TEMPO LITURGICO
   
 

Domenica delle Palme e della Passione del Signore

Introduzione alla celebrazione


Di questo episodio – l'entrata di Gesù a Gerusalemme – abbiamo un racconto «quadriforme», ovvero tramandatoci da tutti e quattro i vangeli. Mettendo insieme gli aspetti diversi delle narrazioni parallele, ricaviamo un messaggio ricco e articolato sulla figura di Gesù.

Il re messianico
– Nel momento culminante del suo ministero Gesù si presenta a Gerusalemme come il re da lungo atteso, il Messia. Da parte sua compie le promesse: «Questo avvenne perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta» (Mt 21,4). Dall'altra parte una folla numerosissima lo accoglie: «Osanna al Figlio di Davide! Benedetto colui che viene!» (Mt 21,9).
Il quarto evangelista accentua il riconoscimento della regalità di Gesù: la folla gli «uscì incontro» – espressione tecnica per i ricevimenti ufficiali – acclamando «il re d'Israele» e tenendo in mano «rami di palme», simbolo di vittoria (Gv 12,12-13; cf. 1Mac 13,51; 2Mac 10,7; 14,4; Ap 7,9).
Luca aggiunge tre elementi importanti: primo, si tratta di un'adesione convinta di «tutta la folla dei discepoli, pieni di gioia ... per tutti i prodigi che avevano veduto» (Lc 19,37); secondo, le parole della gente fanno eco al coro angelico del Natale: «Pace ... e gloria» (2,14; 19,38); terzo, i farisei manifestano nei confronti di Gesù un'opposizione che crescerà nei giorni seguenti e chiuderà a Gerusalemme «la via della pace» (19, 39.42). Il successo messianico di oggi si cambierà domani in fallimento: da «Osanna» a «Crocifiggilo»!

In città, nel tempio – L'ingresso di Gesù a Gerusalemme ha due punti di arrivo: la mèta religiosa per eccellenza, secondo Marco, quando il Maestro «entra nel tempio» (Mc 11,11); la città stessa, per Matteo. Allora si ripete una reazione analoga a quella che ci fu all'arrivo dei Magi in cerca del neonato re dei Giudei: «Tutta la città fu presa da agitazione» (Mt 21,10; cf. 2,3). La città si domanda: «Chi è costui?» e la folla dà testimonianza: «Questi è il profeta Gesù» (Mt 21,11). Si direbbe che la società civile s'interroga sull'evento e trova risposta nella comunità credente.

«Andate», «troverete», «conducete qui» (Mt 21,2; Mc 11,2; Lc 19,30) – Gesù parla come uno che ha autorità e prevede tutto ciò che sta per accadere: anche in questo si manifesta «profeta», quale realmente è riconosciuto (Mt 21,11).

«Il Signore ne ha bisogno» – Gesù sa che cosa gli occorre per attuare le parole del profeta Zaccaria, come nota Mt 21,4: «Ora questo avvenne perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta». Egli vuole entrare a Gerusalemme come un re «mite» – l'evangelista tralascia gli altri aggettivi di Zc 9,9: «giusto e vittorioso» – con una cavalcatura di pace, come la mula di Davide e di Salomone, non con i cavalli da guerra di Adonia (cf. 1Re 1,5.33.38.44).

«Fecero / risposero come», «trovarono come»
– Mt 21,6 e Mc 11,6 notano l'obbedienza dei discepoli che riconoscono l'autorità di Gesù: «Fecero quello che aveva ordinato loro», «Risposero loro come aveva detto Gesù». Lc 19,32 invece attira l'attenzione sulla precisione delle previsioni profetiche di Gesù: «Trovarono come aveva loro detto».

«Ora», «dopo» – « Gesù camminava davanti a tutti» (v. 28): è lui che guida gli eventi e ora prende l'iniziativa dell'ingresso solenne a Gerusalemme. Alla fine del racconto Giovanni nota che i discepoli «sul momento non compresero», ma che dopo la risurrezione «si ricordarono» (Gv 12,16). Allora «si ricordarono» anche delle parole dette da Gesù in un'altra occasione, quando purificò il tempio (Gv 2,22). Analogamente, Pietro deve lasciarsi lavare i piedi senza comprendere: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo» (Gv 13,7). C'è un tempo per fare e un tempo per capire (cf. Qo 3,1-8): il Signore va avanti e noi lo possiamo «vedere di spalle» (Es 33,23); poi «l'intelligenza riflette sulle realtà di cui si è fatto esperienza» (DV 8). Per penetrare nel mistero di Gesù i discepoli devono attendere la luce dello Spirito Santo: «Egli vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto» (Gv 14,26; cf. 15,26; 16,12-15).


  INTRODUZIONE AI TESTI DELLA SANTA MESSA



Introduzione ai canti del Servo del Signore


La prima lettura della domenica delle Palme – come la prima del lunedì, martedì, mercoledì e venerdì santo – è presa dai «canti del Servo del Signore» (Is 42,1-9; 49,1-7; 50,4-11; 52,13–53,12). È probabile che in origine formassero una raccolta a se stante, inserita poi nella seconda parte del libro di Isaia (detto perciò Deuteroisaia, capitoli 40-55) e, con il resto del libro, attribuita al profeta dell'ottavo secolo a.C.

Il «contesto letterario» isaiano, diverso dal «contesto storico» in cui i brani erano nati (alla fine dell'esilio babilonese), ha influito sull'identificazione del loro protagonista, il «Servo del Signore». In origine il titolo si riferiva a un personaggio contemporaneo alla composizione dei canti: probabilmente Zorobabele, un «germoglio» della dinastia davidica, che aveva iniziato la ricostruzione del tempio di Gerusalemme (cf. Esd 5,2; Ag 1,14; 2,2.21-23; Zc 3,8-9; 4,6-10; 6,12-13). La tradizione giudaica, invece, leggendo quei brani nel contesto letterario isaiano, ha inteso la figura del Servo non in senso individuale ma collettivo, riferendolo a tutto Israele, secondo l'affermazione: «Mio servo tu sei, Israele» (Is 49,3). Questa interpretazione si riflette nella principale traduzione greca della Bibbia (LXX).

Nel Nuovo Testamento i quattro canti sono applicati al Signore Gesù, quali stupende profezie della sua passione, glorificazione e missione. Da eroe nazionale il Servo diventa «il salvatore del mondo» (Gv 4,42), come era stato predetto: «Io ti renderò luce delle nazioni perché porti la mia salvezza fino all'estremità della terra» (Is 49,6; cf. 42,6).
 
 

Introduzione ai racconti evangelici della passione

Nella domenica delle Palme si legge il vangelo della passione. Rispetto a quello dell'ingresso di Gesù a Gerusalemme è un racconto ben più ampio e importante, per cui il titolo «domenica di passione» è preferibile a quello di «domenica delle Palme»; d'altra parte il secondo mette in rilievo un evento specifico di grande significato. Il racconto è tratto da uno dei vangeli sinottici, a turno secondo il ciclo triennale; quello di Giovanni ritorna sempre il venerdì santo. Ciascun evangelista ha la sua prospettiva teologica, che emerge dal ruolo assegnato ai vari attori del dramma. Messi a confronto, i racconti concordano sostanzialmente, ma presentano anche delle divergenze che pongono dei problemi sul piano storico. Data l'importanza di questi testi, è opportuno farvi cenno.


Concordanze e divergenze

Secondo i sinottici l'arresto di Gesù avviene solo per mano delle guardie fornite dall'autorità giudaica, mentre secondo Giovanni vi partecipano anche i «soldati» romani (Gv 18,3.12). Matteo e Marco parlano di due udienze processuali del sinedrio, durante la notte e al mattino. Luca solo di una, al mattino. Giovanni non parla di un'udienza del sinedrio, ma solo di un interrogatorio notturno da parte di Anna (chiamato ancora «sommo sacerdote», anche se era in carica anni prima, tra il 6 e il 15 d.C.), suocero di Caifa, «sommo sacerdote in quell'anno» (Gv 11,51; 18,13.19-24; cf. Mt 26,57; 27,1; Mc 14,53.55; 15,1; Lc 22,66). L'obiezione secondo la quale le sedute del sinedrio di notte e alla vigilia delle grandi feste erano proibite dalla legislazione farisaica, codificata nella Mishnà, è superabile in quanto al tempo di Gesù era ancora in vigore la legislazione sadducea.

Della condanna a morte di Gesù è responsabile l'autorità giudaica: «Tutti i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo» secondo Mt 27,1; «i capi dei sacerdoti, con gli anziani, gli scribi e tutto il sinedrio» secondo Mc 15,1. Vi partecipa anche il popolo: «Tutto» secondo Mt 27,25, «i Giudei» in generale secondo Gv 18,31.38; 19,7.12.14. La generalizzazione, che dà un tono antigiudaico soprattutto a Matteo e a Giovanni, è spiegabile in base al conflitto tra giudaismo e cristianesimo,molto sviluppato al tempo in cui furono scritti questi vangeli. L'esecuzione della condanna invece dipende dal procuratore romano Ponzio Pilato, che però, soprattutto secondo Luca e Giovanni, dichiara l'innocenza di Gesù e tenta di lasciarlo libero (cf. Mc 15,9; Mt 27,17; Lc 23,4.14-16.20.22; Gv 18,38-39; 19,1.4.6.12). Così la crocifissione, che l'autorità giudaica non avrebbe potuto attuare – l'Antico Testamento la ignora, parla solo di impiccati o di malfattori appesi a un palo, dopo l'esecuzione, per essere esposti al ludibrio (cf. Dt 21,22-23; 1Sam 31,9-10; 2Sam 4,12; 21,6.9) – è ottenuta per mezzo del procuratore romano (cf. Gv 18,31-32; 19,6.15-16).

La condanna a morte di Gesù ha vari motivi, che i singoli evangelisti presentano con accenti diversi. Nel processo giudaico la causa è la «bestemmia», ovvero l'essersi proclamato Messia e Figlio di Dio (cf. Mc 14,61-64 e Mt 26,63-65; Lc 22,67-71; Gv 19,7); nel processo romano è la dignità regale (cf. Mc 15,2; Mt 27,11; Lc 23,3; Gv 18,33-37), indicata dalla scritta sulla croce, e schernita dai soldati con la corona di spine e la veste purpurea. Già prima del processo ufficiale l'autorità giudaica aveva preso la decisione di uccidere Gesù (cf. Mc 14,1; Mt 26,3-4; Lc 22,2; Gv 11,50.57); nel processo cerca solo la copertura di qualche «falsa testimonianza» (Mt 26,59-60) e forza la mano di Pilato con argomenti speciosi: accusa Gesù come sobillatore, preferendo paradossalmente un vero rivoltoso (cf. Lc 23,2.5.19; Gv 18,40) e affermando ipocritamente la sovranità dell'imperatore romano (cf. Gv 19,12.15). Ma il vero motivo è l'«invidia» (Mc 15,10; Mt 27,18) e un «odio gratuito» (Gv 15,25), che «incita» il popolo (Mc 15,11; cf. Mt 27,20), «insiste nell'accusa» (Lc 23,10), «grida» (specialmente in Gv 18,40; 19,6.15; vedi anche Mc 15,13-14; Mt 27,23; Lc 23,23) e «urla» chiedendo la condanna ad una morte infame: «Crocifiggilo! Crocifiggilo!» (Lc 23,21; Gv 19,6; cf. Mc 15,13-14; Mt 27,22-23).

Una famosa divergenza riguarda le parole di Gesù in croce. Nessun evangelista le riporta tutt'e sette. Una è citata da Mt 27,46 e Mc 15,34: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Tre da Luca: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno»; «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso»; «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (23,34.43.46). Tre da Giovanni: «Donna, ecco tuo figlio! [...] Ecco tua madre!»; «Ho sete»; «È compiuto!» (19,26. 27.28.30).


La cronologia

Un problema di particolare importanza è la data dell'ultima cena e della crocifissione. Gli studiosi convengono nel dire che Gesù è morto il venerdì sette aprile del 30 d.C., ma trovano inconciliabili alcune divergenze cronologiche tra i sinottici e Giovanni. Basta considerare i seguenti punti.

Partendo dall'unzione di Betania, per Mc 14,1 e Mt 26,2 «mancavano due giorni alla Pasqua e agli Azzimi», mentre per Gv 12,1 «sei giorni» e in Gv 13,1 la cena con la lavanda dei piedi e il discorso di addio ha luogo «prima della festa di Pasqua». Unendo a questo dato altri indizi che emergono dall'insieme dei racconti, sembra che la Pasqua cada in due date diverse, il mercoledì o il sabato (a cominciare rispettivamente dalla sera di martedì e di venerdì, ricordando che le giornate si computavano da un tramonto all'altro).

Per tutti Gesù è morto di venerdì. Mc 15,42 (cf. Lc 23,54) dice: «Era la Parasceve, cioè la vigilia del sabato»; analogamente Gv 19,14 (cf. vv. 31.42) afferma: «Era la Parasceve della Pasqua». Ma il venerdì è scandito diversamente. Per i sinottici Gesù è condannato «al mattino» (Mc 15,1; Mt 27,1), è crocifisso «alle nove» (l'ora è data solo da Mc 15,25), «da mezzogiorno alle tre del pomeriggio» le tenebre coprono la terra (Mc 15,33; Mt 27,45; Lc 23,44), «alle tre» Gesù spira (Mc 15,34.37; Mt 27,46.50; Lc 23,44.46) e «la sera» è deposto nel sepolcro (Mc 15,42; Mt 27,57). Per Giovanni invece Gesù è condotto da Pilato quando «era l'alba» (18,28); «verso mezzogiorno» è condannato alla morte di croce (19,14); verso sera, quando inizia il sabato – e «quel sabato era un giorno solenne» in quanto coincideva con la Pasqua – Gesù è posto nel sepolcro (Gv 19,31.42). La grande differenza è che per i sinottici Gesù è condannato al mattino, mentre per Giovanni a mezzogiorno, quando nel tempio si cominciava a uccidere gli agnelli pasquali: circostanza significativa, perchè indica che il crocifisso è «l'agnello di Dio» (Gv 1,36) e che, come all'agnello pasquale, «non gli sarà spezzato alcun osso» (Gv 19,36 cita Es 12,46).

Quale data ha quel venerdì? Per Giovanni è il quattordici Nisan (primo mese del calendario ebraico, a cavallo tra marzo e aprile; quell'anno sarebbe coinciso con il sette aprile del nostro calendario): infatti Gesù è deposto dalla croce prima che cominci la Pasqua, fissata dalla legge la sera del quattordici Nisan (cf. Es 12,18; Gv 18,28; 19,14.31). Per i sinottici invece è il quindici Nisan perché, a differenza di Giovanni, dicono esplicitamente che Gesù ha potuto «mangiare la Pasqua» prescritta per la sera del quattordici Nisan (Mc 14,12-16 e par.); le scene della passione si svolgono nella notte seguente e culminano nella morte in croce il venerdì quindici Nisan, prima che quella sera cominci la settimana pasquale ebraica. Tali divergenze tra Giovanni e i sinottici appaiono inconciliabili. Inoltre, non si vede come i sinottici possano affermare in modo contraddittorio che l'ultima cena di Gesù è pasquale e, d'altra parte, che la sua deposizione dalla croce avviene prima che cominci la Pasqua.

Alcuni tentano di risolvere queste difficoltà ricorrendo al fatto che al tempo di Gesù erano in vigore due calendari: quello solare, antico, conservato dagli Esseni di Qumran e dai loro circoli, in cui le feste avevano date fisse e la Pasqua cominciava sempre il martedì sera, e quello ufficiale, lunare, in cui la Pasqua cominciava il venerdì sera. Si è pensato che i sinottici seguissero il primo calendario e Giovanni il secondo. In tal caso Gesù avrebbe celebrato la cena pasquale il martedì sera, inizio della Pasqua del calendario esseno, e sarebbe morto il venerdì pomeriggio, vigilia della Pasqua del calendario ufficiale. La passione si svolgerebbe tra le due celebrazioni della Pasqua, nei tre giorni che vanno dal martedì sera al venerdì sera. Resta però il fatto che gli evangelisti concentrano nel giro di ventiquattro ore tutti gli avvenimenti che vanno dalla sera dell'ultima cena a quella della sepoltura.
 

da: Giorgio Giurisato, Morto e Risorto. Commento alle letture bibliche della settimana santa
Edizioni Messaggero Padova 2008, pg17-24
web site official: www.suoredimariabambina.org