TEMPO LITURGICO
   
 

III Domenica di Avvento
"Io non sono"


Isaia 61,1-2.10-11; Salmo: Luca 1,46-50.53-54; 1Tessalonicesi 5,16-24; Giovanni 1,6-8.19-28

Questa è la testimonianza del Battista, al di là del Giordano. La testimonianza! Parola chiave. Infatti, scostandosi dalla presentazione che ne fanno i vangeli sinottici, per il quarto vangelo Giovanni, il Battista, non è riconducibile tanto alla figura di un profeta, di un predicatore, ma a quella di un testimone: "Venne" è scritto "come testimone".

Il brano che oggi abbiamo letto ci presenta la testimonianza di Giovanni davanti a una commissione investigatrice, in arrivo da Gerusalemme, inviata dalle autorità giudaiche.



 

Dopo i giorni di una benevola comprensione iniziale, qualcosa del rapporto con il Battista si era incrinato. Perché questo allarme? E' facile capire, la sua voce era fondamentalmente pericolosa. Pericolosa per gli equilibri, cari da sempre al potere: chi detiene il potere, qualunque sia l'ambito in cui lo detenga, non può non vedere con sospetto una predicazione che annuncia la venuta di uno che darà spazio a una rottura, di un messia che darà inizio a un cambiamento. Un simile annuncio avrà come effetto sicuro quello di coagulare attorno a sé i più disparati aneliti di cambiamento che pulsano nel cuore della gente. Di qui il sospetto delle autorità su quel movimento popolare, che si andava aggregando, lungo le rive del Giordano. Un pericolo.

Di qui la domanda: che si ponga forse lui, il Battista, come il Messia dei tempi nuovi? Ecco subodorato un pericolo. E allora anziché appoggiare il suo appello alla riforma, alla conversione - e che cosa dovrebbe auspicare se non questo un'autorità religiosa? - quel centro di potere osserva da lontano il fenomeno con preoccupazione e sospetta e manda una delegazione di sacerdoti e leviti, sacerdoti e guardie del tempio. Fosse dipeso da loro, l'avrebbero catturato. E così catturata, una buona volta, la sua predicazione pericolosa.

 
 


Ed ecco l'arrivo della delegazione. Il tono delle interrogazioni - l'abbiamo sentito - la gragnola delle domande, il ritmo serrato da non lasciarti il fiato, hanno tutto il sapore, sapore amaro, della sacra inquisizione: "Tu chi sei? Non sei il Messia. Ma allora chi sei? Sei Elia? No, sei il profeta? No. Ma allora chi sei? Come ti definisci?"

E di rincalzo, dopo la gragnola di domande dei sacerdoti e dei guardiani del tempio, ecco l'interrogatorio del gruppo dei farisei, cioé degli osservanti, dei custodi della legge. Che incalzano: "Ma allora come ti permetti di battezzare?"

Gli uomini dell'inquisizione, quelli che presumono di possedere, loro, la luce non hanno spazio in sé e dunque non possono fare spazio alla luce, quella vera, che viene nel mondo, il Messia. Loro sono colmi, strapieni della loro luce. Ed è, permettete l'immagine, è una luce artificiale, immobile come tutte le luci artificiali.
La vera luce invece è una luce viva, che arde, come quella di una lampada. Pulsa, come pulsa la vita. Giovanni ha appena finito di dire che "la vita" - "la vita", non i sillogismi - "la vita era la luce degli uomini" (Gv 1,4). Gli inquisitori al contrario si ritengono loro la luce e la loro luce è gelida. E non fanno spazio, pieni come sono di sé.

E qui ci sarebbe da meditare per tutti noi che attendiamo nell'avvento il Signore, lo attendiamo non a Betlemme, ma nella nostra vita. Ebbene, pieni di noi stessi, non c'é spazio.

E notiamo la differenza con il Battista. Mentre quelli della delegazione hanno tutta l'aria di chi dice: "Noi siamo", "tu non sai chi siamo", "noi siamo", e sono dunque della razza di coloro che si danno importanza, il Battista risponde con un ritornello quasi martellante: "Io non sono", "non sono il Cristo", "non sono Elia", "non sono il profeta". Come se facesse di tutto per togliere importanza a se stesso e per dare importanza a un altro, voce per un altro, pura voce.
Questo il segreto della testimonianza.

E anche a questo proposito ci sarebbe da riflettere, perché quando i toni sono "io sono", "io vedo", "io posso", "io definisco", "io apro e chiudo" è finita la testimonianza. Annunciamo noi stessi. Siamo voce di noi stessi.

Ma vorrei aggiungere: non solo roviniamo la testimonianza, ma roviniamo la via del Signore - "preparate la via" - che è un'altra. E così facendo roviniamo la terra, roviniamo la società, roviniamo la Chiesa, roviniamo la famiglia, roviniamo le relazioni, che sono la cosa più preziosa che abbiamo. Le roviniamo con questo "io sì che sono", un "io sono" dispotico, arrogante, devastatore.

Quale sia invece lo Spirito di colui a cui dobbiamo aprire la strada ce lo ha ricordato oggi il rotolo di Isaia ed è semplicemente agli antipodi, è l'opposto della logica dell'"io sono", "io occupo", "io conto".

Venivano descritti i tempi - ma appunto ancora lontani! - di un'armonia fra diversi: "il lupo dimorerà insieme all'agnello, il leopardo si sdraierà accanto al capretto, il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un piccolo fanciullo li guiderà".

Come avvicinare questi tempi?
Forse sarebbe bene interrogarci su che cosa favorisce l'avvicinarsi di questi tempi e su che cosa li allontana. Li allontana uno spirito pienodi sé, li avvicina uno spirito come quello del Battista, che fa spazio a Dio e all'altro. In noi stessi, nella nostra città, nel nostro paese, nel mondo intero.

 

da: Angelo Casati, Il racconto e la strada. Commento al lezionario festivo secondo il rito ambrosiano. Anno liturgico B
Centro ambrosiano 2011, pg 26-29




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