TEMPO LITURGICO
 
 



Vivere nella Chiesa



Benedetto il Signore nostro Dio

Molte nostre celebrazioni liturgiche iniziano con l'esclamazione: "Benedetto il Signore nostro Dio", una frase cui siamo talmente abituati che non le prestiamo più la minima attenzione. Eppure è tutt'altro che priva di importanza per la nostra vita di cristiani: noi benediciamo il Signore, lo benediciamo per la sua signoria e il suo regno, lo benediciamo ora e per sempre. Questo crea un rapporto straordinario tra Dio e noi, a condizione che ci rendiamo conto di quello che stiamo facendo. Pronunciamo queste parole di benedizione all'inizio della preghiera eucaristica o della liturgia delle ore, e lo facciamo con fede e speranza, presentando a Dio le nostre vite: allora queste parole sgorgano quasi spontaneamente dalle nostre labbra e non saremmo capaci di farne a meno. Ma ci sono occasioni in cui pronunciare questa benedizione richiede da parte nostra una piena consapevolezza, una profonda fede e un'adesione radicale di tutto il nostro essere: se allora ci dimentichiamo del significato profondo che contiene, non facciamo altro che ripetere meccanicamente una formula. Penso per esempio a quando diciamo "Benedetto il Signore nostro Dio" all'inizio di un servizio funebre, affranti dal dolore e angosciati di fronte alla morte di qualcuno che per noi significava più delle nostre stesse vite. Pronunciamo queste parole di fronte al nostro stesso dolore, le pronunciamo - il che è forse ancora più audace - di fronte al dolore lancinante di altre persone. Eppure, come cristiani, non possiamo incontrare Dio faccia a faccia senza prima fermarci davanti a lui e proclamare che egli resta per noi il Benedetto; non possiamo accostarci a lui restando perplessi o muovendogli rimproveri, non è questo il modo di metterci alla sua presenza. In realtà gli presentiamo ugualmente le nostre perplessità perché la divisione che abita il nostro cuore e la nostra mente fatica a cedere il passo alla serenità profonda che nasce dalla fede salda, ma le parole di benedizione devono essere pronunciate con profonda convinzione.

Di fronte all'angoscia, alla paura e al dolore, come di fronte a una gioia travolgente che può distorglierci da Dio, di fronte all'intera nostra vita e a ogni singolo evento, queste sono le parole che caratterizzano il nostro rapporto con Dio. Sono parole di abbandono fiducioso, ma la loro radice, il loro sostegno, ciò che conferisce loro il significato e le rende parole di verità e non di menzogna deve essere la disponibilità a riconoscere che tutta la nostra vita, compresi gli eventi apparentemente marginali, è in rapporto con la sapienza e la misericordia di Dio: sia che Dio abbia voluto questi eventi per il nostro bene, sia che ci abbia chiamato - in quanto suo popolo - a immergerci in situazioni dolorose per esssere la sua presenza e la sua azione nelle tribolazioni.


 

Possiamo pronunciare la frase "Bendetto il Signore nostro Dio" di fronte a quanto accade nel mondo e nelle nostre vita solo se siamo disposti a credere in Dio, a credere che per quanto intenso sia il dolore, per quanto cupa la notte, per quanto disparata l'angoscia, Dio è sempre accanto a noi nella notte, nell'oscurità, pronto a condividere la nostra angoscia e a consolarci nella paura e nella disperazione.

Ricordiamoci l'episodio dei tre giovani gettati nella fornace ardente: quando il re Nabucodosonor vide che il fuoco li aveva risparmiati esclamò: "Non abbiamo noi gettato tre uomini legati in mezzo al fuoco? (...) Ecco, io vedo quattro uomini sciolti, i quali camminano in mezzo al fuoco senza subire alcun danno; anzi il quarto è simile, nell'aspetto a un figlio di Dio" (Dn 3,91-92). E' impossibile affrontare le tragedie della vita - nostra o di altri - se non ci rendiamo conto che il "quarto uomo" è il Figlio di Dio, che Dio non se ne sta fuori dalle situazioni per osservarle distaccato, ma che, al contrario, è in mezzo alle situazioni per condividerle e non si allontana mai da noi. C'è un episodio nella vita di Antonio il Grande in cui questi - dopo aver affrontato una delle tentazioni più grandi ed esserne uscito vittorioso ma stremato nel corpo e nello spirito - scorge davanti a sé il Signore e così gli si rivolge, come per rimproverarlo: "Dov'eri, o Signore, durante la mia lotta?". E il Signore gli risponde: "Ero accanto a te, pronto ad aiutarti se tu ne avessi avuto bisogno". Il Signore è sempre accanto a noi, anche se non sempre interviene; è sempre presente e vigilante, anche se lascia a noi il compito di sconfiggere l'avversario con la nostra fede: la forza è la sua, l'ispirazione è la sua, il sangue deve essere il nostro. Come afferma un altro padre del deserto: "Dona il tuo sangue e riceverai lo Spirito".

 


Con sympatheia e macrothymia

Questa è l'essenza stessa della presenza della chiesa nel mondo: siamo manadati nel mondo come Cristo è stato mandato dal Padre, il nostro posto è quello che occuperebbe Cristo se fosse ancora presente nella carne perché in realtà egli è ancora presente nella carne, attraverso la sua chiesa. Questo è vero non solo per le situazioni tristi, ma anche per quelle gioiose: dobbiamo imparare a rallegrarci con quanti sono nella gioia con la stessa intensità, con lo stesso altruismo, la stessa dedizione con le quali a volte riusciamo a piangere con chi piange. Siamo chiamati a una piena e profonda sympatheia, alla com-passione, alla capacità di condividere la situazione degli altri e di farlo in modo responsabile e attivo in virtù della consapevolezza maggiore che ci viene dalla nostra fede in colui che ha condiviso pienamente la nostra condizione umana. La nostra visione della realtà è più vasta perché Dio ci ha rivelato molte cose riguardanti il mondo e la vita: Dio vuole da noi la macrothymia, la capacità di "vedere in grande", di "pensare in grande", andando al di là dei singoli evanti per giungere alla visione che Dio stesso ha sulle cose e sul mondo.

Nei primi decenni del cristiasnesimo, quando era formata da uno sparuto gruppo di uomini e di donne privi di qualsiasi potere, la chiesa aveva una visione talmente ampia della realtà che abbracciava il cosmo intero, la terra e i cieli: l'impero romano era piccola cosa paragonato alla macrothymia della chiesa, l'insieme di tutti regni pagani era piccola cosa a confronto dell'universalità del regno di Dio. I cristiani erano pochi di numero, non avevano aiuti,vivevano nella diaspora eppure avevano nella mente e nel cuore il mondo intero: piccoli e disprezzati erano più grandi di qualsiasi impero.

Oggi i cristiani sono numerosi, spesso anche ricchi e potenti, ma la loro visione si è ristretta progressivamente e il cristianesimo mel suo insieme sembra essere diventato una piccola parte di una realtà più grande che è la città degli uomini. Come mai? Accettiamo tranquillamente di non essere altro che una particella di una società, una delle tante società, un frammento della città degli uoimini? Se siamo disposti a questo significa che abbiamo già rinunciato alla nostra vocazione, che diamo già per scontato che è la città degli uomini a dare la giusta misura della vita umana, che abbiamo già dimenticato che la nostra cittadinanza è nei cieli e che il nostro re è "il Re dei re e il Signore dei signori" (Ap 19.16); significa che abbiamo dimenticato che siamo nel contempo pellegrini e coloni sulla terra: pellegrini nel senso che, per quanto ci possa essere cara la terra, per quanto siano importanti le sue vicende, la sua storia, la sua bellezza, noi non cessiamo di considerarla come una parte di un'entità ben più vasta alla quale apparteniamo; pellegrini perché non possiamo insediarci in nessun posto in modo definitivo, come se ne facessimo parte incondizionatamente: noi siamo cittadini di una patria che è altrove. E siamo una colonia del cielo nel senso che siamo persone inviate da Dio nel mondo in cui viviamo per testimoniare che esiste un altro mondo o, meglio, che il mondo nel quale viviamo ha una dimensione di immensità, di eternità che solo in Dio può essere scoperta e conosciuta.

Il mondo senza Dio è bidimensionale, è un mondo piatto, racchiuso nel tempo e nello spazio. Dio gli conferisce profondità, e noi siamo chiamati a essere una presenza di profondità, una testimonianza di immensità e di eternità. Ma lo siamo veramente? Oppure siamo anche noi prigionieri del tempo e dello spazio, aggrappati a una tenue speranza che un giorno qualcosa cambierà? Stiamo trascinando la nostra vita con la speranza che ci sia nell'aldilà una vita migliore, oppure siamo già ora posseduti da questa vita divina? Se la vita di Dio non è vivibile già ora, se l'eternità non è accessibile fin da adesso, se non possiamo vivere già qui di quello che costituisce la vita eterna, allora nonc'è ragione di credere che la nostra morte fisica ci aprirà le porte della vita eterna. Se non inizia già qui, non c'è vita futura: la morte in sé non può aprirci alla vita, dobbiamo essere vivi per poter essere rivestiti di eternità.

 


La fede è conoscenza ed esperienza del Dio vivente
Se non siamo più sufficientemente coscienti di queste verità non è forse anche perché pensiamo che la fede consista nell'accettare ingenuamente determinati dogmi, senza un'esperienza di vita che ci obblighi a riconoscere che Dio, la vita eterna, la profondità dello Spirito esistono?
Non è forse perché la credulità ha preso il posto della fede autentica, cioè di una convinzione personale riguardo alle verità credute? Non è forse anche perché siamo convinti di essere il popolo di Dio per il semplice fatto che crediamo alcuni dogmi, impariamo un catechismo e cerchiamo di vivere secondo i comandamenti? Così facendo dimentichiamo che ciò che ha reso Israele il popolo di Dio non sono stati innanzitutto dei dogmi: all'inizio del rapporto tra Dio e il suo popolo infatti non esistevano verità scritte cui fare riferimento; esisteva una conoscenza esperenziale dell'esistenza di Dio acquisita progressivamente sia a livello personale che comunitario. Il popolo di Dio era innanzitutto un'assemblea di persone che potevano fare riferimento unicamente a un intervento del Signore nelle loro vite e all'esperienza che ne avevano avuto; erano cioè una comunità di uomini e di donne che avavno conosciuto Dio al punto di poterne parlare per esperienza personale. Se la chiesa dimentica questa qualità fondante il suo essere popolo di Dio, se dimentica che il proprio fondamento è la comunione che le è offerta da Dio, allora finisce per diventare come la moglie di Lot: una statua di sale, di sale genuino sì, ma inanimato.

Noi cristiani del ventesimo secolo possediamo una conoscenza e un'esperienza di Dio che si è venuta accumulando in due millenni di storia e che è quindi enormemente più vasta di quella che un singolo individuo può avere. Ma ciascuno di noi ha anche una conoscenza personale: è stato chiamato per nome e ha risposto; magari ha potuto solo toccare le frange del mantello di Gesù, ma ha avuto un contatto con lui. Come mai allora Dio rimane così ai margini delle nostre vite? Com'è possibile che la scoperta da noi fatta dell'esistenza del Dio vivente non si trasformi in un appassionato desiderio di metterlo al centro di ogni cosa che lui ha chiamato all'esistenza? Come facciamo a vivere tranquillamemnte lasciando che Dio entri nelle nostre vite solo di tanto in tanto? E se abbiamo veramente scoperto Dio, il Dio della vita, come possiamo fare a meno di condividere con gli altri una scoperta che può trasformare non solo le nostre vite, ma la visione stessa della vita, tutte le nostre relazioni, tutto il nostro rapporto con gli altri uomini e con l'intera creazione?

E' tragico per noi cristinai constatare come uno scienziato arrivi a dedicare la vita intera allo sutdio, come sia disposto a rovinare persino la propria salute e i propri affetti in nome della ricerca di una verità, di qualcosa che può avere valore per lui e per altre persone, mentre noi credenti, che abbiamo scoperto la porta che conduce all'abbondanza e alla pienezza della vita, non ci preoccupiamo nemmeno di parlarne, ma ci mettiamo la chiave in tasca e diciamo: "Quando avrò un po' di tempo, entrerò". E come se questo non fosse abbastanza grave, quando incontriamo qualcuno affamato di questa vita piena, ci limitiamo a dargli qualche vaga indicazione sulla strada da percorrere, mentre abbiamo in mano la chiave della porta di ingresso.

La chiesa allora non può fermarsi a contemplare narcisisticamente la propria immagine, ma è chiamata a "rendere conto della speranza" che è in lei: il suo Signore, che è anche il Signore dell'universo intero, le chiederà conto dei doni infiniti che le ha affidato e la giudicherà sulla sua capacità di diffondere intorno a sé l'amore, la misericordia di Dio che è vita piena per ogni creatura.

 

  da: Anthony Bloom, Vivere nella chiesa,
Edizioni Qiqajon 1990, pg. 7-16
 
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