TEMPO LITURGICO
   
 

Tempo di Quaresima - 2a domenica

Sul monte, una grande luce

Genesi 12,1-4; Salmo 32; 2Timoteo 1,8-10; Matteo 17,1-9

La trasfigurazione (in greco la parola con cui viene indicata è metamorfosis) è un evento ricco di molteplici svelamenti che avvengono sotto i nostri occhi, perché anche noi siamo presenti sul monte, rappresentati dai tre discepoli che Gesù ha portato con sé.

Anzitutto, la presenza di Mosè e di Elia stabilisce una stretta connessione tra la predicazione di Gesù e la parola che Dio aveva trasmesso nel corso della storia del suo popolo. Gesù si inserisce nel solco della Legge data a Mosè e della predicazione profetica evocata dalla presenza di elia. Tutto il passato prende senso e compimento in Gesù, venuto a promulgare la legge nuova e a pronunciare la più alta profezia sulla venuta del regno di Dio.

C'è un'altra connessione ancora più importante: è quella che si manifesta attraverso la parola del Padre. Qui, come era già avvenuto nel battesimo, i discepoli ascoltano la voce di Dio: "Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo".

  Queste parole, mentre rivelano l'intimo rapporto che intercorre tra Gesù e Dio, al tempo stesso danno di Dio un'immagine paterna e rassicurante anche per noi.

E' bello osservare che la nube luminosa di cui parla il racconto avvolge come una carezza divina non solo Gesù ma anche i discepoli. E non è da trascurare un particolare: Gesù invita i discepoli a non temere: "Alzatevi e non temete".

Il racconto svela infine un terzo nesso importante riguardante il mistero grande nascosto nella vicenda umana di Gesù. La luce che, rifulgendo come da una fonte segreta, fa splendere il volto e le vesti di Gesù è chiaramente il segno di un evento glorioso destinato a celebrare e a esaltare la sua missione.

Il presente qui viene messo in rapporto con il futuro o, se si vuole, il futuro deborda già sulla sponda oscura del presente con la luce della risurrezione. Il momento è talmente beatificante che i discepoli vorrebbero si prolungasse senza limiti di tempo. Quando Pietro parla dell'intenzione di costruire tre tende, non vuole dire altro che questo: "Rimaniamo qui: è troppo bello godere di questa esperienza che ci separa da tutto ciò che è opaco e pesante nella vita di tutti i giorni". E' una tentazione che conosciamo anche noi: quella di coltivare una fede che sia emotivamente gratificante perché tutta risolta in un'esperienza intimistica e sentimentale che può tradursi in una fuga dalla responsabilità.

Dopo aver sostato sulla montagna della trasfigurazione, bisogna invece saper rientrare nella dimensione orizzontale della vita, nella ferialità dei giorni contrassegnati dalle asprezze e dalle fatiche abituali. E' quello che fa capire Gesù trascinando i suoi discepoli, a quanto pare, piuttosto riluttanti verso la pianura.
 
Qui a volte non c'è alcuna traccia della luce che i nostri occhi hanno avuto la fortuna di contemplare o della bellezza che ha rallegrato i nostri cuori in qualche momento di grazia particolare. I discepoli, dopo quel momento privilegiato in cui furono inondati di luce, "sollevando gli occhi non videro più nessuno, se non Gesù solo".

I segni della gloria si sono dissolti: Gesù rimane solo con tutta la sua umana fragilità.

Anche il nostro cammino è spesso nel segno dell'oscura fatica come quello di Gesù sulla strada verso Gerusalemme o quello dei discepoli che qualche presentimento dovevano già avere del fallimento del loro maestro.

Eppure anche il cammino della ferialità non è privo di trasfigurazioni. Bisogna sempre coltivare il sospetto che da qualche parte la luce esiste anche si si cammina nell'oscurità, così come si sa che il sole risplende anche se il nostro cielo è coperto o velato, così come da bambini si sapeva, nell'attraversare il buio di una galleria che avremmo poi rivisto la luce.

Bisogna, in un certo senso, disoccultare la luce al di sotto della coltre di oscurità, quella luce che nelle tele di Rembrandt non ha nulla di squillante, ma emerge dalle ombre portando, se così si può dire, le stimmate della miseria e della fatica. I nostri occhi, gli occhi della fede, dovrebbero essere educati a vedere, in modo particolare, la bellezza della donazione e del servizio, anche quando i gesti dell'amore gratuito sono velati dalla durezza della fatica e del sacrificio.

Sotto il volto sfigurato di Gesù sulla croce splende il volto trasfigurato della risurrezione.
Qualcuno si è accorto: il centurione.

Tenere gli occhi fissi su Gesù, come i discepoli sul monte, come il centurione sotto la croce, permette di lasciarsi inondare dalla luce, da quella che splende ai nostri occhi in certi momenti privilegiati, quasi fossimo anche noi sul monte della trasfigurazione, e da quella che palpita anche sotto i gesti più prosaici, quando siamo intrisi dalla bellezza della bontà.
 

da: Luigi Pozzoli, L'acqua che io vi darò
Edizioni Paoline 2004, pg 59-62
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