TEMPO LITURGICO
   
 

Pentecoste

Due movimenti dello Spirito



Atti degli Apostoli 2,1-11; 1 Corinti 12,3-7.12-13; Giovanni 20,19-23


Non è possibile raccogliere tutte le suggestioni intense e meravigliose che sentiamo scaturire da questo grande evento pentecostale.
Sono infatti molteplici e così le immagini che vengono utilizzate per evocare il dono e l'azione dello Spirito.

Volendo scegliere ciò che maggiormente può servire per la nostra esperienza di credenti in rapporto al mondo d'oggi, mi pare che sia opportuno fermare l'attenzione su due movimenti dello Spirito.
Il primo è un movimento che ci procura un senso di libertà e di leggerezza.


 

I simboli, a questo proposito, sono molto eloquenti: il soffio, il respiro, il vento, il fuoco a cui bisognerebbe aggiungere la colomba presente nella personale Pentecoste che è stata riservata a Gesù dopo il battesimo, parlano di movenze leggere, sciolte dalle pesantezze e dalle rigidità abituali.
Che cosa c'è di più leggero di un soffio e di più naturale del respiro?

La vita assume spesso ai nostri occhi forme geometriche, squadrate, pesanti che si traducono in un senso di oppressione e di fatica.
La Pentecoste inaugura un modo di sentire diverso, perché tutto, per l'azione dello Spirito, sembra sciogliersi, stemperarsi, perdere i propri contorni troppo marcati per assumere forme più fluide, come se lo spirito vincesse sulla materia.

Questa impressione è sostenuta da alcuni elementi che sono presenti nei testi relativi alla Pentecoste. Nel racconto del vangelo la pesantezza è rappresentata dalla paura che impone di rimanere chiusi in quella sala del cenacolo.
E' paura del mondo esterno, ma è anche paura di se stessi, dei propri sensi di colpa, del non sapere più per cosa vivere. Gesù dona lo Spirito (e con lo Spirito la pace e il perdono) e l'oppressione di prima svanisce.
Il passaggio da quel cenacolo chiuso alla piazza sottolinea in modo eloquente il movimento di libertà e di leggerezza operato dallo Spirito.

Alla luce di questo evento pentecostale possiamo capire come anche noi abbiamo bisogno urgente dell'azione dello Spirito.
Forse non sapremmo dire che cosa sia o chi sia veramente lo Spirito (certe sottigliezze teologiche non ci sono famigliari), ma ci pare che, se venisse su di noi come sui discepoli, certe pesantezze potrebbero scomparire.
Anche la nostra vita è spesso dominata dalla paura di fronte al mondo esterno, dalla difficoltà di rapportarsi agli altri, dalle incertezze che pesano sul domani.

 
 
E' una vita che spesso sentiamo come greve, opaca, senza ali, senza un soffio che la sollevi al di sopra delle abituali mediocrità.
Ci sarebbe da meditare su questo aforismo dedicato alla nostra condizione attuale: "Abbiamo imparato a guadagnarci da vivere, ma non a vivere".

Anche dal punto di vista religioso soffriamo di una situazione che risulta mortificante, priva com'è di respiro e di scioltezza.
Ameremmo una fede leggera, una morale leggera, una chiesa leggera, non per cercare la via più facile e meno impegnativa, ma per un'esigenza di semplicità e di autenticità che ci pare di trovare nel vangelo.
I dogmi son necessari, purché non si riducano a verità fossilizzate e perciò improponibili ("Una verità che non attraversi il calore di una vita è una verità tradita", J. Sulivan). La morale è necessaria ma non può diventare un codice di norme astratte, separate dalla vita e dalla coscienza dell'uomo (non è stato Gesù a dire che la legge è per l'uomo e non l'uomo per la legge?). La Chiesa è necessaria, ma senza che sia appesantita da strutture inutili o modellate su quelle mondane.
Si vorrebbe che dentro il nostro credere, il nostro agire, la nostra esperienza di Chiesa trascorresse un soffio vitale che alleggerisse tutto ciò che è ripetitivo, stanco, inerte, poco evangelico e poco umano.

Perché non auspicare una nuova primavera dello Spirito che ci permetta di vivere la fede con un senso di partecipazione spontanea e gioiosa, pur con la consapevolezza delle responsabilità che la fede comporta?

Questo accenno alle responsabilità porta a riflettere sul secondo movimento che è proprio dello Spirito. Lo Spirito svolge anche un compito unitivo.
I discepoli, una volta usciti nelle piazze, parlano a gente diversa per lingua, cultura, civiltà, e riescono a comunicare con tutti superando anche la barriera del linguaggio. Nell'evento pentecostale si assiste a questo movimento che crea come una cospirazione, uno stesso respiro, dentro l'esistenza di tante persone per diversi motivi separate e distanti tra loro.
L'ambizione dello Spirito è di creare unità nella diversità.
L'altro, il diverso da noi fa sempre problema.
Si pensi alle difficoltà che ogni coppia deve affrontare perché il matrimonio è una continua educazione alla diversità, una formidabile impresa di pace. Si pensi alla difficoltà di convivere con chi ha una religione, una cultura, una storia diversa dalla nostra.

In che modo è possibile vincere le resistenze e le diffidenze per comunicare con chi diverso è da noi? Lo Spirito ci è dato per parlare il linguaggio dell'amore, un linguaggio così essenziale che non ha bisogno neppure di parole.

Celebrare la Pentecoste vuol dire entrare nel dinamismo dello Spirito che ci porta a creare rapporti nuovi con tutti, nel rispetto di ogni creatura.
Tu credi nello Spirito santo e nella sua Pentecoste?
Non cercare la risposta nella tua mente. Cerca la risposta nel tuo cuore. Se ti senti diviso dagli altri da pregiudizi di ordine politico, religioso o di razza e trovi tante ragioni per giustificare questo comportamento, è segno che ancora non hai conosciuto e assecondato l'azione dello Spirito.
Se invece coltivi almeno il desiderio di vincere qualche divisione, a cominciare da quelle che possono esserci nella tua famiglia, allora vuol dire che la Pentecoste ti ha preso nel suo vortice di vento e di fuoco e incomincia a dettarti nel cuore il linguaggio prodigioso dell'amore.
 


da: Luigi Pozzoli, L'acqua che io vi darò
Edizioni Paoline 2004, pg 126-129




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