TEMPO LITURGICO
   
 

Corpus Domini

Una presenza da assimilare



Deuteronomio 8,2-3.14-16; 1 Corinti 10,16-17; Giovanni 6,51-59


Se la parola scandalo vuol dire inciampo, l'eucaristia dovrebbe essere considerata lo scandalo più grande per la vita cristiana.
Come è possibile accettare le parole di Gesù: "Se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita"?
Ma questo scandalo pare non sia stato sufficientemente patito dalla coscienza dei credenti.


 

Ci salva sempre, di fronte al mistero, la nostra superficialità. Il che non vuol dire rinunciare a pensare, ma pensare in modo limitato, senza toccare il nucleo vivo della verità che ci è stata rivelata.
Attorno all'eucaristia le discussioni teologiche sono state infatti numerose e sottili, ma riguardano quasi esclusivamente le modalità della presenza di Cristo nel pane e nel vino consacrati. C'è una parola strana e difficile che a questo proposito era entrata nel linguaggio teologico: la parola "transustanziazione".

Immagino che a sentirla Gesù avrebbe avuto un sussulto come succede a noi di fronte a parole difficili e incomprensibili.
Ma quando anche si precisasse il modo con cui Cristo è presente nell'eucaristia, rimarrebbe ancora aperta la domanda che invece dovrebbe essere centrale: come questa presenza si comunica e che cosa opera dentro la vita del cristiano?

Gesù Cristo non ci ha dato l'eucaristia soltanto perché ci mettessimo in ginocchio ad adorarla, la onorassimo con le processioni solenni, la ricevessimo nella comunione come un segno della sua presenza e un appello a fare fraternità. Se l'eucaristia si riducesse a un atto di culto o di devozione, sarebbe come tradire le intenzioni di chi ce l'ha donata.

Ho letto che Luigi XIV assisteva quotidianamente alla Messa, che Diderot e Voltaire, prima di diventare quegli antichericali che conosciamo, avevano anch'essi una grande familiarità con l'eucaristia presso i gesuiti da cui sono stati educati.
E' lecito domandarsi: che cosa rappresentava per essi questo sacramento? Che cosa rappresenta per noi che ci accostiamo all'eucaristia e che dovremmo patire ogni volta lo scandalo di queste parole: "Se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita"?

 
 
Sono parole che richiedono un profondo cambiamento nel nostro modo di intendere la presenza di Cristo. Noi di solito ci mettiamo di fronte a Cristo come modello da imitare.
Il testo più famoso in ordine a questa forma di spiritualità è stato L'imitazione di Cristo.
Siamo capaci di sentire la presenza di Cristo dentro la nostra vita, come compagno di viaggio sui sentieri delle nostre errabonde peregrinazioni. Ma l'eucaristia ci invita a entrare in un'altra forma di rapporto, che porta a nutrirci della presenza di Cristo.

Nella tradizione Zen, si dice: "Se incontrate il Budda, uccidetelo", perché altrimenti - questo è il senso del paradosso appena citato - voi ne fareste un modello esteriore che vi impedirebbe di diventare ciò che siete chiamati a essere.
Nella tradizione cristiana, ci viene detto: "Se incontrate il Cristo, mangiatelo", cioè cessate di fare di lui solo un modello, per quanto sublime, che sta all'esterno della vostra esistenza, mentre dovrebbe diventare nutrimento e vita.

Si tratta di mangiare la presenza di Cristo, di interiorizzarla, di assimilarla.
Lo scopo dell'eucaristia non è quello di fare di noi dei "buoni cristiani", ma, per quanto possiamo rimanere increduli, di fare di ciascuno di noi un "altro Cristo". E' possibile verificare quando e in che nmisura avviene questa trasmutazione profonda per cui tutto ciò che appartiene a Cristo viene a fondersi con la nostra umanità e con il nostro destino?

Ho letto di un esperimento fatto in un laboratorio di psicologia per accertare quale fosse la migliore forma di meditazione.
Ai rappresentanti di diverse religioni vennero applicati elettroencefalogrammi per misurare le onde alfa del loro cervello nel corso della meditazione, condotta nel più profondo silenzio. L'esperimento ha dato risultati precisi, ma l'errore è stato quello di voler misurare in termini quantitativi ciò che appartiene alla dimensione qualitativa.

Per quanto riguarda l'eucaristia, c'è un modo di verificare se il miracolo promesso in noi è avvenuto. Si tratta di vedere se le espressioni della nostra vita portano una connotazione che rimanda a Cristo e al suo vangelo.
Chi è stato trasformato dalla presenza di Gesù, assimilata come un nutrimento, non può non lasciare trasparire qualche tratto della sua meravigliosa ineguagliabile umanità.

Vorrei ricordare, in modo particolare, una parola di Gesù: "Imparate da me che sono mite e umile di cuore". Gesù non dice: "imparate da me a fare miracoli, a compiere cose straordinarie", ma "imparate da me la dolcezza e l'umiltà".
La dolcezza è la capacità di accogliere, di essere recettivi nei confronti di tutto ciò che esiste. I saggi orientali invitavano a camminare dolcemente, a respirare dolcemente.
Ma questa dolcezza deve essere soprattutto una nota dell'amore che sa esprimere gentilezza, rispetto, delicatezza nei confronti di ogni persona, a cominciare dalla persona con la quale si è uniti da un particolare vincolo di solidarietà.
E con la dolcezza, l'umiltà.
Umiltà viene dalla parola latina humus, che vuol dire terra. Essere umili è essere come la terra: essere in quell'attitudine che permette di accogliere e di lasciare che ogni seme di verità e di bontà possa germinare.

Hai ricevuto la comunione?
Già queste due piccole note della dolcezza e dell'umiltà possono far capire se e in che misura l'eucaristia è diventata un fatto vitale, capace cioè di trasformare profondamente il tuo modo di vivere gli affetti più cari e le speranze più grandi.

 


da: Luigi Pozzoli, L'acqua che io vi darò
Edizioni Paoline 2004, pg 137-140




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