TEMPO LITURGICO
 


I domenica di Avvento

L'attesa che abita le cose


Isaia 2,1-5; Romani 13,11-14; Matteo 24,37-44

 

Ritorna in questa liturgia di Avvento l'invito a vegliare.
E' un invito motivato: sembra di capire che è facile, nella vita, cadere in una sorta di intorpidimento e di insipienza: il non accorgersi.

E' successo - dice Gesù - ai tempi di Noè, ai tempi del diluvio: non si accorsero della serietà dell'ora. Succederà - dice Gesù - allo stesso modo per la venuta del Figlio dell'uomo.
"Come fu ai giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell'uomo".
Dunque è una situazione che si ripete, si ripete anche ai nostri giorni: una situazione in cui stare in guardia.

Che cosa succedeva allora e che cosa succede oggi?


 
"Come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e marito, fino a quando Noè entrò nell'arca e non si accorsero di nulla, finché venne il diluvio e inghiottì tutti, così sarà anche alla venuta del Figlio dell'uomo".
E qui il Vangelo, se lo leggiamo attentamente, non condanna tanto il fatto che mangiavano e bevevano, perché mangiare e bere può essere cosa buona: "Sia che mangiate sia che beviate" dirà san Paolo "sia che facciate qualunque altra cosa, tutto fate per la gloria di Dio...". Così come prender moglie e marito può essere cosa buona, molto buona, perché è scritto nel libro della Genesi: non è bene - non è cosa buona - che l'uomo sia solo.

Che cosa viene condannato?

Non il bere, non il mangiare, non il prender marito o il prender moglie: questa è la vita. Viene condannato il "non accorgersi": "non si accorsero di nulla"; vivere la vita senza accorgersi, senza accorgersi della serietà del momento, vivere la vita senza capire che cosa è in gioco.

Il testo del vangelo di Matteo, come anche una certa tradizione giudaica, non si ferma a descrivere la generazione del diluvio come una generazione chissà come depravata: non sembra essere questa la colpa, la colpa è l'insipienza.



Racconta un midrash della letteratura rabbinica:
"Disse Rav Huna, in nome di Rabbi Jose: per cento venti anni il Santo, benedetto Egli sia, ammonì gli uomini della generazione del diluvio, nella speranza che si ravvedessero; ma poiché non ascoltavano disse a Noè: "Fatti un'arca di legno di cedro". Allora Noè si mise a piantare cedri. La gente gli domandava: cosa sono questi cedri? Ed egli rispondeva: il Santo, benedetto Egli sia, che sta per mandare un diluvio sulla terra, mi ha ordinato di preparare un'arca per salvarmi insieme alla mia famiglia. La gente rideva e si prendeva gioco delle sue parole. Intanto Noè coltivava e faceva crescere i cedri; la gente continuava a domandare: ma cosa fai? Egli rispondeva sempre allo stesso modo e la gente lo scherniva. Alla fine tagliò i cedri e ne fece delle assi, e la gente a domandare: cosa fai? Egli rispondeva sempre nello stesso e li ammoniva. Quando il Signore vide che, nonostante ciò, quella generazione non si ravvedeva, decise di mandare il diluvio. Gli uomini vedendosi perduti, cercarono di rovesciare l'arca, ma allora il Signore circondò l'arca di leoni".

E' bellissimo questo midrash perché suggerisce una prospettiva su cui raramente indugiamo. Noi siamo soliti pensare che la costruzione dell'arca fosse per la salvezza di Noè e della sua famiglia ed è anche vero. Ora quella lunga costruzione dell'arca - ci dice il midrash - era un segno per la salvezza di tutti.
Purtroppo gli uomini della generazione del diluvio vedevano, ma non capivano.
Vivevano - diremmo - come spesso succede a noi, senza sospetti, senza il sospetto che in quella coltivazione dei cedri, in quel segarli e farne assi ci fosse un avviso. La realtà era diventata piatta, piatta, muta. Ma non perché fosse tale - la realtà non è mai insignificante - ma perché erano incapaci di farla parlare.

Vivevano senza sospetti, chiusi nella materialità delle cose. Sospetto - voi lo sapete - è da "suspectare", che vuol dire guardare dal basso in alto.
A noi riesce meglio guardare dall'alto in basso, con presunzione.
Vivere sospettando invece, vivere guardando dal basso in alto, facendo parlare i volti, la casa, la strada, facendo parlare il cielo e la terra. E scorgere l'attesa.
E cogliere l'attesa che abita le cose.
E chiudo con una domanda, una domanda che mi è rimasta nel cuore leggendo il midrash del diluvio.
Se vedi uno costruire un'arca, in quella sua fatica leggi l'attesa di un futuro. Se vedono me, quello che faccio ogni giorno, gli uomini e le donne della mia generazione vedono l'attesa di un "oltre", l'attesa di un futuro?

 

da: Angelo Casati, Ricordare le sue parole
Edizioni Centro Ambrosiano 2002, pg 11-13
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