TEMPO LITURGICO
 
 



Dio non guarda l'orologio


Vieni e vedrai

A New York lo chiamano Bronx, a Londra Brixton, a Palermo Zen, a Torino è Porta Palazzo - il Balòn - il quartieri simbolo del disagio cittadino.
Un tempo era in mano alla "mala" locale, ora è in mano agli extracomunitari. Per i torinesi il peggio capita tra queste vie, nelle case fatiscenti sovraffollate. Era già così al tempo dei grandi santi dell'800. Non a caso qui c'è sempre stato "lavoro" per persone come Cottolengo, Don Bosco, Cafasso ...
In questo luogo, sulle rive della Dora, ha trovato spazio anche l'Arsenale Militare. Quartiere nel quartiere, quasi nascosto alla vista, si erge un complesso di edifici massicci, una pagina di storia dell'industria torinese: qui, a metà del secolo scorso, la fabbrica di polvere da sparo fu trasformata in Arsenale per la costruzione di artiglieria. Migliaia di operai hanno costruito elmi e cannoni, proiettili e pistole, basti e fondine. Alcuni di questi edifici sono diventati l'Arsenale della Pace. Il primo edificio ristrutturato, la Casa della Speranza, ne è il simbolo con i suoi grandi archi e il tetto a capriate.
Se vieni di sabato, non spaventarti: ci troverai assediati da ambulanti di ogni razza e nazionalità con le loro mercanzie stese ovunque. E' il mercato delle pulci e noi abitiamo lì.
Suona il campanello del portone principale e sarai accolto nel grande cortile. In origine era lungo e tetro, poi una bomba lanciata da un aereo durante l'ultima guerra ha sventrato la parte centrale del tetto e lasciato entrare questo insperato fascio di luce. Lì, in cortile abbiamo costruito una fontana circondata da un giardino.
La rampa di scale accanto alla fontana porta alla chiesa, che non ti aspetti di trovare in quello spazio: è il centro della casa, da cui parte tutto. Un angelo ti accoglie all'ingresso: arriva dal Brasile, delicatezza di dom Luciano Mendes a ricordo del mandato del Papa a Salvador de Bahia: essere l'amico fedele di tutti i bambini del mondo.
Un Cristo deposto su un tavolaccio ti invita alla compassione e al silenzio. Poi ti accoglie la Madonna dell'Arsenale. Sul muro una preghiera scritta dalla mano di un uomo che ha terrorizzato l'Italia, tanto da essere chiamato la Belva; ora - come tanti in questa casa - ha trovato la pace.
Una cappa da forgia del vecchio Arsenale è diventata un punto di meditazione: illumina una bomba cinese raccolta in Somalia, frecce avvelenate degli Yanomani, un machete che ha ucciso in Rwanda, frammenti di vetro di un pulman distrutto da una bomba sulla strada per Bagdad, ricordi della sciagurata guerra del Golfo. E al centro una pietra del Golgota. Sotto la cappa c'è una grande marmitta su cui sono incise due parole: Avevo fame ... La luce filtra dalle vetrate di fra' Costantino Ruggeri.
Un vecchio forno dell'Arsenale racchiude l'Eucaristia. La croce fatta di traverse ferroviarie mozza il fiato: è la croce dei dolori del mondo. Davanti a questo simbolo solo il silenzio ha senso. Il grande altare di legno massiccio, apparentemente sproporzionato rispetto alle dimensioni della chiesa, ricorda il cenacolo circondato da panche di legno. Dalla sacrestia parte un corridoio che conduce alle cellette dove puoi ritirarti a pregare.
Torniamo in cortile, la nostra piazza ... Vi si affacciano tante finestre a lunetta. Ciascuna di esse corrisponde alla stanza di una donna che ha scelto di dedicare agli altri la propria vita o di una donna che ha deciso di mutare il proprio passato. Le porte del piano terra si aprono invece sullo spazio riservato al centro medico, dove tanti dottori volontari si alternano per curare chi è privo di assistenza sanitaria e dove si radunano i gruppi di auto-aiuto (alcolisti, narcotici) alla ricerca di una nuova vita. In fondo a sinistra c'è il salone della pace. Il pavimento è fatto di migliaia di cubetti di rovere, recuperati dai pavimenti delle officine dell'antico Arsenale, ripuliti a uno a uno da monache di clausura, carcerati, bambini, giovani di mezzo mondo, e ora rimessi sul vecchio pavimento spoglio a mo' di mosaico. Vogliono dimostrare che l'impossibile non esiste. Il dono più prezioso che facciamo agli ospiti è un cubetto.
Il giardino giapponese, l'accademmia musicale, l'accoglienza notturna e tutto il resto lo vedrai quando verrai a trovarci. Ma quando verrai, prima di iniziare la visita, ti porteremo nella parte ancora vecchia e cadente, per mostrarti come abbiamo trovato l'Arsenale il 2 agosto 1983.

 


Entrare senza bussare

Appena entrati nell'Arsenale della Pace, a sinistra trovi l'ufficio addetto all'accoglienza. E' qui che approda il viandante con i suoi dubbi e i suoi problemi, da qui viene poi indirizzato alle sale attigue dove incontrerà uno dei membri della comunità. Passando dall'accoglienza agli uffici, troverai una porta con sopra ujn cartello: "Entrare senza bussare". Quella è la porta della mia stanza.
Se vuoi conoscermi, entra. Se il disordine non ti spaventa ti accorgerai che con me abita la pace. Se vuoi parlarmi, non far caso al telefono che a volte squilla: niente e nessuno può interrompere il nostro dialogo. Vicino a me c'è la Bibbia: è dalla Parola che escono le mie parole, i miei pensieri.
Vedrai pietre sparse un po' dappertutto: le raccolgo ovunque vada perché mi ricordano la creazione. In fondo c'è la mia sedia e lì vicino un bastone e uno zaino, a indicare che sono sempre pronto a partire per qualsiasi incontro, per qualsiasi missione, per qualsiasi carità da portare, vicino o lontano. Fra libri, ricordi di viaggi, doni di amici, vedrai diverse statuette della Madonna provenienti dall'Oriente, dall'Africa, dal Sud America: esse testimoniano il mio amore per Lei
Accanto alla scrivania c'è un mobiletto pieno di vecchie foto dell'Arsenale, libretti di lavoro di operai passati di qua, le molle, alambicchi, fondine ... tutti questi oggetti raccolti negli anni, ti parleranno della vita vissuta in questi spazi. Se alzerai gli occhi vedrai sulla parete la foto di tanti amici che mi hanno preceduto nella casa del Padre: le tengo in vista in segno di riconoscenza.
Nella stanza accanto alla mia, vive e lavora Rosanna, l'anima buona del Sermig, uno dei miei angeli custodi.

 




 

Tre regali anonimi

I desideri, se partono dal cuore, possono avverarsi. Questa è la storia di un milione di lire infilati in una tasca, che dovevano servire per qualcosa di importante.
Tutti gli indumenti che la gente ci consegna per i poveri vengono ogni giorno selezionati da giovani e da volontari che hanno indicazioni di non lasciare nulla nelle tasche. Ma quel milione sfuggito al controllo, evidentemente aveva un appuntamento con la Provvidenza.
Un carico di indumenti selezionati e imballati è partito su un TIR per la Romania. Un amico li ha personalmente distribuiti alle famiglie più bisognose. Giorni dopo ha ricevuto la visita di un uomo non più giovane che lo ringrazia: "La Provvidenza ha bussato a casa mia. Nella tasca dei pantaloni c'era un milione: senza quel dono a quest'ora mia moglie sarebbe morta. Aveva bisogno di un'operazione ma senza quei soldi non avrei mai potuto pagare l'ospedale".
Il 22 ottobre del '92 è stata spedita dall'ufficio postale di Caraglio, in provincia di Cuneo, una busta indirizzata alla "comunità Sermig - Arsenale della Pace". L'affrancatura era normale, la lettera non era sigillata, come fosse una stampa.
Quel giorno, per caso, la posta è arrivata sul mio tavolo. Ho aperto la busta: era piena di banconote, senza alcun biglietto di accompagnamento.
Non abbiamo mai saputo chi ringraziare. Succede spesso.
Il 13 dicembre del '91 ho ricevuto la lettera di una donna che si firma semplicemente Regina.
Caro Ernesto Olivero,
Le unisco ricevuta di un versamento fatto al Sermig per aiutare bambini. E' denaro per me molto importante perché di mio padre, che è stato sempre poverissimo. Ha iniziato a lavorare nel 1917 come aiutante muratore a Torino, a soli 11 anni, con il secchio della calce su e giù per le scale, con pochi indumenti addosso, in quell'inverno tristissimo di miseria e di morte. Era molto più povero dei poveri di oggi. Ha sempre lavorato cambiando mille mestieri, adattandosi a ogni situazione, fatica e umiliazione. Si chiamava Armando. E' morto di fatiche, con un fisico logorato, a soli 59 anni. I suoi risparmi, 30 anni dopo, sono quelli che le ho mandato. E se incontrerà un bambino che risponda al nome di Armando lo accarezzi per me e per lui. Grazie.

In questi anni sono state "spesi" milioni e milioni di ore di volontariato: dirigenti che passano la notte in dormitorio, primari che visitano gratuitamente gente indigente, giornalisti, che fanno semplicemente i correttori di bozze, tanti gesti di solidarietà da tutta Italia; ragazzi e ragazze che hanno lasciato lavoro e sicurezze per vivere l'avventura dell'incontro con Dio e della solidarietà.
Decine di miliardi ci hanno permesso di dare il "pesce" o la "canna" all'affamato, al carcerato, allo straniero, all'ammalato: chi siamo noi?
Io non so chi siamo veramente. So però che non tradiamo questi gesti. Se non siamo ciò che la gente si aspetta, so però che lo diventeremo per amore verso i tanti che ci amano.

 
24-5-64: inizia l'avventura

Quando
penso alla mia vita, ho l'impressione che fosse stata scritta. Sono nato a Pandola, in provincia di Salerno, mio padre era un piemontese di Boves e mia madre una meridionale di Avellino. A sette anni facevo già le cose che faccio adesso, naturalmente proporzionate all'età di un bambino. Per me era istintivo essere disponibile, far giocare gli altri bambini e trasformare la piazza del mio paese in un luogo educativo. A mano a mano che gli anni passavano accettavo tutti gli impegni che mi venivano offerti.
A dodici anni, da poco trasferito a Chieri, mi fu proposto di entrare nella Lega Missionaria studenti e io accettai con entusiamo. Poco dopo, un amico mi convinse a diventare scout, poi ho ripreso a fare il catechista, come già facevo da quando avevo nove anni. A quindici anni incominciai a organizzare le Giornate Missionarie Mondiali: prima a Chieri, poi nel chierese, quindi a Torino e in giro per l'Italia. Proponevo, con i miei amici, un metodo "nuovo" di sensibilizzazione sui problemi del Terzo Mondo. Quest'attività è durata una decina d'anni.
A vent'anni, grazie alle Giornate Missionarie, conobbi Maria, che poi divenne mia moglie. A lei si deve la fondazione del Sermig. Pochi mesi prima che ci sposassimo, mi disse: "Ernesto, fai parte di una decina di gruppi, lavori in banca. Come è possibile tirar su una famiglia? Scegline uno solo, poi verrò anch'io".
Tutti i gruppi di cui facevo parte, anche quelli che non ho elencato, erano parte della mia vita. Tutti mi avevano permesso di conoscere i drammi dei più poveri; mi era quindi difficile sceglierne uno solo. E così, nel dubbio, decisi di fondarne uno nuovo. A dire il vero non sapevo che cosa volesse dire fondare un gruppo. Ma partendo da un'idea per me di grande chiarezza (combattere, se non sconfiggere, la fame nel mondo) esposi a monsignor Rolla, direttore dell'Ufficio Missionario Diocesano, il mio desiderio. Lui approvò e io potei lanciare il mio appello. Risposero Maria Elisa, Lidia, Gabriella, Guido, Luisella e Marisa.
Il 24 maggio 1964 ci demmo un nome: Servizio Missionario Giovani. E iniziò l'avventura.
 
da: Ernesto Olivero, Dio non guarda l'orologio,
Edizioni Mondadori 2004 (XVI° edizione), pg. 27-32

Visita il sito: http://www.sermig.org
 
web site official: www.suoredimariabambina.org