BREVE STORIA DEL ROSARIO
Introduzione



Lo studio della storia del rosario, necessariamente frammentario e per grandi linee, risponde ad una legittima curiosità spirituale e consente di cogliere in profondità il significato e lo spirito di questa preghiera nella sua laboriosa evoluzione lungo i secoli. Per prima cosa si deve risalire alle fonti per poter fornire al lettore e all’ascoltatore quelle fondamentali notizie sulla genesi e sullo sviluppo del rosario. Gli studi veri e propri sono molto pochi e manca uno studio d’insieme aggiornato. Gli ultimi risalgono a oltre trent’anni fa. Anne Winston-Allen, docente di germanistica alla Southern Illinois University, negli Stati Uniti d’America, fa il punto sulla questione nel volume “Storie della rosa. La formazione del rosario nel medioevo” (1997).


Da dove viene il rosario?

La cordicella della preghiera da un punto di vista inter-religioso.

Da una origine indiana del culto alla divinità di Siva (terza della religione indiana) il mondo islamico aveva tratto l’abitudine di recitare in sequenza ripetuta i novantanove nomi di Allah, servendosi di apposite catenelle di novantanove semi, nodi o grani. Un analogo sviluppo nel mondo buddista per pregare e meditare, sempre di origine induista (nome dato agli indiani dai musulmani nell’VIII sec. Proviene dal nome del fiume “Indo” che bagna i territori nord-occidentali dell’India), e con possibili influenze musulmane, era stato fatto conoscere all’Europa da Marco Polo (1251-1320). Sempre secondo l’ipotesi di una provenienza indiana/musulmana si è ritenuto di poter attribuire ai crociati (XI-XII sec.) l’aver portato in Occidente l’uso della catenella. Quindi, fin verso la fine del 1800, si ritenne che al nostro rosario si dovesse attribuire un’origine orientale. In questo caso la pratica sarebbe stata successivamente adattata alla preghiera cristiana.

  Oggetti analoghi si hanno quindi anche fuori della chiesa latina:
i monaci greci/ortodossi usano una cordicella con 100 nodi per contare genuflessioni e segni di croce; come già detto, i musulmani hanno un nastro o una cordicella con infilate 99 palline quanto sono gli epiteti di Dio (Nomi divini o Bei nomi) che si usa recitare come giaculatoria (nella religione cristiana breve preghiera espressa con un versetto che può essere tratto dai Salmi) sgranando il “tasbih” che può avere tutti i 99 grani o 33 da percorrere con le dita per tre volte: 33 per “Lodate Dio”; 33 per “Gloria a Dio” e 33 per “Dio è il più grande”.

Il rosario musulmano risulta quindi diviso in tre parti.

Presso gli induisti il rosario (il Japa mala) è lo strumento che assolve alla pratica spirituale di ricordare e ripetere continuamente uno o più nomi di Dio. Il numero di ripetizioni ha un preciso significato simbolico ed esoterico (misterioso) come ad esempio il 108. Tutte le scuole di pensiero induiste, in particolare lo Yoga e le correnti devozionali, danno grande importanza e risalto a questa pratica, a cui viene attribuito un profondo potere di elevazione e purificazione, a livello spirituale, mentale e fisico.

In Estremo Oriente il rosario, collana di fiori o di pietre o di noccioli, viene usato anche per cerimonie rituali, mentre in altre regioni è offerto agli ospiti in segno d’onore. Anche presso i Tibetani la corona ha 108 grani che corrispondono ad un numero sacro.

Lo specifico del rosario cristiano cattolico
Nella tradizione cattolica si chiama anche rosario o corona la filza di grani che serve anche a contare le Ave Maria e gli intercalari Padre nostro e Gloria. E’ composta generalmente di 60 grani: 50 grani piccoli più 5 grandi (dal 16 ottobre 2002 quarta parte del rosario integrale) e si conclude con altri 5 divisi: 1 + 3 + 1.

Tappe essenziali del percorso storico del rosario
Abbiamo visto come fin verso la fine del 1800 la storiografia tradizionale abbia ritenuto che la ripetizione delle preghiere del rosario fosse di origine orientale. Il rosario, come oggi lo recitiamo, ha una storia lunga e complessa. Essa inizia nel XII secolo, con la rinascita mariologica, e si conclude nel XXI secolo, ai nostri giorni, la promulgazione della Lettera apostolica di Giovanni Paolo II: “Rosarium Virginis Mariae

In questo lento processo evolutivo, che portò all’odierna struttura del rosario, si possono cogliere alcuni fattori che ne costituiscono la preistoria. Nel 1889 lo studioso tedesco Thomas Esser nel suo “Il rosario della Madonna” si è detto certo che, nel mondo cristiano, nei secoli III e IV, esistessero stringhe o cordicelle per la preghiera ripetuta fin dai tempi dei monaci eremiti, detti Padri del deserto. Quindi l’esistenza di cordicelle già esistenti ben prima delle crociate esclude un’origine indiana/musulmana del rosario.

Fin dagli inizi del cristianesimo, fu dunque avvertita l’esigenza della “
preghiera continua” che corrispondesse in qualche modo alla “preghiera del cuore” o “preghiera di Gesù” germogliata appunto sull’humus dell’Oriente cristiano. La ripetizione portò poi alla “preghiera numerica”, cioè a recitare alcune formule servendosi di uno strumento, e di avere come riferimento il numero di 150 Salmi. Catenelle simili ai nostri rosari appartennero a Gertrude, figlia di Pipino I di Francia, morta nel 659, e a Lady Godiva di Coventry, morta nel 1041.

L’uso di strumenti per tenere il conto di preghiere è, così, più antico della stessa preghiera dell’Ave Maria, che risale al VII secolo.


L’epoca dei Salteri
Nei monasteri, sorti già nei primi secoli del cristianesimo, vi venne affermando, come preghiera quotidiana dei monaci, la recita dei 150 salmi del “libro dei salmi” (Salterio) contenuto nel Vecchio Testamento. Si ritiene che il Salterio – la parte più ampia e importante della preghiera canonica (da “canone” = catalogo dei libri che, in alcune religioni, sono riconosciuti rivelati, sacri o autentici) della Chiesa – sia stato preso come modello nell’elaborazione delle altre forme di preghiera. Così il termine “Salterio” fu attribuito, con l’andare del tempo, a qualsiasi serie di preghiere che fosse formata da 150 unità.

Il Salterio dei “Pater noster”
La preghiera dei salmi, a opera dei monaci, subì presto una trasformazione. A causa della scarsa conoscenza del latino di alcuni religiosi e dei laici, la recita dei Salmi fu sostituita da altrettanti Pater noster. Quest’uso venne chiamato “Salterio dei Pater noster”.

Il Salterio delle 150 “Ave Maria”
In seguito si sviluppò anche la devozione mariana. Accanto al Salterio dei 150 Pater noster si affermò un Salterio di 150 Ave Maria, nella forma allora in uso. Cordicelle per ripetere l’Ave Maria sono ricordate con testimonianze abbastanza comuni tra i secoli XII e XIII. Le domenicane del convento di Unterlinden, a Colmar, in Germania, nel secolo XIII recitavano mille Ave Maria al giorno e duemila alla festa.

Il Salterio delle 150 dichiarazioni di fede su Gesù
Cristo stesso, stando al Vangelo, leggeva e citava i salmi come profezia di sé. Già nel Medio Evo (convenzionalmente dal 476, data della caduta dell’impero romano d’occidente, al 1492, data della scoperta dell’America) i salmi venivano considerati come una serie di profezie su Gesù. Di qui ha origine un nuovo Salterio, chiamato: Salterium Domini nostri Jesu Cristi, ovvero: “Salterio del Signore nostro Gesù Cristo”. In questa forma di preghiera si favoriva la meditazione della vita di Cristo. Però, risultando difficile compilare un Salterio che si riallacciasse direttamente ai salmi, si passò a mettere in fila 150 lodi di Gesù senza preoccuparsi troppo dell’accordo con le frase dei singoli salmi. Oggetto era la vita di Gesù dall’ Incarnazione all’Ascensione.

Il Salterio delle 150 lodi alla Beata Vergine Maria
La lode a Cristo sfociava inevitabilmente nella lode a Maria. La Madre era talmente associata alla vita di suo Figlio Gesù che fu inevitabile che, col tempo, venissero create espressioni che magnificassero il ruolo materno di Maria. Sorse, dunque, ben presto anche un Salterio di 150 lodi alla Madre del Salvatore. Il Salterio della Beata Vergine Maria subì la stessa sorte di quello di Gesù. Infatti, ben presto, abbandonato ogni riferimento preciso ai salmi, si passò a creare liberamente 150 lodi in onore di Maria. Si possedevano così due serie di lodi narrative parallele, intimamente imparentate: l’una riguardava la vita di Gesù (Salterio di Gesù), l’altra, quella di Maria (Salterio di Maria).
Ciò fu importante per la successiva evoluzione del Rosario. Ben presto, si diffuse l’abitudine di compendiare in 50 strofe le lodi a Maria, e a questa serie di strofe si diede il nome di “Rosarium”.
Il termine Rosarium indica un’antologia di una serie di fatti che si susseguono con una certa regolarità (una raccolta di scritti, di sentenze di diritto canonico, di inni di lode). Così, in seguito, il termine venne usato per privilegiare la serie di lodi in onore della Madre di Dio.

Epoca della fusione dei 4 Salteri nel Salterio-Rosario
I quattro Salteri dei quali si è parlato fin qui esistevano allo stato isolato. La tappa successiva della formazione dell’attuale rosario sarà costituita dalla loro fusione, che avvenne gradualmente. Nel suo «La storia e la scuola di preghiera del rosario», don Franz Michel Wuillam nel 1948 scrive, e così gli studiosi dopo di lui, che il rosario deriva dai Salteri della Beata Vergine, che inizialmente ripetevano centocinquanta salmi con antifone cristologiche e mariane (nella liturgia cattolica versetto recitato o cantato che precede o segue il salmo), successivamente le sole antifone, accompagnate da un Padre Nostro o da un’Ave Maria. Questo non spiega, da solo, come si sia giunti successivamente all’inserimento di meditazioni sulla storia sacra.

Sorge quindi un interrogativo al quale vengono date tre risposte:

1°   Fino allo studio di Esser, studioso tedesco, del 1889, era comunemente accolta l’opinione che autore e diffusore della pratica del rosario meditato fosse stato san Domenico (1170-1221), fondatore dell’ordine dei domenicani. San Domenico, nel secolo XIII, chiedendo in preghiera alla Madonna un aiuto, perché i cristiani caduti nell’eresia si convertissero, ebbe da Lei come risposta di usare e far usare la preghiera del rosario.Dal 1889 al 1977 gli studiosi hanno ritenuto, seguendo Esser, che «inventore» del rosario meditato fosse stato piuttosto un certosino di Treviri, Domenico di Prussia (1384-1460), confuso col primo, per avere lo stesso nome. Egli propose un Rosario di 50 Ave, senza Pater in cui ad ogni Ave, dopo il nome di Gesù, si aggiungeva una clausola che si riferiva ad un episodio della vita di Gesù o della Vergine. Suddivise la vita di Cristo in 50 momenti – clausole – con cui chiudeva ogni Ave Maria.

Si trattava di un promemoria per facilitare la pia pratica del rosario. I misteri erano così articolati: 14 tratti dalla vita nascosta, 6 della vita pubblica, 24 dalla Passione e glorificazione di Gesù e 6 dagli episodi dopo la risurrezione di Gesù.

Così la prima Ave Maria: “Ave Maria, piena di grazia, il Signore è con te. Tu sei benedetta tra le donne e benedetto è il frutto del tuo grembo” si concludeva con la seguente aggiunta o clausola: “Gesù Cristo che secondo l’annuncio dell’Angelo hai concepito per opera dello Spirito Santo. Amen”.
Tali clausole rimangono ancora in uso, specialmente in alcuni paesi di lingua tedesca. In questa forma il rosario di Domenico di Prussia venne diffuso in volgare dal convento di S. Gallo nell’anno 1518;

2°   Nel 1977 fu scoperto da Andreas Heinz un manoscritto con un rosario meditato che precedeva di oltre cento anni quello di Domenico di Prussia, apparentemente ignoto a quest’ultimo, nonostante la prossimità geografica. Esso era recitato, intorno al 1300, dalle suore cistercensi di San Tommaso sulla Kyll, a una quarantina di chilometri da Treviri.

3°   Oggi vanno diffondendosi presso gli storici teorie di un terzo tipo, secondo le quali il passaggio dai salteri al rosario meditato fu un processo graduale, a coronamento del quale Domenico di Prussia detiene un ruolo fondamentale in quanto a diffusione della devozione tra il popolo. La versione del rosario fatta da Domenico di Prussia comprendeva cinquanta meditazioni, una per Ave Maria e questo era difficile per i semplici fedeli. Alano de la Roche (1428-1478), frate domenicano, diede la massima importanza alla parte meditativa, che egli chiamava “l’anima del rosario”, mentre la parte vocale ne costituiva “il corpo”. Gli episodi della storia della salvezza li suddivise in tre cinquantine: gaudiosi, dolorosi e gloriosi, raggruppati in quindici episodi principali. Egli, fondatore a Douai, in Francia, nel 1470 della prima confraternita del Salterio della Gloriosa Vergine Maria, obiettava che, le cinquanta Ave Maria con meditazione proposte da Domenico di Prussia, fossero troppo poche e ne chiedeva almeno centocinquanta per tutta la storia della salvezza. Dove siano stati adottati per la prima volta gli attuali quindici misteri, cui corrispondono centocinquanta Ave Maria e, quasi fin da subito, anche quindici Padre Nostro, è ancora incerto. Il metodo, proposto da una delle più antiche opere a stampa sul rosario, il «Salterio di Nostra Signora», pubblicato a Basilea nel 1475, divenne estremamente popolare con le sei successive edizioni di Ulm, dove quindici incisioni (non accompagnate, per altro, da una spiegazione scritta) rappresentavano gli attuali misteri solo con due differenze per gli ultimi due misteri. La loro sostituzione avverrà lentamente, nel 1600.

La struttura definitiva del rosario fu data dal domenicano fra Alberto di Castello nel 1521.
San Pio V (1566-1572) fu il primo “Papa del rosario”. Con una sua bolla (lettera papale) del 1569 egli descrisse i copiosi frutti raccolti da san Domenico con questa preghiera e invitò tutta la cristianità ad utilizzarla. Egli stabiliva che “il Rosario o Salterio della Beata Vergine è un modo di orazione” attraverso il quale Maria “viene venerata con la salutazione angelica ripetuta 150 volte secondo il numero dei Salmi di Davide, interponendo a ogni dieci Ave Maria la preghiera del Signore Gesù Cristo”.
La meditazione dei misteri viene legata ai Pater noster e si estende a “tutta” la vita di Cristo. Gli statuti (insieme di norme) di confraternite (associazioni di laici avente per fine l’elevazione spirituale degli iscritti mediante pratiche di pietà, di carità e di culto) mariane del rosario fondate a Venezia nel 1480 e a Firenze nel 1481, moltiplicatesi per opera dei domenicani, menzionano i quindici misteri, ovvero i grandi avvenimenti della vita di Gesù. Si tratta di un indizio certo di una possibile pratica italiana. In pochi anni le “Confraternite del rosario” arruolarono centinaia di migliaia di membri, di tutte le classi sociali, e il loro carattere internazionale e autonomo suscitò le lamentele di chi le considerava un elemento concorrente alle parrocchie e alle diocesi. Il rosario venne nel 1517 duramente attaccato da fra Martin Lutero, soprattutto per i rozzi abusi introdotti, per cui alcuni pagavano la recita del rosario fatta da altri, pur convinti di ricevere i relativi benefici spirituali e le indulgenze. Tuttavia, a parte questi abusi, presto superati, il rosario divenne una delle pratiche di preghiera più diffuse nel mondo cristiano, come meditazione giornaliera, di poco più di un quarto d’ora, sulla storia della salvezza, attraverso la figura e l’intercessione di Maria.





 

 

 

 

 

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