TEMPO LITURGICO
 



Commemorazione dei fedeli defunti

Che significato ha la morte agli occhi di Gesù?


... premettiamo a questo un altro quesito destinato a preparare una risposta esauriente: come è possibile, in genere, parlare della morte?

Ecco: la morte si può sentire come un'oscura inconcepibile fatalità che grava sull'esistenza, colmandola di malinconia, ma che deve essere sopportata; così, poniamo, come fu presso gli antichi... Oppure si vede nella morte il semplice fenomeno del disfacimento della vita, come fa la scienza. In tale accezione la morte appartiene, per necessità di natura, alla vita, tanto che si potrebbe difinire la vita come avviamento alla morte... Oppure ancora si concepisce la morte con esaltazione: come il grandioso, indicibile, dionisiaco aspetto in cui la vita tocca il vertice supremo... La si può anche sospingere ai confini del terreno su cui si muove la vita, al margine della coscienza, comportarsi quasi non fosse... O vi si può vedere il passo estremo, disperato o freddo, dal dedalo dell'esistenza...
Non appena accostiamo queste concezioni della morte alle parole di Gesù, appare evidente che egli la pensa in un modo totalmente diverso.

Anzitutto si nota che egli, in genere, parla pochissimo della morte. Questo è tanto più sintomatico in quanto la morte e il suo superamento stanno pur sempre al centro della coscienza cristiana: Per esempio, con quanta efficacia ne parlano Paolo e Giacomo! Gesù non vi si ferma che con gran parsimonia e, quando ne parla, non lo fa con nessuna insistenza particolare, come di una realtà che per l'appunto c'é - si veda la parabola del ricco epulone e del mendico Lazzaro; tutt'è due muoiono come è stabilito (L XVI 22).
Altrove egli tratta la morte in connessione con la cura che il Padre ha del mondo. Così nella parabola dell'uomo il quale, riposta la sua messe, crede di non aver più fastidi: "Insensato, questa notte ti si chiederà l'anima tua!" (L XII 20). E di nuovo allorché Gesù mette in guardia i discepoli di non temere coloro che uccidono il corpo, ma soltanto Colui che può, dopo la morte corporale, mandare in perdizione l'anima (Mt X 28).
Poi troviamo ancora il brano curioso, in cui uno viene e lo vuol seguire, ma prega gli sia concesso di andare prima a sepellire suo padre. Nella coscienza dell'Antico Testamento era questo uno dei doveri più sacri. Ma Gesù deve intravvedervi piuttosto una pietra d'inciampo, onde la brusca risposta che respinge la morte quasi con disprezzo: "Lascia che i morti seppelliscano i loro morti: tu seguimi!" (Mt VIII 22).

Ma il lato caratteristico è la singolare libertà con cui Gesù si comporta di fronte alla morte. Non la libertà dell'eroe che, votato a grandi imprese, vede la morte come l'altra pagina della gloria. Nemmanco la libertà del saggio, il quale, compreso ciò che passa e ciò che rimane, se ne tiene salvo. Qui è qualche cosa d'altro.
Gesù si sente libero dinanzi alla morte, interiormente, sostanzialmente - perché la morte non lo tocca. Nulla in lui è soggetto alla morte. Egli è immune fino in fondo.
Essendo così incondizionatamente vitale, egli guarda la morte con occhio di dominatore. Nello stesso tempo però le è misteriosamente soggetto, allo stesso modo in cui si sottomette alle conseguenze della colpa. Essenzialmente libero dalla morte, vi si è sottomesso di sua volontà. Egli è inviato per vincere la morte, in se stessa davanti a Dio.



  La libertà di Gesù dinanzi alla morte risalta in modo speciale nelle tre resurrezioni: quando restituisce il figlio alla vedova di Naim, richiamandolo nel modo più naturale, come di passaggio (L VII 11-17)...

Poi quando ridona a Giairo la sua bambina, con una così discreta delicata semplicità - "la fanciulla dorme soltanto" - , che egli sembra giocar con la morte e la tragicità inchinarsi davanti a lui, mentre il sonno calato sulle pupille innocenti cede alla lieve mano materna che lo risveglia (Mc V 22-42)...

E infine nell'avvenimento grandioso che Giovanni descrive al capo XI: la resurrezione di Lazzaro (1-45).
 


Lazzaro era amico di Gesù; fratello di Marta e Maria. Un giorno arriva l'annunzio: "Signore, colui che ami è infermo". Ma Gesù risponde: "Quella non è infermità da morire": rimane ancora due giorni dov'è, e lascia che Lazzaro muoia.
Poi si mette in cammino: "Lazzaro, - dice - il nostro amico, dorme, ma vado a svegliarlo". Ancora una volta il sonno si confonde con la morte. Non già in poesia: Gesù sta sopra ogni poesia. Sono parole d'autorità che egli pronuncia. I discepoli fraintendono: "Signore, se dorme, scamperà": è buon segno: Allora Gesù parla apertamente: "Lazzaro è morto, e di non essere stato presente sono lieto per voi affinché crediate, ma andiamo da lui". Un che di prodigio gli deve aver illuminato lo sguardo, se Tommaso, senza por tempo in mezzo, rivolge agli altri le parole enigmatiche: "Andiamo anche noi, e moriamo con lui!".
Frattanto giunge a Betania, Lazzaro riposa già nella tomba. Una eccitazione profonda si rivela in Gesù, sempre più forte. Marta ha sentore del suo arrivo, gli muove incontro e, salutandolo, con accento di dolce rimprovero: "Signore - dice - se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!". Risponde Gesù: "Tuo fratello risorgerà". Marta: "So che risorgerà per la resurrezione nell'ultimo giorno". Ma Gesù: "Io sono la resurrezione e la vita: chi crede in me, sebbene sia morto, vivrà. E ognuno che vive e crede in me, non morrà in eterno".
La parola scende dal cielo in terra: "Io sono la resurrezione e la vita". Cristo rivela se stesso e la morte. Non: "Io compio la ressurezione, io do la vita", ma: "Io sono la resurrezione e la vita". E precisamente io, nessun altro. Tutto dipende da ciò, che noi comprendiamo questo io sono. Ciò che Gesù è - se non ci fosse altro, non vi sarebbe la morte. Qualcosa si è compiuto in noi, che ha sconvolto quant'era in noi - simile a ciò che in Gesù è intangibile, anzi sostanziale e originale. Da quello sconvilgimento, la nostra morte. La nostra morte non è un seguito necessario della nostra vita, ma proviene dal nostro modo di essere viventi. Nel morire si afferma uno stato, nel quale il nostro essere viventi già versa, ma - come appare chiaramente in Cristo che è la misura dell'uomo - non dovrebbe versare. Cristo vive altrimenti da noi. Quello stato, cui consegue il morire, in lui non si avvera. E appunto per codesto suo modo di essere, appunto perché egli è pura vita e, ciononostante, tra noi, per amore di noi, donando se stesso a ciascuno di noi - si pensi all'Eucaristia - appunto per questo egli è per noi la vita. In quanto poi noi ci siamo assoggettati alla morte, egli è per noi la ressurezione. Chi è unito a lui nel vincolo della fede, possiede una vita che va oltre la morte e - come dirà in un'altra occasione - attinge, già fin d'ora, l'eternità: "In verità, in verità vi dico, chi ascolta la mia parola e crede in lui (il Padre), che mi ha mandato, ha la vita eterna e non incorre in giudizio, ma passa da morte a vita " (G V 24).
"Lo credi?" domanda Gesù. Marta non capisce che cosa vuol dire - e come potrebbe essere diversamente prima della Pentecoste? - ma il suo cuore ha fiducia: "Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio vivo che deve venire in questo mondo". Poi va a chiamare sua sorella: Maria viene e la gente crede che ella voglia andare al sepolcro. Vedendo Gesù, gli si getta ai piedi e lo saluta con le identiche parole di Marta. Gesù, ascoltato il suo lamento e il piangere della gente che l'accompagna, freme in spirito.
Ovunque impera la morte: la morte dell'amico, lo strazio dei congiunti, la sua propria fine imminente... Sembra aleggiare la morte stessa, e il Signore scendere in lotta con lei.



  Egli chiede: "Dove lo avete posto?". Lo conducono fuori. "Fremendo (nuovamente) in se stesso", giunge alla tomba e scoppia in lagrime - non lagrime di lutto impotente o di puro dolore, ma di atroce esperienza: gli sta di fronte la morte come destino del mondo, come potenza che egli è venuto a debellare. All'ordine di ribaltare la pietra, Marta fa cenno ai quattro giorni che sono già trascorsi, e Gesù: "Non ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?". Ora, ella crede, sì, ma non comprende. Gesù sta solo con ciò che egli è. L'unico sostanzialmente vivo tra gli uomini, votati tutti alla morte. Egli ha il mandato di sgominare l'oscura potenza, ma nessuno lo aiuta, foss'anche solo con il dono della comprensione.
 

Egli si rivolge al Padre, ringraziandolo per il prodigio che è sul punto di compiersi; poi esclama con voce possente: "Lazzaro, vieni fuori!". "Con voce possente" - perché? A Naim fu pur tanto semplice, e al capezzale della fanciulla bastò una parola delicata: perché mai qui gridare a voce alta e atteggiare a tanta solennità?

Ricordiamo l'altra ora, della quale pure si dice avere egli chiamato "con gran voce", "aver gridato", dopo l'ultima parola sulla croce, nell'imminenza della morte (L XXIII 46). Questi due appelli salgono dallo stesso cuore, dallo stesso mandato, e costituiscono un'identica azione, dove non è soltanto il miracolo di un risveglio, ma, dietro al velame del fatto concreto, negli abissi dello spirito, tutta una lotta. Abbiamo già udito una volta di tale combattimento che si scatena in profondità imperscrutabili, quando parlammo del nemico. Cristo vince la morte, espugnando colui che nella morte trionfa, Satana. Ecco il nemico della Redenzione! Ed ecco, contro di lui, Gesù!
Non lo vince con armi magiche; non in virtù di forza spirituale, ma perché è colui che è: inviolabile in modo assoluto. Tutta vitalità. No, la vita stessa, fondata sulla perfetta carità verso il Padre. Ecco la potenza di Gesù! Il grido era una manifestazione attiva di questa vita in un impeto d'amore che tutto regge.
 
M a ora ci dobbiamo chiedere come sia stato con la sua stessa morte. All'inizio del suo ministero Gesù non ha mai parlato di morte. Se il popolo si fosse aperto, la parola dei profeti sarebbe andata senz'altro in esecuzione: la redenzione si sarebbe compiuta per il magistero della predicazione e per la fede, e la storia avrebbe mutato il suo corso. Fin tanto che questa possibilità non fu esclusa, Gesù sembra non aver parlato della sua morte o, se mai, soltanto in maniera vaga, per qualche accenno. Ma poi i capi si ostinano, il popolo si ribella e Gesù - in quale ora più intensamente, ignoriamo - muove incontro alla morte per attuare in tal modo la redenzione.
Ora egli parla, e in termini chiari, del suo sacrificio. Decisamente ne parla nell'ora di Cesarea di Filippi, quando chiede ai discepoli: "Che dice la gente che sia il Figlio dell'uomo?" (Mt XVI 14). Dopo che Pietro ha risposto e Gesù l'ha esaltato, leggiamo: "Poi Gesù cominciò a indicare ai suoi discepoli come dovesse andare a Gerusalemme, ed ivi soffrire molto dagli anziani e scribi e gran sacerdoti, ed essere ucciso, e resuscitare il terzo giorno" (Mt XVI 21).
Marco aggiunge: "Parlava di questo apertamente" (VIII 32).
Poi ancora una seconda e una terza volta egli parla della sua morte imminente (Mt XVII 22, XX 18-19). Quanto fosse tremenda questa decisione; di quanto timore fosse compreso, malgrado la profondità del volere, tutto il suo essere davanti a questa tragedia inaudita, lo prova ciò che fa seguito al primo annunzio. Pietro lo tira in disparte e lo scongiura violentemente: "Non sia mai vero, o Signore: simile cosa non ti avverrà mai!". Egli però "si rivolta" e lo domina: "Va lontano da me, Satana: tu mi sei di scandalo, perché non senti quello che è di Dio, ma quello che è degli uomini" (Mt VI 22-23).
In questo periodo cadono le gravi parole della semente che rimane infruttuosa se, caduta in terra, non muore (G XII 24), e il grido dell'amore pronto alla morte: "Io devo essere battezzato con un battesimo, e come sono angustiato fin che ciò non sia adempiuto!" (L XII 50). A questo tempo appartiene pure la resurrezione di Lazzaro.
 


Ad ogni modo il quadro della sua morte è sempre unito a quello della resurrezione. Gli annunzi della passione associano la resurrezione alla morte come il terzo al primo giorno. Già qui appare chiaramente che la morte, alla quale va incontro Gesù, non è la nostra morte, la lacerante morte del peccato, ma una morte che egli, libero, accoglie dalla volontà del Padre. Lo dice espressamente: "Sono padrone di darla (la mia vita) e padrone di riprenderla " (G X 18).
Da padrone egli scende nella tomba, non per necessità. Così l'andata a Gerusalemme è parimenti segnata dall'evento arcano della Trasfigurazione, di cui parlano Matteo nel capitolo decimosettimo, Marco e Luca nel nono dei loro Vangeli, preludio di quel che avverrà nella Pasqua. La morte del Signore è vincolata fin da principio dalla Trasfigurazione, poiché egli muore non per debolezza, ma per pienezza di vita.



  Questo manifesta ancora nell'ultima notte, sul monte degli Olivi (L XXII 39-46). La tragicità del tramonto irrompe sopra di lui. Egli è angosciato fino a morire, ma accetta la volontà del Padre. La morte non lo sorprende dall'interno, come effetto di mortalità necessaria. Egli non ha ricevuto fin dalla nascita, come ognuno di noi, la ferita intima di cui la morte reale non è che l'ultimo gemito. Cristo è troppo profondamente invulnerabile: la morte non lo tocca se non per volontà del Padre, accolta dalla sua libertà personale. Ma con questo egli ha accolto la morte ancora più profondamente di noi. Noi la subiamo per forza; egli l'ha voluta per un sovrano trasporto di amore. Ecco perché per lui è così grave il morire.
 

E' stato detto che altri abbiano incontrato una morte più atroce, ma non è vero. Nessuno è morto come lui. La morte è tanto più tremenda quanto più forte, pura, delicata è la vita, che la morte sorprende. Che cosa sia propriamente vita, noi ignoriamo in modo assoluto. Egli invece era così pienamente e singolarmente vitale da poter dire: "Io sono la vita". Per questo ha gustati la morte fino alla feccia - così però anche l'ha vinta.
Dopo Cristo la morte è diversa da prima. E credere - come ha detto egli stesso: "Chi crede in me, sebbene sia morto, vivrà" - significa prendervi parte. Chi crede è nella vera eterna vita.


La spiegazione piena di ciò che vi si passa, la intelligenza di ciò che significa morte, l'appropriazione di ciò che avvenne per Cristo, la troviamo in Paolo.
Nel quinto capitolo della lettera ai Romani egli dice chiaramente: Per un sol uomo, Adamo, il peccato entrò nel mondo; per il peccato, la morte. La morte non entra nel costitutivo dell'uomo (12-21). L'affermarlo è pagano. Il peccato arreca morte, separando l'uomo da Dio. L'uomo aveva la sua propria vita nel "consorzio della natura divina" (II P I 4); il peccato disciolse questo consorzio. Era la prima morte. Per quella fummo noi tutti assoggettati alla morte. Ma Cristo non sta solo in comunione con la natura divina, bensì è unito ad essa. Egli stesso è la vita, e in questa sono vinti peccato e morte.
 

da: Romano Guardini, Il Signore,
Edizioni Vita e Pensiero Milano, 1964 (V° edizione), pg. 168-174




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