TEMPO LITURGICO
   
 

Guardate quale grande amore
Commento alla II Lettura della Solennità di Tutti i Santi (1Gv 3,1-3)


 

Guardate, quale grande amore ci ha donato il Padre: ci chiamiamo figli di Dio, e lo siamo davvero!
Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto Lui.
Carissimi, noi fin d'ora siamo figli di Dio, ma non si è ancora manifestato ciò che saremo.
Sappiamo però che quando si sarà manifesterà, saremo simili a Lui, perché lo vedremo com'Egli è.
Chiunque ha questa speranza fondata in Lui purifica se stesso, come Lui è puro.


In questo passo breve e suggestivo sono presenti due temi principali: l'esistenza cristiana fra inizio e compimento, presente e futuro; l'esistenza cristiana di fronte al mondo che non la riconosce.

C'è una nota di stupore, quasi di incredula sorpresa, nelle parole dell'apostolo: "Guardate quale grande amore ci ha donato il Padre".
L'argomento affrontato è così importante che l'autore sente il bisogno di attirare l'attenzione dei lettori: "guardate". E l'aggettivo greco potapen ("quale grande") "significa originariamente di quale grande paese, e quindi l'idea espressa è che l'amore del Padre è così estraneo alla terra, così straniero a questo mondo, che ci si domanda da quale paese possa venire" (J.Stott, Le espistole di Giovanni, o.c., 129).
Il grande dono di Dio - un dono avvenuto nel passato e che si ripete nel presente (il verbo è al perfetto) - è che siamo suoi figli. Non si tratta di un semplice modo di dire, né di una espressione metaforica, ma di un'espressione da prendersi alla lettera: "e lo siamo davvero!".

Lo stupore di fronte all'immenso e sorprendente dono di Dio è ravvisabile anche in altri passi della lettera. Per esempio: "Dio è amore. Ed ecco la prova del suo amore verso di noi: ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, affinché noi avessimo la vita per mezzo di Lui" (4,9).

 
 


"Il mondo non ci conosce"



Al centro del brano - nel bel mezzo dello stupore per il dono di Dio e nella gioiosa speranza della pienezza futura - l'apostolo ricorda l'ostilità del mondo: "Per questo il mondo non ci conosce, perché non ha conosciuto Lui".
Per comprendere questa breve annotazione (posta qui a modo di semplice costatazione, quasi un dato scontato), occorre riferirsi a tutta una serie di pensieri, che Giovanni ha soprattutto sviluppato nel vangelo.
Leggiamo nel Prologo che "Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo suo, eppure il mondo non lo riconobbe" (1,10). In 14,17 si afferma che il mondo non può ricevere lo Spirito di verità "perché non lo vede né lo conosce". In 15,16ss Gesù ricorda ai discepoli l'odio del mondo dapprima verso Dio e poi verso di loro; nella sua preghiera sacerdotale Gesù ribadisce il motivo dell'odio del mondo verso i discepoli (17,11) e afferma che il mondo non ha conosciuto il Padre (17,25). Dunque il mondo non riconosce il Cristo, né il Padre né lo Spirito né i discepoli e, anzi, li odia. Giovanni è convinto di tre cose: che questo rifiuto tradisce sempre un'ostinata e colpevole incredulità, un'incredulità che, pur di difendersi, non esita a ricorrere alle menzogne, all'odio e alla violenza; che il gran regista di questo rifiuto è Satana, chiamato - appunto - "il principe di questo mondo" (16,20); che il rifiuto sorge sempre sulla base di una sicurezza di sé e di un'intolleranza per tutto ciò che non è "proprio" ("se foste del mondo, il mondo amarebbe ciò che è suo": 15,19).
Questa terza convinzione è ribadita anche dalla lettera: "Essi (gli eretici) sono del mondo e perciò parlano secondo il mondo e il mondo li ascolta. Noi, invece, siamo di Dio: chi conosce Dio, ci ascolta; chi non è da Dio, non ci ascolta" (4,5-6). Vale a dire: il mondo si trova nelle tenebre (cioè nella menzogna e nella lontananza da Dio) e ci si trova bene: per questo rifiuta la luce e chiunque la testimonia. Nulla di comune tra i figli di Dio e il mondo, dove per mondo non si intendono gli uomini (che sono sempre da amare e da cercare), ma le loro idolatrie , le loro strutture di potenza, le loro ideologie. Dunque, chi è nato da Dio è all'opposto del mondo perché i suoi valori sono altrove.
Naturalmente Giovanni sa molto bene che questa netta opposizione tra il discepolo e il mondo non è un dato scontato (al contrario, è molto facile che il discepolo ceda alla tentazione di rappacificarsi con il mondo), ma un compimento, un imperativo: "Non amate il mondo, né le cose che sono nel mondo; se uno ama il mondo, è segno che non possiede l'amore del Padre" (3,5).

"Saremo come lui"

Ciò che attualmente siamo è sconosciuto al mondo, ciò che saremo non è manifesto neppure a noi: "Non si è ancora manifestato ciò che saremo". Ma questa ignoranza è compensata da una certezza ("sappiamo": parola che rinvia alla fede della comunità e alla tradizione apostolica delle origini): "saremo simili a Lui".
Qui "Lui" si riferisce certamente al Cristo glorioso. La nostra somiglianza non sarà direttamente con Dio, ma con il Dio incarnato e glorioso. La ragione di questa assimilazione sta nel fatto che lo "vedremo come egli è". La visione del Cristo glorificato ci trasformerà, quasi per un processo di trasparenza, come quando un volto viene riflesso in uno specchio. Un concetto molto simile in S. Paolo: "Noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l'azione dello Spirito del Signore" (2Corinti 3,18).

Dunque, siamo già figli di Dio, ma non è ancora la pienezza. La filiazione divina è un germe, un dono già realtà e nel contempo in costruzione. Occorre perciò viverla e goderla, ma anche costruirla nella fede, nella speranza e nella perseveranza. Solo alla fine la nostra situazione apparirà in tutta la sua pienezza. E così - nella gioia del possesso e insieme nell'attesa paziente e perseverante - siamo incamminati verso la realizzazione dell'antico sogno dell'uomo (il sogno di Adamo): "Diventerete come Dio" (Genesi 3,5). Ma c'è una radicale differenza fra la pretesa di Adamo (una pretesa suggerita da Satana) e la persuasione ("sappaimo") del cristiano. La somiglianza con Dio non è pretesa, non è conquista propria e non avviene al di fuori dell'obbedienza al Signore, ma è puro dono, totalmente dono, e si sviluppa nella fedeltà ai comandamenti.

"Lo vedremo come Egli è": il desiderio di ogni credente, costretto ora a incontrare il divino sempre attraverso qualcosa d'altro. Ma è un desiderio che si compirà solo nel futuro, non nel presente. Anche la conclusione dell'Apocalisse ritorna su questo motivo affascinante. Descrivendo il volto della città purificata e salvata da Dio, l'Apocalisse la presentra come una città nuova e in comunione con Dio, una comunione diretta, trasparente, senza più veli né mediazioni: "Non vidi alcun tempio in essa, perché il Signore Dio, l'Onnipotente, l'Agnello sono il suo tempio" (21,22). Dio non è più incontrato attraverso qualcosa, ma faccia a faccia, e questa è l'ansia profonda di ogni ricerca umana. Sono caduti i veli, e Dio è di fronte.

Ma, ripetiamolo, questo è il futuro. Nel presente c'è posto soltanto per il desisderio, come commenta felicemente S. Agostino (Epistola di Giovanni Om 4,6): "Non potendo voi ora vedere questa visione, vostro impegno sia il desiderarla. La vita di un buon cristiano è tutta un santo desiderio. Ma se una cosa è oggetto di desiderio ancora non la si vede, e tuttavia tu, attraverso il desiderio, ti dilati, cosicché potrai essere riempito quando giungerai alla visione. Ammettiamo che tu debba riempire un grosso sacco e sai che è molto voluminoso quello che ti sarà dato; ti preoccupi di allargare il sacco o l'otre o qualsiasi altro tipo di recipiente, più che puoi; sai quanto hai da metterci dentro e vedi che è piccolo; allargandolo, lo rendi più capace. Allo stesso modo Dio con l'attesa allarga il nostro desiderio, col desideio allarga l'animo e dilatandolo lo rende più capace. Viaviamo dunque, fratelli, di desiderio, poiché dobbiamo essere riempiti".


"Chiunque ha questa speranza"

Dal futuro lo sguardo al presente. Giovanni non concede evasioni di alcun genere. Il futuro si prepara oggi. In tutta la parenesi cristiana neotestamentaria gli sprazzi escatologici si concludono con un invito a operare nel presente. Due sono le cose che Giovanni suggerisce: la speranza e la rettitudine di coscienza.

La speranza (è un vocabolo cristiano importante, ma stranamente in tutti gli scritti giovannei si trova solo qui) ha come fondamento "Lui", cioè il Cristo, come sembra suggerire il "Lui" del versetto precedente. E' una speranza fondata sull'amore di Dio - di cui Gesù è, appunto, la massima manifestazione - non sull'uomo.
Una speranza teologica, come in tutta la Bibbia. Una speranza che nella fede raggiunge la solidità nella ceretezza: "sappiamo".

Ci si aspetterebbe una formula verbale esortatoria, e invece troviamo l'indicativo ("purifica se stesso"), come se si trattasse di un fatto, non di un impegno. Ma il senso non può essere che imperativo. Probabilmente Giovanni ha preferito l'indicativo per sottolineare che si tratta di una conseguenza ovvia, scontata: "Chi ha davvero questa speranza, certamente purifica se stesso".

Si tratta di una purificazione morale, non rituale: una purificazione della coscienza e della vita, una lotta serrata al peccato, come è suggerito subito dopo (3,4). Il modello di questo sforzo morale - e la ragione che lo esige - è Cristo: "come (Kathòs) Lui è puro".

 

da: Bruno Maggioni, La prima lettera di Giovanni
Cittadella Editrice Assisi, 1989, pg 115-121
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