TEMPO LITURGICO
   
 

La speranza del grano di senape

"Il regno dei cieli è simile a un grano di senape" (Mt 13,31)


 

Nel momento culminante dell'estate la chiesa ci presenta quest'anno le parabole della crescita, che una volta erano lette nelle domeniche dopo l'epifania e perciò cadevano all'inizio della primavera o verso la fine dell'autunno. Il loro senso storico è oggi più chiaro a noi che alle generazioni passate (così almeno pensiamo noi), ma la loro significazione per il presente ci è sempre più sottratta. Riguardo alla parabola del grano di senape, gli esegeti ci dicono che essa originariamente è stata una parabola di contrasto che voleva rispondere al turbamento e all'inqiuetudine dei discepoli suscitati in loro dalla forma umilissima in cui si presentava il regno di Dio inaugurato nella predicazione di Gesù: essi dovevano confidare nel granello di senape, nel mistero della speranza che è superiore a questo inizio umanamente così umile.


 

Nella tradizione dei vangeli si crede di percepire già un altro tono: i discepoli avevano potuto sperimentare la risurrezione del grano di frumento morto e dinanzi ai loro occhi cominciò a crescere dall'umile granello, nel movimento della missione cristiana, un albero che già stendeva i suoi rami su tutta la terra. Così risuona nel frattempo quasi un motivo trionfale, una gioia che deriva dalla certezza di quanto fu sperimentato.

Anche noi molto probabilmente ci troviamo oggi dalla parte di chi cerca ed è inquieto; la risposta di Gesù non ci entra bene in testa. Anzi, l'albero cresciuto dal granello di senape è ancora qui, ma esso ci appare stanco e senza fronde come pianta d'autunno.

 
 
Sembra che esso, piano piano ma sicuramente, si dissecchi; gli uccelli del cielo scompaiono o piuttosto: ogni genere di uccelli rari nidifica in esso come spettri e lo fanno apparire una dimora piuttosto sinistra e inquietante. Sorge la paura che anche questo albero non possa avere nessuna promessa diversa da quella di molti altri alberi, che sono cresciuti nella storia e si sono poi dissecati.
Anch'esso non potrebbe essere piantato per l'eternità, ma avere il suo tempo, quello in cui crescere fresco e giovane e quello dell'autunno in cui disseccarsi e scomparire. L'albero è qui, ma sembra essere senza promessa, senza speranza.

Si dissolve dunque la parabola se considerata dall'altro lato? oppure dobbiamo, per capirla, rifarci al suo inizio? L'accento posto da Gesù cade non già sull'albero, bensì sul granello di senape, che nonostante sia insignificante è la speranza. In realtà la chiesa rimane sempre granello di senape: per essa è sempre venerdì santo, Pasqua e Pentecoste nello stesso tempo (H. U. v. Balthasar).
Essa non è come una pianta in cui il seme sta soltanto all'inizio. Per essa la croce non è un inizio lontano, ma sempre presente. Essa vive continuamente, sempre di nuovo, il venerdì santo, così come sperimenta anche, sempre di nuovo, la Pasqua.

La chiesa rimane il granello di senape per tutta la durata della sua storia. Essa vive sempre la forza inafferrabile dello Spirito santo e mai della potenza, conseguita nel frattempo, della sua organizzazione.

Forse la benedizione di quest'ora della storia è che noi siamo costretti a riconoscere nuovamente questa verità. Potevamo pensare che la chiesa sia divenuta così potente che essa, considerata da un punto di vista puramente umano, difficilmente sarebbe stata sconfitta. Ora sappiamo quanto presto possa crollare una tale immaginazione. Forse noi dovremmo e la chiesa dovrebbe entrare "nella grande tribolazione" (1 Tess 1,6) per riscoprire donde attinge la sua linfa vitale, cioè anche oggi dalla speranza del granello di senape, non dalla potenza dei suoi piani e delle sue strutture.
 

da: Joseph Ratzinger, Speranza del grano di senape
Edizione Queriniana - Brescia 1974, pg 43-48




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