TEMPO LITURGICO
 



I domenica di Avvento

Di fronte al futuro


Isaia 2,1-5; Salmo 121; Romani 13,11-14; Matteo 24,37-44


"Mangiavano e bevevano, prendevano moglie e marito ... finché venne il diluvio e inghiottì tutti".
Ci si domanda: che cosa facevano di male?
Se è v
ero che il mangiare e il bere, il prendere moglie e marito rappresentano la cifra simbolica dell'esistenza, si deve concludere che quell'umanità pre-diluviana era impegnata a vivere.

C'è forse una colpa nel voler vivere?
Ammettiamo pure che si vivesse brillantemente: è forse un peccato cercare di vivere nel modo più confortevole?
Gesù Non rimprovera il fatto che ci fosse questo gusto di vivere, ma che questo modo esaurisse tutte le ragioni del vivere.
Qualche decennio fa uscì un libro di Marcuse che ebbe molta fortuna, il cui titolo rimase famoso: L'uomo a una dimensione. Potremmo servirci di questo titolo per definire la responsabilità di quei nostri lontani antenati: erano uomini a una sola dimensione.

Quale dimensione mancava?
Quella dell'attesa. Vivevano immersi totalmente nel presente, potevano anche pensare al futuro, ma come ripetizione del presente. Non avevano per nulla coscienza o presentimento di un futuro non prevedibile o calcolabile, ma totalmente nuovo perché inaugurato da un evento che avrebbe segnato un capovolgimento della storia dell'umanità.

 

Quello che abbiamo detto definisce in larga misura anche il nostro atteggiamento di fronte al futuro.
E' un futuro che, anche in questi momenti particolarmente turbati, abbiamo la presunzione di saper calcolare. L'uomo di scienza, capace di manipolare qualsiasi cosa, di condizionare perfino la nascita degli uomini determinandone i tratti umani, è considerato il grande conoscitore del futuro; il sociologo, in particolare, si ritiene capace di preannunciare gli eventi.

Nella vita privata ci cauteliamo di fronte al futuro con assicurazioni, pensioni, garanzie varie: potrà esserci qualche imprevisto, ma intanto cerchiamo di confidare nelle nostre previsioni. A questo modo anche noi rischiamo di essere uomini a una sola dimensione.

C'è infatti una cosa che forse non centra mai nel futuro da noi ipotizzato: non è presente come evento significativo e decisivo: il nostro incontro con il Signore.
Ci diciamo cristiani: ma chi di noi ci pensa? Non sappiamo quando questo incontro avverrà; ma è certo, dice il vangelo, che avverrà.
Per questo è importante vegliare. "Vegliate dunque perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà", ammonisce Gesù.

 

Cosa vuol dire vegliare?

Ce lo siamo chiesti già altre volte. Ma se già abbiamo tentato di dare qualche risposta, non è detto che possiamo ritenerci soddisfatti di quello che conosciamo.
E' un fatto che di fronte a questi grandi temi si procede per approssimazioni, a piccoli passi, sempre in cerca di una comprensione più grande.

 


Nel vangelo di oggi passa sotto i nostri occhi la figura di un vegliante: è Noè. Gli altri sono assorbiti dalle occupazioni abituali, lui sa cogliere i segni di un giudizio imminente e di una metamorfosi sostanziale di tutta la storia dell'umanità. Gli altri mangiavano e bevevano: anche lui mangiava e beveva, come tutti, ma intanto costruiva l'arca che l'avrebbe salvato.
Vegliare è dunque entrare nell'arca. L'arca ha un grande valore simbolico. L'arca è la fede che ti permette di attraversare tutti i pericoli che minacciano la tua storia personale e quella collettiva, senza cedere alla paura. Su quest'arca c'è già con noi il Cristo, il grande traghettatore. Egli ci attende al termine della traversata e ci accompagna in questa avventura che, dalla sponda presente, ci porta verso la sponda dell'eterno.
Vegliare dunque è avere occhi che sappiano vedere questa presenza nascosta che ci accompagna fino al momento in cui sarà pienamente svelata. L'ultimo giorno è già nascosto in tutti i nostri giorni. L'ultima venuta di Gesù è già anticipata attraverso tanti passaggi del Signore dentro la nostra vita. Il Signore viene a noi tutti i giorni, nelle forme più imprevedibili, soprattutto negli incontri con le persone che ci chiedono qualcosa o che ci fanno dono del loro sorriso.

Siamo dei veglianti se siamo capaci di vegliare su queste persone con la sollecitudine amorosa che hanno i genitori quando vegliano sul sonno delle creature che amano, per liberarle da qualche incubo nelle notti d'angoscia. A questo modo, quando arriverà quella specie di sonno angoscioso che sarà la nostra morte, non saremo soli e impreparati.
Sarà lui, il Signore, a liberarci da ogni paura e ad aprire i nostri occhi sull'alba di un nuovo giorno, colmo per noi di infinito stupore perché colmo di infinito amore.


da: Luigi Pozzoli, L'acqua che io vi darò
Edizioni Paoline 2004, pg 9-12

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