TEMPO LITURGICO
   
 

IV domenica di Avvento

Con Giuseppe in prossimità del Natale

 

Isaia 7,10-14; Salmo 23; Romani 1,1-7; Matteo 1,18-24

Protagonista del racconto è Giuseppe.
E Giuseppe ci rappresenta di fronte al grande mistero del Natale che ci apprestiamo a celebre. Il suo turbamento è anche il nostro. E nostra dovrebbe essere la docilità interiore. Giuseppe si trova di fronte a qualcosa che sconvolge pensieri, immaginazione, progetti personali: perfino il suo modo di rapportarsi a Dio.

Chi era Dio per il buon israelita di cui Giuseppe era un'immagine esemplare?
Lo ricorda il salmo responsoriale quando parla di Dio come "re della gloria". Questo Dio a cui appartiene "la terra e quanto contiene, l'universo e i suoi abitanti" non può che essere immaginato in una lontananza inaccessibile, in una dimora separata dal mondo creato. E se si pensasse di poterlo in qualche modo incontrare, questo incontro non potrebbe avvenire che al termine di una faticosa salita perché anche il suo tempio sta in alto, sopra il monte santo.
Ce lo fa capire ancora il salmista quando dice: "Chi salirà il monte del Signore, chi starà nel suo tempio santo?".

Ben diversa è l'immagine di Dio che viene rivelata dall'angelo a Giuseppe. Dio non rimane più separato, nelle sue altezze inaccessibili. Ma si abbassa, discende, entra nella nostra condizione come l'Emmanuele, il Dio con noi. E questo movimento discendente si svolge nel modo più dimesso, come se Dio amasse in modo particolare la via della semplicità e dell'umiltà.

 
Dove è il Signore degli eserciti, il re della gloria di cui parla il salmista?

Dio sceglie di porre la sua dimora nel grembo di una vergine, in un paese da nulla, come Nazaret, in una casa povera e modesta, come era quella di Maria.

Questo comportamento di Dio doveva rappresentare per Giuseppe un grave turbamento teologico che si aggiungeva agli altri motivi, più personali, per cui stava vivendo in quei momenti un'esperienza particolarmente difficile da chiarire e da interpretare.

Questo turbamento teologico di Giuseppe potrebbe essere anche il nostro, se appena dovessimo riflettere su questa sconcertante prossimità di Dio che lega la sua presenza al nostro mondo effimero e perciò indegno della sua infinita grandezza. Può succedere, infatti, di muoversi in questa contraddizione. Da una parte, quando ci pare che Dio sia lontano e assente o comunque poco partecipe delle nostre difficoltà, siamo pronti a "stancare la pazienza del nostro Dio", come dice il profeta Isaia, chiedendo ripetutamente di rivelarsi come un Dio che vuole salvarci. Ma quando Dio si rivela a noi attraverso la presenza umano-divina di Gesù ci sembra di essere investiti da una luce troppo abbagliante e perciò insostenibile.

 


C'é chi si rifiuta di seguire Dio fino a questa soglia di abbassamento o quanto meno confessa di provare una sorta di profondo disagio nell'accettare la rivelazione di un Dio che si fa carne.

"Io amo Dio nel suo altissimo mistero" si è pronti a dire. Il Dio di Gesù, invece, è troppo umano e terrestre perché sia possibile una fede che si sottragga alla tentazione del rifiuto. Ma forse, dietro questa difficoltà di ordine teologico, si cela per noi un'altra difficoltà, ben più marcata anche se meno riconosciuta. E' la paura che questo Dio troppo umile ci voglia trascinare nel suo movimento discendente fino a incontrare anche le creature che noi non ameremmo incontrare.

Fin quando Dio abita il suo cielo, sappiamo come comportarci: lo possiamo raggiungere con le nostre preghiere, le nostre devozioni, i nostri atti di culto. Ma se Dio è in mezzo a noi come uno che sceglie la via della povertà e dell'umiltà, allora tutto cambia. Non è possibile credere nell'incarnazione senza essere dalla parte di coloro che Dio ha inteso privilegiare: i poveri, gli umili, i semplici, gli uomini delle beatitudini.

Questo è il lato veramente inquietante dell'incarnazione: Dio entra nella tua vita, come è entrato nella vita di Giuseppe, con una prresenza che può sovvertire i tuoi progetti immediati e le tue scelte personali.
Ma Giuseppe, che fino a questo momento è stato l'immagine rappresentativa del nostro turbamento di fronte al Natale, può essere visto ora come modello di docilità nell'accogliere il dispiegarsi misterioso del disegno di Dio nella sua vita e nella storia dell'umanità.

Si può pensare che sia stato favorito dalla presenza dell'angelo del Signore? Ma più che questo aspetto prodigioso (del resto l'angelo del Signore potrebbe indicare semplicemente la Parola del Signore), a spiegare il suo comportamento esemplare è la capacità di meditare in silenzio sulle promesse di Dio e sull'importanza di servire Dio senza porre condizioni, ma adorando sempre la sua volontà.
E forse ha potuto anche aprirsi allo stupore (sono i piccoli e i semplici che hanno le intuizioni più profonde) nel cogliere la meravigliosa novità di Dio che viene ad abitare dentro la nostra carne. Vuol dire prendere coscienza che la mia vita, la tua vita, la vita di ogni essere umano, in quanto abitata dalla presenza di Dio, ha un carattere sacro e intoccabile. C'è una dignità altissima che va rinosciuta a tutti, anche a coloro che noi giudicheremmo privi di ogni dignità.

Oramai Dio non lo si può adorare solo in cielo o nei suoi santuari, perché con l'incarnazione ha posto il suo vero tempio dentro la carne dell'uomo. Sia dato anche a noi, come a Giuseppe, di meditare in silenzio su questo nostro Dio che intride di amore l'esistenza di ciascuno rivelandoci la presenza di Gesù, il cui nome significa "Dio salva".



da: Luigi Pozzoli, L'acqua che io vi darò
Edizioni Paoline 2004, pg 21-24

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