TEMPO LITURGICO
   
 

Il tempo della "mistagogia"



Un altro importante aspetto del tempo di Pasqua che la tradizione patristica e liturgica ha fortemente sottolineato è quello della mistagogia. Il tempo di Pasqua è il tempo della mistagogia, cioè il tempo dell'"intelligenza dei misteri" che si sono celebrati nella notte di Pasqua. Nella Chiesa antica, e in alcuni casi anche oggi, la Vegli pasquale era il luogo proprio della celebrazione dei sacramenti dell'iniziazione cristiana (battesimo, cresima, eucaristia). Proprio perché i sacramenti sono "partecipazione" alla vittoria di Cristo, conformazione a lui, il "tempo" proprio della loro celebrazione non può che essere la Veglia di Pasqua. Ma dopo la celebrazione dei sacramenti nella Veglia pasquale, occorreva, e occorrerebbe anche oggi, un tempo di "intelligenza" di ciò che si è vissuto ... non certo un'intelligenza di ordine "razionale", ma un'intelligenza più profonda che fa parte integrante della celebrazione stessa del sacramento e che potremmo chiamare "interiorizzazione". Il sacramento celebrato nella Veglia di Pasqua, come ha avuto bisogno della Quaresima come "preparazione" nella "conversione", così ha bisogno di un altro tempo, quello della "mistagogia", per essere "fatto proprio", potremmo dire "assimilato". Sarebbe importante recuperare l'importanza del "celebrare nel tempo" anche per ciò che riguarda i sacramenti ...
Anche i sacramenti non sono "atti puntuali" e meccanici slegati dal tempo e dallo spazio, ma hanno bisogno di tempi e di spazi "appropriati". E il tempo nel quale i sacramenti possono "respirare" è proprio il Tempo pasquale nel quale si celebra la forza della risurrezione di cristo nella vita della Chiesa.

Oggi spesso il tempo di Pasqua è il tempo per la celebrazione della cresima e dell'eucaristia di "prima comunione" ... ma quanto è veramente valorizzata la collocazione della celebrazione di questi sacramenti nel tempo pasquale? Non si finisce a volte per "dimenticare" il tempo liturgico nel quale ci si trova, quasi come se esso fosse in qualche modo un "disturbo" e non lo "spazio ideale" per la celebrazione dei sacramenti?


 

Un roveto che arde e non si consuma


... Nella Quaresima, prima parte del ciclo pasquale, la seconda domenica è sempre dedicata al vangelo della trasfigurazione. E' come se ci fosse una specie di "annuncio del tema", o meglio un'"anticipazione" della meta, alla quale tutto questo ciclo liturgico (Quaresima, triduo pasquale, Tempo di Pasqua) intende condurci. Lì, sul monte della trasfigurazione, nella "carne" di Gesù si rivela la sua divinità, la sua identità più profonda.

La tradizione cristiana ha spesso associato la Trasfigurazione di Gesù al roveto ardente nel quale Dio si rivelò a Mosè sul Sinai. Chi si è recato al monastero di S. Caterina sul Sinai sa che la chiesa del monastero è proprio dedicata al mistero della trasfigurazione, di cui si riporta nell'abside un antico mosaico.

 
 

Al termine del ciclo pasquale questo mistero - il roveto ardente e la trasfigurazione - è immagine quanto mai indicata per descrivere ciò che la Chiesa vive nel tempo di Pasqua. Come quel fuoco nel quale Dio ha rivelato il suo nome a Mosè ardeva e non consumava, e come la divinità di Gesù nella trasfigurazione arde nel suo "volto" ma non consuma, così anche la vita nuova che il Risorto ha donato ai suoi discepoli nella Pasqua arde nella vita della Chiesa senza consumare ... e attende di "ardere" in ogni uomo e in ogni donna, perché ogni uomo e ogni donna possa diventare "luogo" nel quale il nome di Dio, la sua gloria, si rivela.



da: Matteo Ferrari, Fedeltà nel tempo. La spiritualità dell'anno liturgico
Edizioni EDB 2010, pg 51-53




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