TEMPO LITURGICO
   
 

Domenica delle Palme

La croce come figura dell'amore

Isaia 50,4-7; Salmo 21; Filippesi 2,6-11; Matteo 26,14-27.66


Il racconto di Matteo ci rende partecipi della passione di Cristo, di questo evento tragico che sarà il centro della nostra riflessione anche nei prossimi giorni, se saremo capaci di riservare alla Settimana Santa quell'attenzione che non dovrebbe mai mancare nella coscienza di ogni cristiano.

Colui che viene osannato al suo ingresso in Gerusalemme di lì a poco finisce la sua straordinaria, incredibile avventura sul legno della croce. E dalla croce si ripercuote questo grido lacerante: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?". E' un grido che oggi, in questa società che si secolarizza sempre di più, è sovrastato da tante altre voci, ma che dovrebbe lasciare almeno alla nostra coscienza il segno di una ferita.

Perché Gesù è stato ucciso?



 

Gesù più volte aveva parlato della sua condanna a una morte cruenta in termini di necessità: "Il Figlio dell'uomo deve soffrire molto ... ed essere messo a morte", si legge in Luca (9,22). E ancora in Luca (12,50): "C'è un battesimo che devo ricevere, e come sono angosciato finché non sia compiuto".

Gesù sembra dunque essere legato a una sorta di necessità. Ma è bene chiarire il senso di questa necessità. C'é stata una certa teologia che ha visto la morte di cristo come compensazione voluta da Dio per i peccati degli uomini.

In questa prospettiva Gesù sarebbe venuto sulla terra per soddisfare la giustizia divina che aveva bisogno di una vittima espiatoria. Ma a questo modo si coinvolge Dio in una logica mercantile, quella del debito e del riscatto, che non è quella di Dio.



Il Dio di cui ci ha parlato Gesù è pura magnificenza e gratuità.


Si dimentica inoltre che Gesù è venuto non a predicare un'idea ossessiva della colpa e del possibile castigo con il rischio di insinuare un pessimismo nei confronti della vita, un disprezzo di sé e un bisogno di autopunizione, ma è venuto ad annunciare la buona novella di un Dio che vuole l'uomo libero, creativo, in pace con se stesso e con la natura, in comunione fraterna con tutti, capace di coltivare speranze che vanno oltre la finitezza di ogni creatura.

 
 
E proprio per aver incarnato questo modello di umanità Gesù ha destato tanto entusiasmo e al tempo stesso ha incontrato tanta opposizione. Era troppo libero per essere facilmente accolto, troppo innovatore per non destare sospetti.

Gesù dunque non è morto per ragioni teologiche, cioè perché Dio aveva bisogno che riscattasse il peccato di Adamo, ma è stato ucciso perché con la sua predicazione costituiva un pericolo per l'ordine pubblico, per la casta sacerdotale, per coloro che godevano privilegi ingiusti: per tutto ciò che c'era di insostenibile nella società.


La sua morte si rendeva necessaria e lui ne era cosciente. Quando ha cominciato a predicare il regno di Dio, certo non immaginava una fine di questo tipo, ma in seguito ha avuto sempre più netta la percezione di ciò che si andava preparando contro di lui. Gesù quindi non ha affrontato la morte come il compimento di un decreto divino, ma come atto di fedeltà a se stesso, di coerenza nel suo modo di sentire e di vivere.

Nel racconto di Matteo è interessante osservare come ci siano diversi personaggi che agiscono in modo difforme rispetto alle loro intenzioni: Pietro non voleva rinnegare Gesù, eppure basta una serva a separarlo dal Maestro. Anche Giuda sembra muoversi in modo contradditorio. Ancora più chiaro, da questo punto di vista, è il caso di Pilato.

Gesù invece si muove con un atteggiamento lineare e coerente, fino a fare della croce il segno di una totale fedeltà e di una donazione portata fino alle estreme conseguenze.

La croce dimostra fin dove può arrivare l'amore. La croce è il luogo della più pura compassione. Sulla croce le braccia di Cristo sono aperte nel gesto di convocare tutti, i poveri, gli afflitti, i miti, i perseguitati, perché s'é fatto lui stesso l'afflitto e il perseguitato.

Egli è il ferito e al tempo stesso colui che si china sul ferito.

Il poeta francese Jean Cayrol, internato a Mauthausen, vedeva la presenza luminosa di cristo dappertutto, nel volto sfigurato dei prigionieri e nei gesti di pietà di chi li soccorreva. Le braccia aperte di Cristo sono anche la braccia aperte del padre prodigo di amore che sono pronte ad abbracciare il figlio che ritorna. La croce è la figura dell'amore di cui parla Paolo quando ne esalta la lunghezza, la larghezza, l'altezza e la profondità.

In questa immagine dell'amore si può cogliere anche la forza di risurrezione che Gesù ha immesso nella storia. "Ha amato al punto da far esplodere la vita nello spazio della morte", ha scritto il teologo Carlo Molari.

E' questo amore radicale che ancora va contagiando l'esistenza di molte persone le quali sono capaci di mettersi dalla parte degli ultimi per testimoniare la bellezza e la forza del vangelo di Cristo.
 
da: Luigi Pozzoli, L'acqua che io vi darò
Edizioni Paoline 2004, pg 77-80
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