TEMPO LITURGICO
   
 

Pregare per i morti

 

 

Oggi chi interroga la teologia sul purgatorio, difficilmente riceve risposta. La Bibbia sembra tacere al riguardo. Su quale base si fonda allora la tradizione per poterne parlare? Così viene eluso il tema. Ma d'altra parte, potremmo immaginarci una chiesa nella quale non si ricordano più i defunti pregando per loro? Si potrebbe dire che la certezza indiscutibile con cui in ogni tempo la preghiera ha sempre incluso nel suo orizzonte anche i defunti sia essa stessa una vivente espressione di una profonda consapevolezza che pervade intimamente la fede, cioé che l'essere-uno-con-l'altro e l'essere-uno-per-l'altro degli uomini non finisce con la morte, anzi è proprio ciò che rimane.


 

Ma non possiamo dare a questa consapevolezza un contenuto concreto?

Oggi appare chiaramente che il fuoco del giudizio, di cui parla la Bibbia, non indica una specie di prigione dell'al di là, bensì il Signore stesso che nel momento del giudizio si incontra con l'uomo. Se ben considerato, che cosa significa propriamente ciò? Ciò vuol dire che nell'uomo che si presenta allo sguardo del Signore tutto ciò che nella sua vita è 'paglia e fieno' brucia e rimane soltanto ciò che può avere veramente consistenza. Ciò significa che l'uomo attraverso l'incontro con Cristo viene rifuso e rimodellato secondo ciò che doveva e poteva propriamente essere. L'opzione fondamentale di un tale uomo è il sì che lo rende capace di accogliere la misericordia di Dio; ma questa decisione fondamentale è molte volte intorpidita e intirizzita, soltanto faticosamente fa capolino dal cancello dell'egoismo da cui l'uomo non poteva liberarsi. Egli accoglie la misericordia, eppure deve essere trasformato.

L'incontro con il Signore è questa trasformazione, il fuoco, che lo brucia facendolo diventare quella forma senza scorie che può divenire recipente dell'eterna gioia.

Ma in tal modo la preghiera per i morti non perde tutto il suo senso? Si può voler interferire nell'inaccesibile personale trasformazione di un uomo? Sì, si può, perché per la fede cristiana ciò che è più intimo dell'uomo è anche ciò ch'egli ha in comune con gli altri nell'unità di tutte le membra di Cristo.

 
 


Soffrire-con e amare-con non vuol dire stare accanto a una persona, ma entrare in lei stessa: essa è diversa a seconda che l'accompagni o no un amore che si cura di lei. La sua colpa non è qualcosa di esclusivamente privato: umanamente parlando, il 'purgatorio' non potrebbe dipendere anche dal fatto che non può essere unito a Dio nella perfetta felicità chi ha lasciato in eredità delle colpe a causa delle quali degli uomini in questo mondo soffrono? Dove però la colpa venga trasformata in amore che perdona, cade una barriera che sbarrava la via alla pace definitiva. Ciò che la preghiera della chiesa per i morti rende soprattutto chiaro, è questo: nel mondo della fede i confini tra morte e vita, ma quelli anche tra uomo e uomo, sono transitabili mediante un dare e un ricevere che abbraccia cielo e terra e per il quale nessuno è troppo piccolo e nessuno è troppo grande.

 

da:Joseph Ratzinger, Speranza del grano di senape
Queriniana Brescia 1974, pg 69-71
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