TEMPO LITURGICO
   
 

II domenica di Avvento

Cammini di conversione

 

Isaia 11,1-10; Salmo 71; Romani 15,4-9; Matteo 3,1-12

C'è una parola su cui si regge tutto il discorso di Giovanni.
Basta un poco di attenzione per capire di quale parola si tratta. "Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!". Questo è l'inizio della sua predicazione. E subito dopo raccomanda: "Fate dunque frutti degni di conversione". E ancora: "Io vi battezzo con acqua per la conversione".
Giovanni non invita alla pratica religiosa tanto è vero che è molto severo verso i farisei e i sadducei che della pratica religiosa erano i rappresentanti più esemplari. Giovanni non chiede nemmeno di fare degli sforzi per diventare migliori. Ciò che invece afferma come esigenza fondamentale è la conversione, che è cambiamento radicale.
Dire conversione è come parlare di una condizione che, rispetto a quella di prima, è totalmente diversa: è un capovolgimento per cui si viene ad assumere come una nuova identità.

Da dove deve iniziare questo processo di rifondazione di tutta la propria struttura morale e spirituale?


Sarebbe un errore pensare che esso debba riguardare anzitutto gli aspetti comportamentali, cioè i lati più esteriori e più visibili della propria condotta. Per converstirsi non bisogna partire da ciò che sta all'esterno, ma da ciò che sta all'interno.

Ciò che conta è l'interiorità.
Del resto, il termine greco metanoia, da cui deriva la parola conversione, lo fa capire. Infatti, metanoia è formato con il sostantivo nous, che vuol dire mente. La conversione dovrebbe dunque riguardare anzitutto il modo di pensare per arrivare a non pensare più come si pensava prima. Se quelli che ascoltavano Giovanni avevano pensato fino a quel momento che il Messia sarebbe venuto a confortarli nelle loro certezze ("noi siamo figli di Abramo", dicevano con orgoglio i farisei), dovevano oramai cambiare mentalità ed essere pronti a lasciarsi provocare da una parola nuova, inedita e perciò sconcertante.
Anche noi siamo chiamati a una conversione che sia anzitutto un cambiamento radicale di mentalità. Le idee da cambiare sono tante: idee vecchie, coltivate per inerzia o per comodità, idee mai verificate e soprattutto mai seriamente confrontate con la sapienza che irradia il vangelo.

 
Che idea, per esempio, ci siamo fatti di Dio?
Possiamo dire che corrisponde all'immagine che di Dio ci ha dato Gesù Cristo oppure è frutto di una teologia sbagliata che potrebbe diventare perfino pericolosa?


In nome di Dio si può diventare fanatici, intolleranti, profeti di sventura. La storia lo dismostra ampiamente. In nome di Dio si è arrivati perfino a torturare, a fare guerre, a seminare morte.
E' importante, perciò, che la conversione riguardi prima di tutto l'immagine o il sentimento che noi abbiamo di Dio. A questo proposito bisognerebbe parlare di una conversione continua perché nessuno può avere la presunzione di essere arrivato alla comprensione ultima e definitiva.
Un maestro zen ha ammonito: "Se incontri il Budda, uccidilo". Voleva dire: "Se pensi di essere arrivato alla piena comprensione di Budda, distruggi questa comprensione, perché non è quella vera". Noi dobbiamo uccidere tutte quelle idee di Dio che non salvano il Dio di Gesù Cristo, il Dio delle parabole della misericordia, il Dio che ama i piccoli e gli umili, il Dio che ama perdonare e che chiama a perdonare.


La conversione dovrebbe poi investire le altre idee che possono essere radicate pericolosamente nella nostra vita. Tu puoi credere di essere superiore agli altri e quindi puoi pensare che gli altri ti debbano servire, oppure ritieni che in un mondo come il nostro si salva soltanto chi si affida al calcolo e all'astuzia, oppure ti preoccupi di coltivare la tua immagine perché sei convinto che ciò che conta è apparire: se vivi di queste idee, la conversione è una faccenda improrogabile.
 
 
Queste idee vanno rovesciate, demolite, cancellate perché nasca una nuova visione della realtà, a partire da quella realtà superiore che siamo soliti chiamare Dio. A questo cammino di conversione ci invitano anche le immagini che abbiamo trovato nel vangelo, come qualla del fuoco, dell'acqua, del deserto. Il fuoco e l'acqua svolgono un'azione di purificazione, ma al tempo stesso possiedono una forza vitale, il principio di una creazione nuova.
Per quanto riguarda il deserto, non bisogna dimenticare che, nella Bibbia, è il luogo dove Dio offre al suo popolo e ai suoi profeti meravigliosi appuntamenti di amore. Il deserto è dunque il luogo dove Dio parla e dove ciascuno lo può ascoltare.

Qual è la parola che risuona oggi per noi nel deserto?

"Il regno di Dio è vicino", ci dice oggi la parola del Signore attraverso la voce del Battista. Come se dicesse: "Il mio regno è vicino, cioè la mia presenza, che vuole essere luce per i tuoi passi, alla ricerca di un orizzonte di libertà e di speranza sconfinata".
Certo, non è facile ascoltare questa voce. Perché, se l'ascolti, incominci un'avventura esaltante ma anche inquietante. Hai finito di essere quello che sei sempre stato. Sei trasformato, o, per usare la parola del vangelo, sei convertito.

Vale la pena di lasciarsi sedurre da questa avventura?


La risposta ci può venire da un piccolo racconto presente nella tradizione popolare italiana. Una sera, una tartaruga decide di fare una piccola escursione addentrandosi nel buio della notte. Il rospo, che la vede, le dice: "Che imprudenza uscire a quest'ora". Non aveva torto. Infatti, la tartaruga, per aver fatto un passo più lungo dell'altro, si ritrova rovesciata. "Te l'avevo detto che era un'imprudenza", le dice il rospo. "E ora rischi di morire". E la tartaruga, con gli occhi pieni di una luce segreta, risponde: "Lo so bene. Ma per la prima volta vedo le stelle".

Affrontare la conversione è rischioso.
C'è il rischio di trovarsi come rovesciati. Ma l'unico modo per vedere, nella notte di Natale, una stella: quella stella che dà un senso pieno a tutto, sia al vivere che al morire.


da: Luigi Pozzoli, L'acqua che io vi darò
Edizioni Paoline 2004, pg 13-16
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