TEMPO LITURGICO
   
 

III Domenica di Avvento
Il testimone è solo voce


Isaia 61,1-2.10-11; Salmo: Luca 1,46-50.53-54; 1Tessalonicesi 5,16-24; Giovanni 1,6-8.19-28

Giovanni è un testimone: "Egli venne come testimone"
Testimone è uno che, in un certo senso, non ha una sua identità.
Chi si preoccupa di definire la propria identità, diventa testimone di se stesso e dimentica che il suo compito è invece quello di dare testimonianza a favore di un altro.

 

"Chi sei tu", chiedono a Giovanni.
Immaginiamo che la stessa domanda venga rivolta anche a ciascuno di noi: "Chi sei tu?".
Noi ci preoccupiamo di definire la nostra identità addizionando titoli e competenze.
Siamo, o vogliamo diventare, degli essere "addizionati".
Che identità possiamo offrire seguendo questa via?

Un'identità narcisistica, preoccupata di gettare luce su se stessa e non su qualcosa o qualcuno che sta al di fuori.
Nei casi più vistosi, si potrebbe dire: nei casi patologici, si arriva al ridicolo.
"Utres inflati sumus", diceva già un autore latino: siamo palloni gonfiati.

Giovanni invece, per il fatto di sentirsi chiamato a dare testimonianza, sceglie la via opposta: quella della sottrazione.
"Chi sei tu?"

 
 
E Giovanni si toglie di dosso tante possibili immagini gratificanti che altri sarebbero pronti a riconoscergli. La sua identità è quella di non avere identità.

Invece di dire. "Io sono", preferisce dire: "Io non sono".
E quando finalmente è sollecitato a usare un'affermazione, presenta se stesso come una semplice voce.
Non parola, ma voce.
La parola appartiene a un altro.
La voce è solo strumento messo a disposizione della parola.
Il suo ruolo è quello di servire e poi di scomparire.
Qui sta la gioia del testimone, quella gioia di cui ha parlato l'apostolo Paolo: "State sempre lieti ... In ogni cosa rendete grazie".

Si pensi come sarebbe diversa la chiesa se essa fosse costituita da un popolo di gioiosi testimoni: di presenze leggere e trasparenti che prestino voce, le mani, i passi a Colui che ci affida il compito di essere, come Giovanni, suoi precursori.
Portiamo il nome di cristiani, ma che testimonianza siamo pronti a dare a favore di Cristo?
Non è forse vero che molti, invece di servire Cristo, si servono di Cristo?

Succede anche questo: se mai tra noi c'è qualche testimone autentico, siamo tentati di farne un idolo da utilizzare come vogliamo.
Questa cosa è accaduta con Giovanni quando i suoi discepoli crearono dopo la sua morte una setta, quella dei giovaniti, che riteneva Giovanni come il Messia e non ammetteva altro battesimo che quello praticato da Giovanni.
L'idolatria purtroppo è sempre in agguato.
Credere è uscire dal mondo degli idoli.

Mi pare opportuno richiamare quello che si narra nella Bibbia a proposito del serpente di rame eretto da Mosé nel deserto; chi, dopo essere stato morso da qualche serpente, guardava quel serpente di rame, guariva.
Sempre la Bibbia racconta che un re ha distribuito in seguito quel serpente di rame perché la gente ci credeva, credeva nel serpente e non credeva più in Dio (2Re 18,3).
L'idolo diventa il sostituto di Dio e tu non credi più in Dio, ma credi nel mezzo con cui Dio si è servito per aiutare una volta il suo popolo.

Giovanni conosceva bene questo pericolo.
Ecco perché la sua preoccupazione è sempre stata quella di attirare l'attenzione non su di sé (lui era solo strumento), ma su colui che egli era stato chiamato ad annunciare.
Ci sarebbero tanti serpenti di rame da distruggere anche oggi: sostituti di Dio, surrogati di Dio.
La stessa santità può diventare pericolosa se essa fosse intesa come un punto di arrivo e non un punto di partenza, per cercare sempre umilmente il Signore.
C'è una bellissima lettera di Lutero monaco, che scrive a un compagno e dice: "Tu cerchi la santità. Fai bene. Ma non diventare troppo santo, che tu non abbia più bisogno di Cristo, perché Cristo abita soltanto tra i peccatori".
La santità ideale, di cui Giovanni rappresenta un'immagine esemplare, è quella che si ignora, non sa di esistere, si protende verso una santità sempre più alta o meglio, verso la presenza di Colui che è il principio e il premio della vera santità.
La santità ideale è quella che è capace di suggerire a tutti i cercatori del regno di Dio, regno di verità e di amore: "In mezzo a voi c'è uno che voi non conoscete".

Come si fa a riconoscerlo?
Giovanni aggiunge: "Al quale io non sono degno di sciogliere il legaccio del sandalo".
Come segno particolare per riconoscerlo Giovanni dice semplicemente che anche lui porta i sandali, come tutti.
Cristo viene in mezzo a noi scegliendo sempre il cammino dell'umiltà.
Noi gli avremmo suggerito il fascino della potenza.
Lui sceglie il fascino dell'amore.
Tocca a noi ora preparare la sua strada, nel nostro cuore e nel cuore di tanti fratelli, lasciandoci conquistare dalla bellezza della sua presenza umile e silenziosa, che viene a portare a tutti il battesimo della misericordia di Dio.
 




da: Luigi Pozzoli, L'acqua che io vi darò. Commento alle letture festive. Rito Romano e ambrosiano
Edizioni Paoline 2005, pg 19-21

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