TEMPO LITURGICO
   
 

Parabola sulla vigilanza
Marco 13,33-37 - 1° domenica di Avvento


PRESENTAZIONE DEL TESTO

Il brano, con cui si chiude questo capitolo
, riprende l'intento fondamentale del discorso escatologico, ripresentandolo in forma ancor più esplicita di esortazione alla comunità a star ben attenti nel leggere la storia di oggi e a saper impegnarsi con fedeltà alla luce del vangelo di Gesù.
... Nella brevissima parabola (v. 34), in cui Marco unisce la figura dei servi, che svolgono il loro "compito" d'importanza e responsabilità ("dato il potere ai servi"), e la figura del portiere, a cui viene "ordinato" di vegliare, si intrecciano due diverse parabole che troviamo separate in altre fonti neotestamentarie e inserite in contesti differenti: quella dei servi, a cui sono affidati i beni del padrone, perché con onestà e fedeltà se ne prendano cura, mentre egli è assente per un lungo viaggio (cf. Mt 24,45-51; 25,14-30 e Lc 19,11-27: parabole del "maggiordomo" e dei "talenti" o delle "mine"); e quella del portiere che durante la notte deve aspettare il ritorno del padrone, uscito per un banchetto (cf. Lc 12,35-38): a questa immagine sia Marco che Luca (cf. rispettivamente 24,42-44 e 12,39s.) uniscono l'altra del ladro che viene di notte e contro cui bisogna stare in guardia (cf. anche 1Ts 5,2-5 e 2Pt 3,10).
Osserviamo quindi che i temi condensati e latenti nel conscio del testo di Marco si sviluppano e assumono caratterizzazioni particolari in parabole differenziate, elaborate nella varia, e forse successiva, tradizione evangelica: anche nelle parabole di Matteo e di Luca viene dunque ulteriormente sottolineato l'appello alla fedeltà al compito affidato e alla vigilanza per non essere colti alla sprovvista.

 

33.  State attenti, vegliate perché non sapete quando sarà il momento         preciso.

34.  E' come uno che è partito per un viaggio dopo aver lasciato la         propria casa e dato il potere ai servi, a ciascuno il suo compito, e         ha ordinato al portiere di vigilare.

35.  Vigilate dunque, poiché non sapete quando il padrone di casa         ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al         mattino.

36.  perché non giunga all'improvviso, trovandovi addormentati.

37.  Quello che dico a voi, lo dico a tutti. Vegliate!".

 
 


SIGNIFICATO TEOLOGICO

Vigilanza e fedeltà - Anche in queste parole conclusive, come in tutto il discorso ultimo di Gesù, Marco non dà particolari circa gli eventi futuri. Dice invece alla sua comunità quale deve essere il suo atteggiamento di fronte al Signore che certamente viene. Il ritorno del Signore non è un avvenimento che essa deve subire passivamente, ma qualcosa che incide in modo determinante sul suo modo di agire oggi.

Questa parabola sintetizza in due punti l'insegnamento sulla corretta attesa del Signore. Il primo, analogamente al brano precedente, ci richiama una vigilanza attenta, come nella parabola del "portiere", che deve vigilare in attesa che il padrone torni da un festino notturno (cf. Lc 12,36). Il secondo ci richiama a una fedeltà responsabile nell'assenza del Signore, come nella parabola dei talenti (cf. Mt 25,14; Lc 19,12) e in questa della vigna (12,1ss.). Nell'introduzione di questo secondo motivo si può intravvedere la situazione della comunità primitiva che nella dilazione della venuta del Signore, sente di dover riempire il tempo intermedio dell'attesa dandogli un contenuto. Non si può aspettare con le mani in mano!
Questa situazione porta la comunità ad una riflessione teologica che la apre tutta a una dimensione nuova: quella della storia della salvezza, solo in parte già realizzata e in parte da realizzare. In Cristo Gesù essa è infatti già totalmente realizzata, ma attende ancora di essere realizzata in noi che ci mettiamo alla sua sequela (cf. Col 1,24). Così la nostra vita è caratterizzata da una tensione vigile, responsabile e attiva, verso un compimento che per noi non è ancora avvenuto, ma del quale abbiamo in Gesù Cristo sia la certezza che l'indicazione dei mezzi. In questo modo, nel lungo tempo dell'attesa, evitiamo di cadere nelle ricorrenti tentazioni tipiche di chi attende.

La prima tentazione di chi attende a lungo, è proprio quella della noia e della stanchezza che uccidono la vigilanza dello spirito! Per questo, proprio dopo aver dichiarato la certezza dell'evento e l'incertezza del momento (vv. 30-32), si rinnova l'appello alla vigilanza attenta, che è il ritornello di tutto il discorso: bisogna stare svegli e saper scrutare la notte!

In questo brano, in cui risuona con insistenza: "State attenti" (v. 33), si raccomanda per ben tre volte di non dormire - una volta all'inizio (v. 33) e due alla fine (vv. 35-37) - in modo che il brano risulta incluso tra questi due ammonimenti.
Tutto il c. 13 punta sul finale rivolto a tutti: "state svegli" (v. 37), che dimostra chiaramente l'intento pastorale che ha guidato l'evangelista.

A questo triplice richiamo alla vigilanza, fa eco nel capitolo seguente il richiamo del Getsemani, cui fa da contrappunto la risposta dei discepoli sonnacchiosi (cf. 14,32-42). Bisogna stare svegli perché non si sa quando il Signore torni dal suo viaggio. Forse Marco intende dire che Gesù torna in ogni momento a chiederci conto della nostra fedeltà: alla sera, a mezzanotte, al canto del gallo, al mattino (v. 35) - allo stesso modo in cui per i suoi discepoli è venuto a chiedere conto della loro fedeltà alla "sera" in cui fu tradito (14,17), a "mezzogiorno", quando fu giudicato (14, 53-64), al "canto del gallo", quando Pietro lo rinnegò (14,72), al "mattino" in cui fu condannato (15,1-15). Questi accostamenti non sono casuali, perché la narrazione della passione rappresenta per marco il primo compimento del discorso escatologico: Gesù apparirà infatti "con grande potenza e gloria" (v. 26), proprio dalla croce, da dove si manifesterà la gloria di Dio (15,39) per chi lo avrà seguito fin là nel suo cammino. Come si allude nella parabola del fico, gli avvenimenti finali sono già accaduti nella vita e nella morte di Gesù. Per questo l'estate è prossima (v. 38) ed è la stagione di portare i frutti.

Non bisogna quindi lasciarsi prendere dal sonno. La sua venutra è vicina, perché in realtà lui viene in qualsiasi momento.

L'antichissima invocazione: "maranà tha: vieni o Signore" (1 Cor 16,22) è continuamente esaudita da colui che "è vicino" (v. 29), che è venuto, che viene e che verrà, dando contenuto e senso a tutta la nostra esistenza quotidiana.

Colui che è vicino, viene, se noi non cadiamo nel sonno dello smarrimento e della disperazione; viene, se sappiamo vigilare nella speranza operosa, cogliendo nei segni dei tempio la sua presenza (v. 28s.), con piena fiducia nella sua parola (v. 30s.). Chi lo attende non deve quindi mai rallentare la vigilanza: se tiene gli occhi ben aperto, lo vede e lo incontra alla fine del cammino, che il vangelo ci ha descritto. Guai a chi chiude gli occhi e non lo attende più! Non lo vedrà, e non lo saprà riconoscere, e non sarà quindi riconosciuto da lui (cf. 8,38).

Se la prima tentazione del cristiano è quella di "dormire" e non attendere più lo sposo che viene, c'è anche una seconda tentazione opposta a questa: uno infatti può attendere in modo molto intenso, lasciandosi però assorbire talmente dal futuro da dimenticare il significato e il valore del tempo presente, cadendo nell'accidia, come era accaduto ai tessalonicesi (cf. 2Ts 2,4-15). Il brano presente ci dice che non si può vegliare restando con le mani in mano, come se non ci fosse nulla da fare. Per questo nella presente parabola la vigilanza attenta viene posta in stratta connessione con la responsabilità fedele e operosa. Il "Signore" infatti, partendo "ha lasciato la propria casa, e dato il potere ai servi, a ciascuno secondo il suo compito" (v. 34). Non si può quindi restare oziosi (vedi la parabola dei talenti: Mt 25,14-30, e il giudizio universale, in cui saremo giudicate in base alla nostra prassi: Mt 25,35-46; cf. Mt 7,22s.!). Il tempo dell'attesa vigile diventa allora il tempo dell'azione, in cui al discepolo è stato affidato lo stesso "potere" di Cristo, a ciascuno secondo la propria mansione. Nell'assenza del Signore, ora tutto è affidato alla nostra responsabilità attiva. In questo modo il tempo vuoto dell'attesa si riempie di contenuto, e diventa "storia" concreta, che l'uomo deve ormai gestire in prima persona, in totale responsabilità e fedeltà alla parola, che il Signore ci ha lasciato.

Non basta quindi saper "guardare" il Signore, anche se ciò è indispensabile. Bisogna anche fare ciò che ha fatto colui che ha lasciato a noi il compito e la forza di percorrere il suo stesso cammino. Allora, se saremo ben desti, "vedremo" che colui che attendiamo, ci attende alla fine di un lungo cammino di sequela proprio sul Calvario, dalla croce, per manifestarci lì la sua gloria e la sua potenza.

Questo è quanto dobbiamo sapere sulla fine, cioè sulla destinazione del nostro cammino.

La domanda: "Quando e quali i segni?" trova così la sua piena risposta pratica in un atteggiamento di sequela vigile e responsabile, che ci porterà a incontrare Dio in Gesù crocifisso, il Signore della storia.

 

 

ATTUALIZZAZIONE
Operosità nella fedeltà - Ai fini pastorali, questo brano conclusivo è il più importante: dice qual è il modo corretto dell'"attesa", o, meglio, la maniera giusta per "tendere al" fine, che è la manifestazione del gloria del Signore crocifisso.

La storia non è un tempo vuoto e neutro, un presente irrilevante rispetto a ciò che deve venire: è un presente che tende ad un futuro, il quale sarà della stessa qualità del presente. Si raccoglie, solo se si semina e solo ciò che si semina; anche se il raccolto sarà in misura sovrabbondante rispetto alla semina, il frutto sarà sempre quello che è stato penosamente seminato e sarà solo per chi ha seminato. Questo tempo presente non è quindi una sala d'attesa, dove non c'è altro da fare che attendere passivamente e scrutare ansiosamente il tabellone degli orari e i binari ancora vuoti.

Il tempo presente, con le difficoltà e le sue lotte, è già il treno che ci porta al Signore Gesù. E' l'unico mezzo a disposizione. Solo che bisogna salirci, facendosi carico della fatica non piccola di farlo andare e andare nel senso giusto. La vigilanza e il discernimento servono appunto a questo.

Il binario giusto è quello dell'operosità fattiva e fedele alla parola di Gesù. La sua parola, il suo comandamento, è chiaro: si riassume nel precetto della carità, cioè dell'amore disinteressato, del servizio concreto ai fratelli, del porsi ultimo e schiavo di tutti, come lui ha fatto.

Il suo stesso "potere" che lui ci ha lasciato, è esattamente questo e nient'altro che questo; è l'unico "potere", che egli stesso ha esercitato sulla terra: il potere che solo è in grado di vincere il male e di fare apparire fra gli uomini il volto di Dio.
Dio è amore. L'amore, in tutta la sua debolezza, è l'unica forza, la sua presenza nella storia dell'uomo.

Ora questa è affidata totalmente al discepolo, che è servo fedele della sua parola. Nell'assenza del suo Signore, è lui il responsabile totale di questa sua presenza, davanti agli uomini e davanti a Dio. La presenza di dio e la sua stessa credibilità davanti a tutti è ormai affidata alla nostra fragilità. Se Dio non c'è e non si vede, è perché noi non siamo fattivi nella carità. Il dramma dell'assenza di dio nel mondo ha origine nella nostra mancanza di operosità fedele, nel nostro peccato contro la carità, peccato in genere di pigrizia e di omissione.

Se noi invece siamo ben desti e attivi, e osserviamo il comandamento, abbiamo il suo stesso potere: quello dell'amore che ha vinto il mondo. Allora ogni giorno è il giorno della sua presenta e della sua venuta; e la sera, la mezzanotte, il canto del gallo, il mattino - cioè tutti i momenti faticosi della veglia operosa nell'oscurità del male - sono per noi i momenti concreti della sua venuta. E' in essi che ci si manifesta la gloria del Crocifisso. In ogni istante è nascosta la possibilità d'essere l'istante escatologico. Tocca a noi scoprirlo. Fino a quando, alla fine di questo cammino che lui stesso ha percorso - non c'è nessun altro cammino! -, lo incontreremo nella pienezza della sua gloria.
Allora sarà vinto totalmente il male: "Dio sarà tutto in tutti" (1 Cor 15,28), e noi gusteremo il frutto pieno e matura della gioia e della vita. Ma solo se ora ne paghiamo i costi, alla sequela di Gesù che per primo l'ha fatto.
La responsabilità del discepolo è grande, anzi infinita. Alle sue deboli mani è affidato l'esito positivo della storia umana. Ma questo compito arduo non è impossibile. Il Signore ci è sempre vicino e ci ha dato tutto il suo stesso potere.

 


APPLICAZIONE ALLA VITA

Una poltrona o un paio di scarpe robuste? - Parlando di attesa è facile che la fantasia corra alle desolate sale di aspetto delle stazioni ferroviarie, del dentista o degli uffici statali: lunghe panche, sedie, vecchissimi giornali ... Dopo tutto, l'attesa è inerte, passiva, significa solo per quello che viene dopo ed è, appunto, attesa!
Non è questo che suggerisce il vangelo, o l'atteggiamento di fondo con cui viveva la prima comunità.

Purtroppo la tentazione di sedersi, di accoccolarsi, sognando di essere svegli, presumendo di essere arrivati o giovando a delegare a Dio "che sistemerà tutto" è ricorrente. O anche quella di agitarsi freneticamente, ma con azione perfettamente disancorata dall'attesa.
E' strana la vicenda del credente su questo punto, strana e variopinta, pur restando sostanzialmente monotona nella costanza dell'errore: noi abbiamo aspettato con trepidazione impaziente, ma con le mani in mano (eravamo a Tessalonica ai tempi di Paolo; siamo in alcuni movimenti e organizzazioni oggigiorno); ci siamo dati da fare, dannandoci l'anima ovunque, ma con la mente ben distratta dalla meta. L'attesa di cui dive il vangelo è stata sempre tradita: non ha inciso sull'azione, non l'ha qualificata, ma ha offerto pretesti per l'inazione o la copertura mafiosa per iniquità.

Per quanto lontana dal nostro mondo, l'immagine buona dell'attesa invece è quella del contadino, che aspetta la messe ... curando la messe.
E' l'unico modo serio di vivere una speranza e un'attesa: anticipandola, costruendola. Ed è anche l'unico modo convincente con cui possiamo dire: io credo.

Quindi ci saranno momenti espliciti, anche successivi e privilegiati, ma dovremmo convergere in un'unità secondo il ritmo incessante dell'attesa-preghiera e l'attesa-azione. Per usare un paragone, se l'attesa è un lago, esso è alimentato da fiumi diversi: certamente la contemplazione, ma anche l'azione, politica, convinta; certamente l'azione ma anche la contemplazione, genuina, più profonda della sentimentale; la fiducia in Dio, ma, ancora reciprocamente, il serio coinvolgimento di se stessi.

L'immagine del lago però risulta troppo poetica e pacifica rispetto alla fatica di un cammino difficoltoso, che si intravede, ma che facilmente si trascura. Senza dare addosso e strapazzare continuamente la comunità e il credente - si rischia di bestemmiare pure chi si accompagna a noi per sua promessa e bontà? - si ha l'impressione che come vigilanti si valga poco. Pignoli su molte cose, facciamo un sacco di discorsi e di osservazioni a destra e a manca: ci rammarichiamo, moltissimo!, ma quanto a leggere nella realtà e a realizzare quegli aspetti positivi e anticipatori di "ciò che sarà" ... siamo estremamente lenti.
Come avessimo ... i piedi piatti, più che di piombo! o una fede e una speranza atrofizzate!
Non ci è stato chiesto di mugugnare, di produrci in lugubri lamenti di gufi nella notte, ma semmai di segnalare e preannunciare la luce che si annida nel buio. Soprattutto ci è chiesto, se in noi c'è "tensione" evangelica - l'attesa del servo vigilante! -, avere scintille di intuizioni, capire e quindi rischiare.
Perché poltrone, garanzie di tranquillità e sicurezza, invece di scarpe robuste per camminare?

 


RIFLESSIONE DI FEDE

Vigilare sulla pienezza del tempo - La morte di Gesù è la conclusione verso cui tende ogni racconto in tutto lo sviluppo della narrazione di Marco. Qui diviene tensione del mondo verso la sua fine, verso una nuova e definitiva presenza di Dio, imprimendo un dinamismo ed una forza nuova a tutto il vangelo.

I tempi sono già divinamente immersi in quella presenza verso cui corrono e ciò nonostante la loro fine, anzi proprio attraverso di essa!

Fin dall'inizio Gesù ha detto che con lui è arrivata la pienezza dei tempi (1,15). La sua morte inserisce definitivamente la vita di ogni uomo nella fine che lo attende. Nulla più ormai è inutile, vano, episodico o sprecato: tutto è inserito nella fine. Ad essa s'aggancia, in essa s'inserisce. Proprio perché in Cristo la morte ha il suo significato. Sprecato è solo ciò che si affida alla sua vuotezza, che non si protende al domani di Dio.

Vegliare significa proprio cogliere questo senso delle cose. La loro concatenazione con la loro fine. Questa loro nuova pienezza di significato. Come l'attesa di una persona cara che rende il senso al tempo che precede.

Vigilare sul senso del tempo. E' una risposta alla sapienza angosciata di Qoèlet: tutto è vanità .... tutto è in movimento, in travaglio, ma nessuno potrebbe spiegarne i motivi (cf. Qo c. 1). 'E proprio la fine e la morte delle cose che ne risolve la comprensione. E il significato si avvera solo nel mistero di Cristo che muore.

Vigilare sui tempi della vita, per capirli così.
Superare la ineluttabilità delle cose, risolvendone la fine in Cristo che muore e manifesta lì la presenza del Padre

 

da: T. Beck, U. Benedetti, G. Brambillasca. F. Clerici, S. Fausti, Una comunità legge il vangelo di Marco - II° volume
Edizioni Dehoniane Bologna 1978, pg 272-277
web site official: www.suoredimariabambina.org