TEMPO LITURGICO
   
 

Ascensione

Un mistero barocco



L'Ascensione è un mistero che, mentre evoca grandi spazi e infinite lontananze, è caratterizzato anche da diversi movimenti.
Si è tentati di dire che l'Ascensione è un mistero barocco.
Il barocco qualcuno lo considera ancora come espressione del cattivo gusto. Ma si dimentica che esso è l'arte delle forme che si scompongono, degli slanci ascensionali, della terra che si sente come attratta verso il cielo.
Il barocco esprime una tensione verso dimensioni inedite della realtà. L'ascensione è un mistero barocco perché parla di un cielo che si apre al passaggio di Cristo e di confini che si aprono al passaggio dei discepoli di Cristo: "Andate, ammaestrate tutte le nazioni".
Due movimenti dunque si intrecciano, uno verticale e l'altro orizzontale, entrambi sostenuti da una passione esuberante, da una tensione senza misura.


Dove è il centro di questo scenario?
Il centro dovrebbe essere Gesù, ma perché Gesù sale in alto e al tempo stesso promette di essere sempre con noi ("Ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo"), non c'è un centro statico, ma in movimento.



 

Là dove c'è un cristiano che con la sua presenza rende visibile la presenza di Cristo, è come se da quel punto si irradiasse una luce che dà unità a tutto il mondo circostante.
A questo punto, dopo aver contemplato da spettatori lo scenario dell'Ascensione, entriamoci da protagonisti, perché i discepoli sul monte di Galilea siamo noi così come siamo noi oggi i discepoli mandati a testimoniare il vangelo.

L'appuntamento è sul monte di Galilea.

E una volta arrivati su questo monte senza nome (ma ci basti sapere che tradizionalmente la montagna è il luogo dell'incontro con Dio), siamo invitati a guardare in alto, al di sopra di tutto ciò che quaggiù rappresenta la stanchezza, l'oscurità dell'esistenza.

 
 
Noi facciamo fatica a rischiarare il nostro avvenire e quello del mondo. Abbiamo l'impressione di muoverci sotto un cielo basso e vuoto, dove i nostri amori sono senza speranza, le nostre domande senza risposta. Ci diciamo credenti, ma la fede, invece di procurarci un senso gioioso della vita, sembra un problema che si aggiunge agli altri che già abbiamo.

Perché non abbiamo l'esperienza di quella gioia che i discepoli hanno conosciuto il giorno dell'Ascensione? Perché siamo abituati a non sollevare mai lo sguardo verso l'alto.

Ci sono cristiani i quali, come tanti che non hanno la fede, pensano che il senso della vita sia tutto racchiuso dentro i confini dell'esistenza. É inevitabile che siano cristiani senza gioia: come è possibile la gioia là dove manca la speranza?
L'Ascensione è un appello a guardare la vita a partire dalla sua destinazione ultima.
La luce viene dall'avvenire, l'orizzonte verso il quale ci muoviamo è pieno di luce che si riverbera anche sull'esistenza quotidiana.

Chi è salito sulla montagna e ha sollevato gli occhi verso l'alto, sente che la vita acquista un senso, un orientamento, una speranza e, di riflesso, una sorta di leggerezza che potremmo anche chiamare gioia.
Questa leggerezza può rimanere anche quando si discende dalla montagna per rientrare nel solco della quotidianità. Si ritorna alle proprie occupazioni, ma non si può dimenticare che il cielo è aperto, che il Cristo risorto ha collegato questa nostra terra al cielo e che dall'alto, come dalle cupole delle chiese barocche popolate di angeli, scendono fasci di luce a illuminare l'opacità della nostra vita.

Allora si è pronti a testimoniare la nostra fede in Cristo risorto alle nazioni, cioè a chi non condivide la nostra fede. In un tempo in cui non ci si meraviglia più che si possa essere atei o indifferenti, a fare problema è il vero credente.
Basterebbe essere presenti nel nostro mondo come gente che crede in Cristo risorto e nella nostra resurrezione per scuotere tante coscienze e strapparle a una visione rassegnata o annoiata dell'esistenza. A sostenere la nostra fiducia è quella parola che il Signore ci ha consegnato: "Ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo".

Un vescovo poeta del IV secolo, Sinesio, a commento dell'Ascensione, ha parlato di una danza di Cristo in Dio. Ma si potrebbe parlare di una danza di Cristo risorto anche tra gli uomini, perché in modo invisibile è presente nelle nostre parole, nelle nostre amicizie, nei piccoli e grandi gesti di solidarietà, nelle nostre iniziative di pace: è un Dio che ama mescolare la traccia dei suoi passi con quella dei nostri passi sulla sabbia.

É presente e al tempo stesso ci precede e ci guida verso l'alto, là dove è l'approdo ultimo anche per noi.
"Vado a prepararvi un posto", ha detto il Signore prima di lasciarci. Quando è venuto per nascere tra di noi, non ha trovato posto nelle dimore degli uomini: per lui non c'era posto.
Ora che ritorna in cielo (l'Ascensione potrebbe essere vista come una specie di Natale rovesciato: non più Dio che nasce sulla terra, ma l'uomo che nasce alla vita del cielo) il posto c'è, per lui e per tutti noi.
E ci sono gli angeli ad accogliere, come al primo Natale. E per noi ci saranno i nostri amici che ci hanno lasciato.

L'Ascensione è il giorno in cui la contemplazione del futuro diventa conforto, incoraggiamento e gioiosa speranza: là dove ora sono i nostri cari con Cristo saremo anche noi e il dimorare con Cristo nella casa del Padre sarà il nostro Paradiso.
 


da: Luigi Pozzoli, L'acqua che io vi darò
Edizioni Paoline 2004, pg 123-125




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