinascita. Non è certo il caso di richiamarsi, in questo contesto, al "battesimo dei proseliti", quello con cui un non-ebreo desideroso di inserirsi nella religione d'Israele, si purificava, alla presenza di testimoni, dall'impurità legale inerente alla sua condizione di pagano e iniziava così una nuova esistenza; tale pratica infatti non è attesta con certezza alla fine del I secolo. E' tuttavia possibile parlare di "rinascita" a proposito del battesimo di Giovanni. L'evangelista nota in maniera sorpendente:

v. 28 Questo avvenne a Betania, oltre il Giordano, dove Giovanni battezzava.

Sulla scia di Origene, si è molto discusso sulla località chiamata Betania o, secondo certi manoscritti, Beth Abarà. Non si è invece preso in considerazione ciò che può implicare l'annotazione "oltre il Giordano" che in Gv è sempre in rapporto col Battista (3,26; 10,40). Il Giordano segnava la frontiera che gli ebrei avevano oltrepassato per entrare nella Terra promessa (Gs 3-4). Secondo una costante tradizione, le acque del Giordano corrispondono al mare dei Giunchi attraverso il quale il popolo era uscito dall'Egitto (cfr. Gs 4,23). Sotto questo aspetto, esse non sono tanto acque purificatrici, quanto acque che donano la vita attraverso la morte. D'altro canto si pensava anche comunemente che l'entrata nel regno di Dio sarebbe avvenuta sul modello del primo esodo. Trattenendosi "oltre il Giordano", il Battista può significare che il suo battesimo è morte per l'antica esistenza e vita per il regno che viene. Di fatto però il Precursore ha desunto essenzialmente da Isaia solo il dovere di "raddrizzare il sentiero".

Tutta la precedente messinscena non è che il presupposto di ciò che Giovanni risponde agli inviati giudei. La sua replica è ancora una volta sorprendente:

v. 26 Giovanni rispose loro dicendo: "Io battezzo nell'acqua. In mezzo a voi sta qualcuno che voi non conoscete,
v. 27 colui che viene dopo di me, a cui io non sono degno di sciogliere il legaccio del sandalo".
v. 28 Questo avvenne a Betania, oltre il Giordano, dove Giovanni battezzava.


La prima parte della risposta è laconica: "Io battezzo nell'acqua". Accostata alla precedente protesta di Giovanni - egli non è un personaggio messianico - essa sottintende che il vero battesimo sarebbe avvenuto, come riporta anche la tradizione sinottica, nello Spirito. Tuttavia affermare che la frase qui rimane sospesa e che deve essere completata con l'affermazione di 1,135 (cioè: la contrapposizione tra il battesimo nell'acqua e quello nello Spirito), significherebbe oltrepassare la situazione in cui si mantiene questa giornata: il battesimo nell'acqua ha lo scopo di preparare la venuta del Signore. Perché allora, riferendoci all'ipotesi prospettata nella lettura del prologo poetico, non riconoscere che certi riti non cristiani potrebbero essere, alla stregua del battesimo di Giovanni, preparazione alla piena manifestazione di Dio?

Giovanni attira subito l'attenzione sul Cristo, del quale afferma la presenza ancora nascosta: "In mezzo a voi sta qualcuno che voi non conoscete". In queste parole non ci può essre un rimprovero agli inviati giudei, dato che egli stesso confessa e sottolinea, nella seconda giornata, che non lo conosceva (1,31.33). Ciò che il testimone afferma è, piuttosto, che essi non sospettano neppure la dignità sovreminente di Colui che ormai è già presente. Come dimostra il seguito del testo, è necessaria una rivelazione dall'alto per scoprirla.

Proponendosi come voce che, nel deserto, prepara l'accoglioenza a Colui che viene, il Battista si colloca al termine dell'attesa d'Israele; anch'egli tuttavia rimane nell'oscurità, non ha identificato il Messia mediante il quale Dio viene verso il suo popolo.
La certezza, tutta interiore, è una certezza nella notte. In questo la situazione di Giovanni è simile a quella degli apocalittici i quali, pur cercando di stabilire, mediante i segni precorritori, la venuta del Messia nell'ultimo giorno, rimanevano nell'ignoranza dei suoi tratti personali che cercavano di intravvedere attraverso le loro speculazioni sulle figure di Elia e del profeta. Giovanni si distingue comunque dagli apocalittici per il fatto che egli è sicuro della presenza attuale di Colui che è atteso. Egli orienta verso tale presenza pur senza poterla individuare da vicino.

Un confronto di testi può aiutare a comprendere meglio l'atteggiamento di Giovanni in questo passo del quarto vangelo. Ecco come si è posto Gesù di fronte ai suoi contemporanei:
Interrogato dai farisei sul tempo, in cui sarebbe venuto il regno di Dio, egli rispose loro: "il regno di Dio non viene in maniera che si possa vedere; non si potrebbe dire: "Eccolo qui! Eccolo là!" perché ecco che il regno di Dio è in mezzo a voi" (Lc 17,20-21).

A proposito della seconda venuta del Figlio dell'uomo (la parusia), Gesù ha usato un linguaggio analogo a quello di Giovanni:
Se vi si dice: "Eccolo nel deserto!", non vi andate; "Eccolo è in luoghi nascosti", non ci credete. Infatti come il lampo parte da oriente e guizza a occidente così sarà del Figlio dell'uomo (Mt 24,26-27).

La manifestazione del Messia non dipende da speculazioni umane, ma unicamente dall'iniziativa di Dio; essa appartiene all'ordine della rivelazione (cfr. 1,33). Sconvolgendo la precedenza che gli usi imponevano, Giovanni dichiara di non essere degno di "sciogliere il legaccio del sandalo" di colui "che viene dopo di lui". Nell'Antica Alleanza è già stato detto tutto: bisognava solo riconoscere la realizzazione del momento opportuno. La presenza del Messia darà compimento al passato d'Israele; manca solo di identificare Colui che viene ...

 

da: Xavier Leon-Dufour, Lettura del Vangelo secondo Giovanni
Edizioni Paoline 1990, pg 221-235

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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