TEMPO LITURGICO
 
 



Parole per il tempo fra l'anno



Mentre scorre il tempo della salvezza

Denominazione e struttura di questo tempo liturgico sono decisamente una novità. L’attuale denominazione sostituisce le due precedenti: Post Epiphaniam e Post Pentecosten. A dire la verità ha assunto due diverse denominazioni. I libri liturgici latini lo chiamano Tempus per annum quelli italiani Tempo ordinario. La prima sottolinea il fatto che completa il ciclo dell’anno liturgico. Infatti, la struttura bipartita di questo tempo va a riempire i due ‘vuoti’ fisiologici dell’anno liturgico: «Il Tempo ordinario comincia il lunedì che segue la domenica dopo il 6 gennaio e si protrae fino al martedì prima della Quaresima; riprende poi con il lunedì dopo la Pentecoste per terminare prima dei vespri della prima domenica d’Avvento» (Norme generali per l’ordinamento dell’anno liturgico e del calendario, n. 44).
Non solo, l'espressione per annum riprende l’antica espressione presente nei sacramentari dei secc. VII-VIII: per anni circulum (nel ciclo dell’anno), che significava il dispiegarsi lungo il ciclo dell'anno della celebrazione dei santi misteri (sacramenta) che il liber sacramentorum per anni circulum riempiva di preghiera e teologia attraverso le formule della preghiera liturgica.
L’espressione Tempo ordinario non è meno significativa, ma rischia di essere ambigua. Se designa la struttura di questo tempo dell’anno liturgico va intesa nel senso che è il tempo «normale», cioè quello che rispetta lo scorrere ordinato e fondamentale della domenica, la festa cristiana primordiale e più antica della stessa Pasqua. Allora "ordinario" non significa banale e con pochi contenuti, o «feriale» e quordiano. Anzi, dice l’«ordinarietà» cioè la normatività del mistero che la liturgia celebra in maniera unitaria in questo periodo dell’anno e in maniera distesa nei tempi forti. Ordinario non nel senso che ha meno valore rispetto a tempi forti, ma ordinario perché, oserei dire, «ordinante, strutturante» il tempo con l’«ordinato» scorrere delle domeniche nelle quali si celebrano unitariamente i più grandi mirabilia Dei: la creazione e la redenzione.

«Mirabile è l’opera da lui compiuta nel mistero pasquale…»
Così canta il prefazio I delle domeniche ordinarie. Tutti i prefazi assegnati a questo tempo lo caratterizzano come memoria domenicale della risurrezione. Una sola citazione a controprova: «…ci ha liberati dalla morte eterna e con la sua risurrezione ci ha donato la vita immortale» (Prefazio II delle domeniche del tempo ordinario). E se non bastasse, il Messale italiano di domenica fa aggiungere nelle preghiere eucaristiche la commemorazione della risurrezione: «Ascolta la preghiera di questa famiglia, che hai convocato alla tua presenza nel giorno in cui il Cristo ha vinto la morte e ci ha resi partecipi della sua vita immortale» (Preghiera eucaristica III).
Il Prefazio I continua citando 1Pt 2,9: «Egli ci ha fatto passare dalla schiavitù del peccato alla gloria di proclamarci stirpe eletta, regale sacerdozio, gente santa, popolo di sua conquista, per annunciare al mondo la tua potenza o Padre, che dalle tenebre ci hai chiamati allo splendore della tua luce».
È la chiesa che nasce dai sacramenti pasquali dell’iniziazione: «Questo stesso popolo che cos’è se non sacerdotale? Ad essi è stato detto: “Voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa”, come dice l’apostolo Pietro. Ciascuno è unto per il sacerdozio ed è unto anche per il regno, ma per un regno spirituale e per un sacerdozio spirituale» (AMBROGIO, De sacramentis, 4,3).
È la chiesa che continua ad edificarsi sulla fede pasquale annunciata, celebrata, testimoniata. Una stirpe eletta che proclama nel tempo le grandi opere di Dio. Una nazione santa che celebra nella sua liturgia la liberazione dalla schiavitù del faraone e trasforma tutti in ministri del Dio vivente: « Memores igitur mortis et resurrectionis eius, tibi, Domine, panem vitae et calicem salutis offerimus, gratias agentes quia nos dignos habuisti astare coram te et tibi ministrare (Perciò noi, i ricordanti la sua morte e risurrezione, offriamo a te, o Signore, il pane della vita e il calice della salvezza, perché ci hai fatti degni di stare davanti a te e di servirti come sacerdoti)» (Preghiera eucaristica II).


 

Un popolo che non essendo più schiavo dell’antico tentatore, diviene servitore del Nome, della più vera autenticità di un Dio liberatore: «Tutti gli altri popoli camminino pure ognuno nel nome del suo dio, noi cammineremo nel nome del Signore Dio nostro, sempre» (Mi 4,5). Le nostre liturgie devono portare le nostre assemblee con Mosè ai piedi del Sinai per siglare l’allenza: «Quanto il Signore ha detto noi lo faremo» (Es 19,7), e con Giosuè a Sichem: «Noi serviremo il Signore nostro Dio e obbediremo alla sua voce» (Gs 24,24).
Siamo un regale sacerdozio, chiamato a orientare il mondo con la forza liberante della carità al servizio esclusivo del Dio della vita e non degli idoli morti. Parola, liturgia e testimonianza devono farci ripercorrere l’esaltante cammino dell’esodo: uscire da una casa di schiavitù per costruire una Tenda, che trasportata lungo il cammino pellegrinante degli uomini, dica il suo dimorare nella storia.


«Ogni giorno del nostro pellegrinaggio…»
Liturgia per annum, liturgia pasquale che ritma il tempo della chiesa. Non solo: il tempo lo riempie. L’hodie dei grandi eventi celebrati nel Natale, nell’Epifania, nella Pasqua, nell’Ascensione e nella Pentecoste, è travasato dalle domeniche e dai giorni «ordinari» per annum dentro il tempo, nello scorrere dei giorni dell’uomo. E nella teoria delle albe e dei tramonti il primo giorno della settimana radica il tempo nell’evento primordiale della creazione della luce e nell’evento cardine della risurrezione e pone il tempo stesso dell’uomo e delle creature in tensione verso la vita immortale: «Ogni giorno del nostro pellegrinaggio sulla terra è un dono sempre nuovo del tuo amore per noi (cfr. At 17,28) e un pegno della vita immortale, poiché possediamo fin da ora le primizie del tuo Spirito, nel quale hai risuscitato Gesù Cristo dai morti (cfr. Rm 8,11.23), viviamo nell’attesa che si compia la beata speranza nella Pasqua eterna del tuo regno (paschale mysterium speramus nobis esse perpetuum)» (Prefazio VI delle domeniche del Tempo ordinario).
Il tempo ordinario, lasciando alle Scritture di scorrere come sono senza scelte tematiche, suggerisce all’evangelizzatore di lasciare libera la Parola di Dio, di farla correre lungo i giorni dell’uomo, affinché la buona notizia della risurrezione si sciolga dentro le mille culture, ricchezza ma anche scoglio dell’umanità, e le rigeneri, imprimendo ad esse una finalità, una tensione verso il compimento.
Il tempo per annum chiede alle nostre assemblee celebranti di far percepire il respiro di Dio dentro il faticoso scorrere dei giorni informi dell’uomo, affinché il primo giorno della settimana li plasmi, quasi come fece con Adamo il Creatore, e il caos disordinato del tempo divenga invece storia di salvezza, l’oggi transeunte che anticipa e prepara l’hodie che non finirà mai.
Il tempo ordinario stimola la carità ecclesiale ad avere venerazione per il tempo, a non «perderlo», a non attardarsi in un passato che sta nel perdono di Dio, a sperare un futuro vuoto, ma a preparare una speranza immortale con un presente operoso.

 
 



«Tu hai creato il mondo nella varietà dei suoi elementi»
Un tempo liturgico tutto centrato sullo scorrere delle domeniche non può non avere una dimensione cosmica. Perché l’ha di per sé la settimana con il suo settenario di astri che conteggia il tempo dell’uomo. La settimana è la misura antica del tempo, pre-ebraica, che affonda l’inizio del suo conteggio nella notte de tempi e scorre imperturbabile senza tenere conto dell’orbita della terra attorno al sole, delle fasi della luna, del variare delle stagioni.
A ragione canta il Prefazio V delle domeniche del tempo ordinario, orientando il cosmo e la natura al suo vertice. all’uomo immagine di Dio: «Tu hai creato il mondo nella varietà dei sui elementi, e hai disposto l’avvicendarsi dei tempi e delle stagioni. All’uomo, fatto a tua immagine, hai affidato le meraviglie dell’universo, perché , fedele interprete dei tuoi disegni, eserciti il dominio su ogni creatura, e nelle tue opere glorifichi te, Creatore e Padre, per Cristo nostro Signore».
Forse questa è una dimensione da recuperare nel tempo ordinario. Lo scorrere dell’anno liturgico nella liturgia latina non ha feste che commemorano la creazione come ha il calendario ebraico o l’inizio dell’anno della liturgia bizantina. E anche nel tempo ordinario le pagine della creazione non ricorrono in maniera evidente in nessuna domenica. È forse il caso di rivedere le ultime domeniche del tempo ordinario? Nell’attuale ordinamento delle letture anticipano le tematiche escatologiche dell’Avvento. Perché, invece, non far incontrare l’inizio del tempo con il suo compimento? Si eviterebbe di creare una fittizia festa del creato (come invocata da alcuni) e nello stesso tempo si darebbe una visione più completa della teologia della storia.
Ma in ogni caso l’evangelo va annunciato perché il Logos sia senso e ragione della creazione; in ogni caso la liturgia prende pane e vino dai campi degli uomini nelle due stagioni dei frutti, la messe e la vendemmia; in ogni caso la carità si prende cura delle ferite del creato e delle creature.
In fondo il tempo ordinario è il tempo più adatto per usare la Preghiera eucaristica IV, che inserisce la creazione dentro l’economia della salvezza che ha il suo vertice nella pasqua e il suo fine nella parusia: «… Padre santo… prima del tempo e in eterno tu sei… Tu solo sei buono e fonte della vita e hai dato origine all’universo… Schiere innumerevoli di angeli stanno davanti a te per servirti…Insieme con loro anche noi fatti voce di ogni creatura, esultanti cantiamo: Santo… A tua immagine ha formato l’uomo… il tuo unico Figlio… si è fatto uomo… si consegnò volontariamente alla morte, e risorgendo distrusse la morte e rinnovò la vita… Concedi a noi, tuoi figli, di ottenere… l’eredità eterna del tuo regno, dove con tutte le creature, liberate dal peccato e dalla morte, canteremo la tua gloria in Cristo nostro Signore…».

«Nell’uomo hai impresso il segno della tua gloria».
Il Messale italiano aggiunge prefazi e orazioni nuove per le ferie del Tempo ordinario. Alla lunga tradizione ecclesiale ha aggiunto una sua peculiarità: una dimensione antropologica più marcata. Così la quotidianità della vita e del lavoro dell’uomo divengono risposta al disegno creatore di Dio: «Tu sei l’unico Dio vivo e vero: l’universo è pieno della tua presenza, ma soprattutto nell’uomo, creato a tua immagine, hai impresso il segno della tua gloria. Tu lo chiami a cooperare con il lavoro quotidiano al progetto della creazione…» (Prefazio comune IX).
Ugualmente la ferialità dei giorni dell’uomo, così caduchi e fragili, è trasfigurati dalla risurrezione: « O Padre, … aiutaci a vivere nel tempo la sua stessa vita nello Spirito e a vedere tutte le cose nella radiosa luce della sua risurrezione» (Colletta per le ferie del Tempo ordinario n. 6); «… donaci di sperimentare nel nostro quotidiano morire la potenza della sua risurrezione» (Colletta per le ferie del Tempo ordinario n. 7).
Se l’evangelizzazione non tornerà a un’idea meno astratta di rivelazione, non raggiungerà i giorni e il cuore dell’uomo: «Rivelazione è sempre un concetto di azione: il termine definisce l’atto con sui Dio si mostra, non il risultato oggettivizzato di questo atto. E dato che le cose stanno sempre così, del concetto di rivelazione fa sempre parte anche il soggetto ricevente: dove nessuno percepisce la rivelazione, lì non è avvenuta nessuna rivelazione » (J. RATZINGER, La mia vita, San Paolo, Cinisello Balsamo 2005, p. 74).
Se la liturgia non ritroverà i ritmi dei tempi dell’uomo di oggi, se non tornerà a guardare le assemblee concrete che si radunano nelle nostre chiese, se non diventerà proclamazione sacramentale della risurrezione non riuscirà a trasformare i giorni e le fatiche e le morti del’uomo in storia salvata.
Se la carità non costringerà le chiese a farsi carico dei tempi feriali dell’uomo, se non le costringerà alla vera «svolta antropologica» l’incarnazione sarà inefficace e la speranza della risurrezione, che cioè la morte stessa può essere redenta, rimarrà illusione.

«Nell’attesa della domenica senza tramonto…»
Così canta il prefazio X delle domeniche ordinarie. Il tempo ordinario non appiattisce in una quotidianità da tranquillo ménage familiare, ma prendendo sul serio il ritmo domenicale e feriale della vita, della festa e del lavoro, ha in sé una forte prospettiva escatologica, che emerge imponente nelle ultime domeniche dell’anno liturgico, fino alla visione finale quasi apocalittica del Cristo re e sovrano, giudice del mondo e Signore dell’universo, visione che campeggia nella solennità conclusiva dell’anno liturgico. Mi sembra, pertanto, utile chiudere queste riflessioni con la xxv colletta italiana per le ferie del Tempo ordinario: «Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe, Dio della vita e delle generazioni, Dio della salvezza, compi ancor oggi le tue meraviglie, perché nel deserto del mondo camminiamo con la forza del tuo Spirito verso il regno che deve venire».

DANIELE PIAZZI, Responsabile Ufficio Culto Divino, diocesi di Cremona


da: www.diocesidicremona.it

     
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