SABATO SANTO
Veglia pasquale nella notte santa

Giorgio Giurisato


Introduzione
La veglia pasquale, «madre di tutte le veglie» (sant'Agostino), inizia festosamente con il rito della luce e il canto dell'Exultet. Il tono si fa poi meditativo nella liturgia della Parola, che riveste un'importanza eccezionale. Le letture sono più numerose rispetto a quelle di qualsiasi altra celebrazione eucaristica e intendono mostrare come il mistero pasquale rappresenti il punto culminante della storia della salvezza. Così appunto dice l'orazione dopo la settima lettura: «O Dio, che nelle letture dell'Antico e del Nuovo Testamento ci hai preparati a celebrare il mistero pasquale». Le orazioni che seguono le letture offrono una chiave per l'interpretazione cristiana della Parola. Si dovrà perciò seguire con attenzione due linee di sviluppo: da una parte la serie degli eventi narrati nelle letture (1. la creazione, 2. il sacrificio di Abramo, 3. l'uscita dall'Egitto, 4. la liberazione da Babilonia, 5. le condizioni del ritorno dall'esilio, 6. la causa dell'esilio, 7 il cuore nuovo), dall'altra il rapporto di ciascun evento con la Pasqua di Gesù, messo in luce dalle orazioni. Le letture e le orazioni ci aiutano a capire due cose. La prima è il «come», «i modi di agire di Dio» (DV 15), messi in luce particolarmente dalle letture. Infatti la liturgia della parola comincia con questo invito: «Meditiamo come nell'antica alleanza Dio salvò il suo popolo e nella pienezza dei tempi ha inviato il suo Figlio per la nostra redenzione». La seconda cosa da notare è un crescendo dal grande al «ben più grande»: se sono grandi le opere compiute da Dio fin dalla creazione del mondo, «ben più grande, nella pienezza dei tempi, fu l'opera della nostra redenzione nel sacrificio pasquale di Cristo Signore» (orazione dopo la prima lettura).

PRIMA LETTURA Gn 1,1--2,2 [forma breve 1,1.26-31]
Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona.

   
Leggere la Parola
La Bibbia si apre con il racconto della creazione. Il testo completo arriva a Gn 2,4a. È intessuto di verbi ed espressioni che si ripetono con ritmo regolare: «Creò» (7 volte), «disse» (10 volte), «avvenne» / «fu fatto» (10 volte), «e fu sera e fu mattina: primo giorno» (fino al «sesto giorno»: 6 volte), «Dio vide che era cosa buona» anzi, dopo la creazione dell'uomo e della donna, «molto buona» (7 volte; invece di «buona» la LXX traduce «bella»). La creazione si svolge in sei giorni, che si completano a due a due -- il primo e il quarto, il secondo e il quinto, il terzo e il sesto -- coronati dal riposo del settimo. Il quadro di una settimana segue un genere letterario che dice ordine e compiutezza, ma non dispensa gli scienziati dalla ricerca sull'origine e l'evoluzione dell'universo. Alcuni Padri della chiesa – san Basilio, san Gregorio di Nissa, sant'Ambrogio e altri – hanno commentato la creazione sotto questo titolo: «I sei giorni» o «Esamerone» (dal greco «exaemeron»).

Ogni giorno
- Lo schema, che si ripete nei singoli giorni, mostra alcune caratteristiche della creazione: la potenza e il compiacimento del Creatore, la bontà e la bellezza delle creature. Dio opera con una parola efficace: al comando corrisponde puntualmente l'esecuzione. La benedizione di Dio dà fertilità alla terra e fecondità agli esseri viventi. Compiuta l'opera, volta per volta Dio ne constata la bontà. Non c'è fondamento per una visione manichea.

Il sesto giorno – Alla fine Dio crea l'uomo e la donna. Il verbo «creare» ricorre ben tre volte in 1,27 indicando che l'opera creatrice raggiunge il vertice con l'uomo e la donna. L'espressione: «A immagine e somiglianza di Dio» (cf. 1,26-27) riguarda l'essere umano sia in quanto persona, sia in quanto coppia (cf. 1,27: «A immagine di Dio lo / li creò»). Il suo prototipo non è uno degli animali creati in precedenza (cf. 1,20.21.24-25), ma il Creatore stesso e il suo Figlio, che avrebbe mandato nella pienezza dei tempi: «Li ha predestinati ad essere conformi all'immagine del Figlio suo» (Rm 8,29). Sopra tutte le sue opere Dio si compiace in modo speciale della coppia umana («Dio vide […] ed ecco, era cosa molto buona»: 1,31). Da parte sua Dio dona cibo in abbondanza («ogni», «tutta»: 1,29). Il progresso dell'umanità dipende invece dal modo con cui essa sfrutta e distribuisce i beni della natura, che è affidata alle sue mani: «Soggiogate e dominate» (1,28; cf. 1,26). I verbi hanno un tono guerresco, diverso dall'agricolo «coltivare» del racconto seguente (Gn 2,15), ma tutti assegnano all'uomo un compito «culturale»: «Sviluppare col suo lavoro l'opera del Creatore [...] realizzare il piano provvidenziale di Dio nella storia [...] di cui sono segno le vittorie del genere umano» (GS 34.57).

Il settimo giorno - Dopo i «sei giorni» della creazione Dio si riposa. Lavoro e riposo sono due facce della stessa medaglia. Da una parte c'è «ogni suo lavoro» (2,2; Gv 5,17: «Il Padre mio opera sempre»). Un lavoro enorme, se appena si pensa che l'estensione dell'universo, misurata con gli strumenti attuali ancora limitati, arriva a circa 14 miliardi di anni luce! Eppure al Creatore basta dire una parola: «non si affatica e non si stanca» (Is 40,28). Allora il suo riposo non è una pausa in vista della ripresa, in una successione di tempi, ma è uno stato permanente, che la sua potente attività non interrompe: «Egli dà ad ogni cosa di essere mossa, rimanendo stabile» (Boezio). È l'uomo che in realtà ha bisogno di riposo (Is 40,29-30). Si parla in modo antropomorfico del riposo di Dio per fondare quello dell'uomo, a cui si ordina di dedicarlo al Creatore: «Dio benedisse e consacrò» il settimo giorno, istituendo il «sabato» perché il suo popolo si riposasse e gli rendesse culto (2,3; Es 20,8-11).

Orazione - La seconda orazione dopo la lettura dice: «O Dio, che in modo mirabile ci hai creati a tua immagine e in modo più mirabile ci hai rinnovati e redenti». Per crearci il Padre e il Figlio hanno mostrato la loro «potenza» (cf. Eb 1,2-3), per redimerci hanno rivelato soprattutto il loro «amore» che raggiunge «la misura più grande» nel mistero pasquale (cf. Gv 3,16; 15,13; 1Gv 3,16).


SALMO RESPONSORIALE Sal 103,1-2.5-6.10.12-14.24.35
Il salmo, più che un «cantico delle creature», è un inno al Creatore (vv. 1.35): tutto viene dalle sue mani e rivela la sua sapiente provvidenza. Dalla contemplazione del creato si sale alla glorificazione del Creatore: «Quante sono le tue opere, Signore!» (v. 24), «Sei tanto grande, Signore, mio Dio!» (v. 1). Di questo procedimento vi sono altri splendidi esempi nella Scrittura (cf. Sal 8; 18,2-7; Pr 8,22-31; Sir 42,15--43,33; Sap 13,1-9; Mt 6,26-32; Rm 1,19-20).


SECONDA LETTURA Gn 22,1-18 [forma breve 22,1-2.9.10-13.15-18]
Il sacrificio di Abramo, nostro padre nella fede.

Leggere la Parola
Nel caso di Abramo Dio sembra contraddirsi doppiamente: richiede l'olocausto di un figlio, sacrificio che altrove condanna (Lv 18,21; 20,2-5; Dt 12,31; 18,10; Ger 7,31; 32,35; Ez 16,20-21; 20,31; 23,39), e proprio di quel figlio tanto promesso (Gn 12,7; 13,15; 15,18; 17,8.15-22), arrivato quando Abramo ha ormai cento anni e Sara novanta (cf. Gn 17,17; 18,9-15; 21,5-7). Allora Isacco era «motivo di lieto riso» (21,6), ora di grave trepidazione, come s'intuisce dal toccante ritornello: «Tuo figlio, il tuo unigenito che ami» (vv. 2.12.16). La conclusione del brano loda l'obbedienza e la fede di Abramo (cf. vv. 15-18) e conferma che Dio rifiuta il sacrificio dei figli, praticato anche in Israele (2Re 16,3; 17,17; 21,6), ma ripetutamente condannato (vedi testi citati sopra).

Comprendere la Parola
«Sacrificio» / «Aqedà» - La Bibbia di Gerusalemme intitola il racconto: «Il sacrificio di Isacco», la TOB: «Il sacrificio di Abramo». L'una mette l'accento su chi viene offerto, l'altra su chi offre. Gli ebrei, invece, parlano di Aqedà, «legamento», per il fatto che Abramo «legò» il figlio (v. 9). Oltre che ad essere spesso raffigurato nell'arte, l'episodio è molto commentato nella tradizione ebraica, cristiana e musulmana. In quella ebraica, Abramo e Isacco in forza del loro sacrificio intercedono per il popolo, che al suono dello shofar (uguale ai corni dell'ariete: cf. v. 13) prega: «È l'ora in cui si aprono le porte della grazia e io tendo le mie palme a Dio: Deh, ricorda in mio favore nel giorno del giudizio il sacrificatore, la vittima e l'altare». Nella tradizione cristiana si pensa ovviamente al Padre che sacrifica il Figlio (Rm 8,32) e perciò assumono valore sommo le parole: «Il tuo unigenito che ami» (vv. 2.12.16). Infine, nella tradizione islamica si parla della sottomissione non solo del padre, ma anche del figlio (forse Ismaele): «Quando si furono rassegnati entrambi alla volontà di Dio» (sura 37,103).

«Abramo ebbe fede» - (Gn 15,6; Gc 2,23; Rm 4,3; Gal 3,6) -- Il senso dell'evento è detto subito all'inizio: «Dio mise alla prova Abramo» (v. 1). Il corano aggiunge: «Quella fu davvero una prova luminosa!» (sura 37,106). Essa segna la vetta drammatica dell'esistenza di Abramo. Ma, mosso dalla fede, il patriarca supera la prova: sa «obbedire» (v. 18), rimanere «fedele» (Sir 44,20) e «mantenersi forte nonostante la sua tenerezza per il figlio» (Sap 10,5). La lettera agli Ebrei nota il contrasto tra la promessa iniziale di Dio riguardo alla discendenza e la richiesta attuale del sacrificio: «Per fede Abramo, messo alla prova, offrì Isacco e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unico figlio» (Eb 11,17). È per questo atto di obbedienza che la sua fede si mostra viva: «Abramo, nostro padre, non fu forse giustificato per le opere, quando offrì Isacco, suo figlio, sull'altare? Vedi che la fede cooperava con le opere di lui, e che per le opere quella fede divenne perfetta» (Gc 2,21-22).

«Amico di Dio» - (Gc 2,23; Is 41,8; 2Cr 20,7; Dn 3,35) -- Il titolo si giustifica per il fatto che Abramo non si attacca alla promessa di Dio, ma al Dio della promessa, il quale a sua volta si mostra fedele. Per un momento Dio sembra contraddirsi, ma è solo per confermare la sua parola a un vero amico, dimostratosi tale nell'ora della prova (Sir 6,7-8; 12,8-9; 37,4-5): «Io ti colmerò di benedizioni», «si diranno benedette nella tua discendenza tutte le nazioni della terra» (Gn 22,17-18; cf. Gn 12,2-3). Oltre alla «benedizione», vi sono altri elementi che collegano la vocazione iniziale di Abramo alla grande prova. Questa comincia con l'ordine: «Va' nel territorio di Moria» (v. 2). In ebraico c'è la forma intensiva del verbo andare all'imperativo come nella prima chiamata: «Lek-lekà», «va'-vàttene» (Gn 12,1; 22,2). Sembra dire che si tratta di una nuova chiamata. Abramo risponde con pronta disponibilità: «Eccomi!» (vv. 1.11). Simile nelle due chiamate è anche il verbo al futuro: «Io ti indicherò» (v. 2; cf. Gn 12,1: «Ti mostrerò»). Le attese non saranno deluse. Da una parte il patriarca aspetta i segni di Dio: «Abramo alzò gli occhi e vide» (vv. 4.13); dall'altra Dio interviene: sul Moria «il Signore vede […] si fa vedere» (v. 14). La prova è a lieto fine: Abramo, che aveva riso per la nascita di Isacco (cf. Gn 17,17), ora gode nel vederselo ridonato. Se prima sapeva che «nulla è impossibile a Dio» (Gn 18,14; cf. Lc 1,37), ora sa che «è capace anche di far risorgere dai morti» (Eb 11,19; cf. Rm 4,17). Nel figlio egli intravede il giorno del Messia: «Lo vide e se ne rallegrò» (Gv 8,56).

Orazione - Noi siamo testimoni della fedeltà del Signore quando nell'orazione diciamo: «O Dio [...] nel sacramento pasquale del Battesimo adempi la promessa fatta ad Abramo di renderlo padre di tutte le nazioni».


SALMO RESPONSORIALE Sal 15,5.8-11
Il salmista esprime profonda fiducia in Dio: la mia eredità, dice, non è un pezzo di terra, ma «il Signore» stesso; affidando a lui «la mia vita» (v. 5) mi assicuro l'immortalità (vv. 10-11a: uno dei rari testi dell'Antico Testamento su questo tema) e felicità senza fine (vv. 9.11b). Dio, che ferma il braccio di Abramo (Gn 22,12), lascia invece che il Figlio scenda «nel sepolcro»; là però non lo abbandona, ma con la risurrezione gli indica «il sentiero della vita» (v. 11a; cf. At 2,22-32).


TERZA LETTURA Es 14,15--15,1
Gli Israeliti camminarono sull'asciutto in mezzo al mare.

Leggere la Parola
Nel racconto si snodano due fili: uno è dato dal nesso comando / esecuzione, che si ripete due volte (14,15-18.21 e 14,26-27), l'altro riguarda la presenza dell'angelo e della colonna di nube e di fuoco (14,19-20.22-25). Alla fine i due fili s'intrecciano in un'esperienza memorabile, di segno opposto per gli oppressi e gli oppressori: questi periscono tutti in mezzo al mare, tanto che «non ne scampò neppure uno» (14,28), Israele invece cammina tra due muraglie di acqua (14,29) e arriva alla liberazione (14,30-31).

Comprendere la Parola
Comando ed esecuzione - Dio ha un piano di salvezza e ne è il protagonista principale. «Il Signore» è il soggetto di tutti i verbi seguenti: «Disse» (14,15.26), «risospinse il mare» (14,21), «gettò uno sguardo» (14,24), «frenò le ruote dei loro carri» (14,25), «travolse» gli egiziani (14,27), «salvò Israele» (14,30). In una parola: «Il Signore aveva agito» (14,31). Nella creazione Dio agisce da solo, nel passaggio del Mar Rosso esige invece la collaborazione del suo popolo: gli israeliti devono «riprendere il cammino» (14,15) ed entrare nel mare nonostante l'acqua «a destra e a sinistra» (14,22.29), Mosè deve «stendere la mano» eseguendo il comando divino (14,16 e 21. 26 e 27). Sant'Agostino direbbe anche qui: «Chi ti ha creato senza di te, non ti salverà senza di te».

La salvezza - Nell'esodo Israele sperimenta la liberazione dalla schiavitù. La contempla guardando in due direzioni: verso gli oppressori («Israele vide gli egiziani morti»: 14,30) e verso il liberatore («Israele vide la mano potente con la quale il Signore aveva agito»: 14,31). L'esperienza religiosa ha quindi due livelli, relativi ai contenuti del «vedere»: uno cade sotto i sensi (gli «egiziani morti»), l'altro resta nascosto (la «mano potente» del Signore). Riguardo a questo evento il salmo 76,20 dice: «Sul mare passava la tua via [...] e le tue orme rimasero invisibili». Ma visibili agli occhi della fede: il popolo «temette» e «credette» in Dio, riconoscendo anche il suo mediatore, Mosè (14,31).

La gloria - Lo scopo ultimo del piano di Dio è la rivelazione della sua gloria: «Così che [...] io dimostri la mia gloria» (14,17), «quando dimostrerò la mia gloria» (14,18b). La gloria è la manifestazione dell'identità divina («Io sono il Signore»: v. 18a) che si rende presente operando a favore del suo popolo. Si manifesta mediante realtà eccezionali, come «la colonna di nube» (14,19), «la colonna di fuoco e di nube» (14,24), «un forte vento d'oriente» (14,21) e tutto quanto serve allo scopo: fermare gli egiziani e permettere agli israeliti di attraversare il mare «sull'asciutto» (14,22.29). La gloria di Dio si rivela in misura tanto più grande quanto più piccolo è il contributo dato da Israele. Nel contesto precedente è detto che, vedendosi inseguiti dall'esercito egiziano, «gli israeliti ebbero grande paura e gridarono al Signore» (cf. Es 14,10): capiscono che lasciati a se stessi non si sarebbero salvati. Allora si rivela una «via di Dio», una costante del suo agire (DV 14.15): paradossalmente nella debolezza dell'uomo si manifesta meglio la potenza di Dio (2Cor 12,9). Questo vale sia in relazione a tutto il popolo – qui, come nel caso di Gedeone (Gdc 7,2), di Giuditta (Gdt 9,11) e dei Maccabei (1Mac 4,8-11; 2Mac 15,20-27) -- sia riguardo ai singoli (1Cor 1,27-31).

Il ricordo dell'esodo - Attraversa la Bibbia come l'evento fondante della storia d'Israele. Occorre raccontarlo di generazione in generazione (Dt 6,20-25; Sal 77). Fa parte del credo (Dt 26,5-10) e delle premesse per la rinnovazione dell'alleanza (Gs 24,5-7.25). È un motivo ricorrente nella preghiera (Sal 65,6; 73,13; 104,37-39; 105,7-12; 113A; 135,10-15; ecc.). Dio ne rivendica il merito (Sal 80,11) e l'attribuisce alla sua sapienza (Sap 10,15-21). Il Signore ne rinnova i prodigi quando fa uscire Israele da Babilonia (Is 43,16-21) e finalmente quando salva i seguaci dell'agnello (Ap 15,2-3).
Orazione -- La liturgia propone due orazioni in cui le acque del Mar Rosso sono collegate a quelle del battesimo. La prima accenna a un duplice passaggio: dagli «antichi prodigi» a «ora», e dal particolare all'universale: «O Dio, anche ai nostri tempi vediamo risplendere i tuoi antichi prodigi: ciò che facesti con la tua mano potente per liberare un solo popolo [...] ora lo compi attraverso l'acqua del Battesimo per la salvezza di tutti i popoli». La seconda identifica due simboli: «Il Mar Rosso è l'immagine del fonte battesimale e il popolo liberato dalla schiavitù è un simbolo del popolo cristiano».


SALMO RESPONSORIALE Es 15,1-7.17-18
L'esperienza di salvezza, raccontata dal testo precedente, diventa il «perché» (v. 1) della lode al Signore, visto come il Dio di famiglia – «il mio Dio, il Dio di mio padre» – il «guerriero» e il re (vv. 2.3.18), che ha mostrato la sua potenza nell'abbattere il nemico e nel far entrare il suo popolo nella terra promessa (vv. 6-7.17). Il «cantico di Mosè» sarà per eccellenza il canto dei salvati (cf. Ap 15,3ss.).


QUARTA LETTURA Is 54,5-14
Con affetto perenne il Signore, tuo redentore, ha avuto pietà di te.

Leggere la Parola
Il testo descrive il ritorno degli israeliti da Babilonia a Gerusalemme. Il Signore parla alla città santa senza nominarla. Usa due immagini: quella sponsale nella prima parte (vv. 5-10), quella architettonica nella seconda (vv. 11-14). Il tema nuziale è sviluppato anche altrove nella Bibbia, soprattutto in Osea; invece quello delle pietre preziose (vv. 11-12) appare qui per la prima volta e sarà ripreso in Ez 28,13 (applicato a Tiro) e in Ap 21,18-21 per la Gerusalemme celeste. Il discorso completo occupa l'intero capitolo 54 di Isaia, del quale la lettura liturgica tralascia i primi e gli ultimi versetti. I primi presentano l'intreccio dei due temi e il loro espandersi: la sterile avrà figli «numerosi», la tenda dovrà «allargarsi a destra e a sinistra» (Is 54,1-3).

Comprendere la Parola

«Ora» (v. 9) - La situazione alla base del testo è quella degli esuli appena rientrati in Palestina. Hanno di fronte Gerusalemme in rovina. Il benessere è ancora un sogno, come attesta la presenza dei verbi al futuro (vv. 12-14). In questa situazione il Signore promette la salvezza con due immagini vivaci.

«Ti raccoglierò» (v. 7) - La prima immagine: come la sposa, dopo un periodo di ripudio, viene ripresa, così il popolo viene raccolto dalla dispersione dell'esilio. È durato solo «un breve istante», «per un poco» (cinquant'anni; vv. 7-8): è stato «un impeto di collera» per l'amore tradito (v. 8). Allora Israele si è sentito come una donna che ha attraversato tutte le sventure: «abbandonata e con l'animo afflitto» (v. 6), «afflitta, percossa dal turbine, sconsolata» (v. 11). Ma il Signore ha deciso di riprendere la sposa – «ti ha richiamata il Signore » (v. 6) – e rifare l'«alleanza di pace» (v. 10; cf. Ez 34,25; 37,26). L'iniziativa di Dio è ispirata dall'amore, espresso con una serie di sinonimi: «pietà» (v. 8), «affetto» e «misericordia» (v. 10); rinforzato con aggettivi e simboli che ne dicono l'intensità, la durata e il punto di riferimento ideale: «con immenso amore» (v. 7), «con affetto perenne» (v. 8), stabile come «i monti e i colli» (v. 10), sotto l'arcobaleno della pace «come ai giorni di Noè» (v. 9).

«Farò» - L'altra immagine che incoraggia il ritorno a Gerusalemme è l'impegno del Signore a ricostruirla, dal basso all'alto e tutt'intorno: «le tue fondamenta», «la tua merlatura», «le tue porte», «tutta la tua cinta» (vv. 11.12), e con materiali pregiati: «stibio», «zaffiri», «rubini», «berilli» e altre «pietre preziose» (vv. 11.12). La città sarà splendida e tranquilla: non dovrà più temere altri tentativi di «oppressione» dall'esterno, perché «fondata sulla giustizia» (v. 14). La nuova Gerusalemme avrà non solo benessere materiale («Grande sarà la prosperità»: v. 13b) ma sarà anche una città-scuola: gli abitanti saranno tutti «discepoli del Signore» (v. 13a), come è previsto per i tempi della nuova alleanza (Ger 31,33-34; Gv 6,45).

«Il tuo Dio» (v. 6) - Il brano scelto dalla liturgia comincia con il v. 5, tralasciando la congiunzione iniziale «poiché»: nel testo originale essa introduce i nostri versetti come motivazione di quelli precedenti, che invitano alla gioia. Il senso è questo: motivo della gioia è Dio stesso, che mette i suoi titoli di grandezza («Signore degli eserciti» e «Dio di tutta la terra»: v. 5) a servizio di Israele. Tre affermazioni sono particolarmente significative: «Tuo sposo è il tuo creatore» (v. 5), «tuo redentore è il Santo di Israele» (v. 5; cf. v. 8), «il Signore che ti usa misericordia» (v. 10). In queste frasi il soggetto è Dio, presentato con alcuni grandi titoli, mentre il predicato è ciò che egli compie per Israele: il Creatore si fa sposo, il Santo si fa redentore, il Signore si fa misericordioso. In fondo tutte le affermazioni dicono che il grande si abbassa per amore.

Orazione - Collegandosi al titolo «Dio di tutta la terra» della lettura (cf. Is 54,5), l'orazione ha per orizzonte l'intera umanità: «O Dio, Padre di tutti gli uomini [...] aumenta il numero dei tuoi figli, perché la Chiesa veda pienamente adempiuto il disegno universale di salvezza».


SALMO RESPONSORIALE Sal 29,3-6.11-13
Il ritorno in Palestina dall'esilio babilonese è commentato dal salmo con varie immagini che esprimono un passaggio vitale: dalla malattia alla guarigione (v. 3), dalla tomba alla vita (v. 4), dal pianto alla gioia (v. 6), dal lamento alla danza (v. 12), dalla collera di Dio che «dura un istante», alla «sua bontà per tutta la vita» (v. 6; cf. Is 54,7-8).


QUINTA LETTURA Is 55,1-11
Venite a me, e vivrete; stabilirò per voi un'alleanza eterna.

Leggere la Parola

Il ritorno da Babilonia, momento determinante per l'esistenza d'Israele come popolo, è riconducibile esclusivamente all'iniziativa gratuita del Signore. Per esprimere questa verità, il profeta ricorre all'immagine di un mercato in cui si può prendere tutto gratuitamente, «senza denaro, senza pagare» (v. 1). L'unica condizione richiesta è avere un atteggiamento sapienziale indicato da vari verbi, riassunti nel «ritornare», che in ebraico significa convertirsi. Il profeta sembra giocare con questo verbo: gli israeliti devono «ritornare al Signore» (v. 7) se vogliono tornare alla loro terra. Questa è la volontà di Dio, la sua «parola», che raggiunge sempre lo scopo per cui è detta. La sua efficacia viene spiegata con fatti d'esperienza umana ben noti: «Non ritornerà a me senza effetto» (v. 11), come la pioggia e la neve «non ritornano» al cielo senza aver irrigato la terra (v. 10).

Comprendere la Parola
Il desiderio - La situazione dei destinatari è quella di un vivo desiderio, espresso con la metafora della sete: «O voi tutti assetati» (v. 1). Anche l'oggetto del desiderio è indicato da una serie di metafore relative a necessità vitali: «acqua, vino e latte, cose buone, cibi succulenti» (vv. 1-2). Fuori metafora, gli esiliati aspirano alla liberazione e al ritorno in patria. Ma anche questa realtà rimanda a un'altra più radicale, che è la salvezza: «La nostra sete di salvezza» (orazione), «Ecco, Dio è la mia salvezza» (Salmo responsoriale: Is 12,2).

Il dono - Come si potrà saziare un popolo che «non ha denaro» (v. 1)? La risposta parla di gratuità: «Mangiate […] senza denaro, senza pagare» (v. 1). Al contrario, i destinatari sono messi in guardia dal rischio di «spendere denaro per ciò che non è pane […] per ciò che non sazia» (v. 2). La realtà positiva, a cui le metafore alludono, non è solo il rimpatrio degli esiliati. Oltre a questo, Dio conferma «i favori assicurati a Davide» (v. 3b; cf. 2Sam 7,12-16; Sal 88,4) ed estende quel patto a tutto il popolo: «Io stabilirò per voi un'alleanza eterna» (v. 3). Come aveva reso rinomato il regno davidico (v. 4) -- emblematica è la visita della regina di Saba a Salomone (1Re 10) -- così ora il Signore vuol fare di Israele un polo di attrazione per gli altri popoli: «Accorreranno a te nazioni che non ti conoscevano» (v. 4; cf. Is 2,2-5; 60,1-14). Non per merito suo, ma per grazia: «A causa del Signore [...] che ti onora» (v. 4). Tutto questo fa parte del piano misterioso di Dio, dei suoi «pensieri» e delle sue «vie» (vv. 8-9), piano rivelato dalla sua «parola» che realizza efficacemente ciò che dice (vv. 11).

Le condizioni - Il dono ha un prezzo. Da parte del suo popolo Dio esige un atteggiamento di spirito che si articola in termini cari alla letteratura sapienziale: l'ascolto («Su, ascoltatemi»: v. 2; «porgete l'orecchio … ascoltate»: v. 3), la ricerca di Dio («cercate il Signore ... invocatelo»: v. 5) e la conversione («L'empio abbandoni la sua via e l'uomo iniquo i suoi pensieri; ritorni al Signore»: v. 7). Sugli aspetti della conversione (in ebraico teshuvà, «ritorno»), la tradizione biblica ha riflettuto a lungo. Qui presuppone tre cose. Primo, essere consapevoli della distanza tra i nostri «pensieri» e quelli di Dio («non sono» gli stessi, i suoi «sovrastano» di molto i nostri: vv. 7-9; cf. Mt 16,23). Secondo, sapere che il Signore non respinge chi torna a lui: certamente ha «misericordia di lui e […] largamente perdona» (v. 7). Terzo, non rimandare, non perdere l'occasione opportuna: «Mentre si fa trovare [...] mentre è vicino» (v. 5; cf. Is 49,8; 2Cor 6,1-2).

Orazione - Fonde insieme alcuni temi della lettura, attualizzati «oggi» nel mistero pasquale: la sete di salvezza, le vie di Dio, la sua gratuità e la promessa profetica, su cui poggia la nostra speranza. Dice: «O Dio [...] unica speranza del mondo, tu hai preannunziato con il messaggio dei profeti i misteri che oggi si compiono; ravviva la nostra sete di salvezza, perché soltanto per l'azione del tuo Spirito possiamo progredire nelle vie della tua giustizia».


SALMO RESPONSORIALE Is 12,2-6
Il cantico di Isaia richiama quello di Mosè: il ritorno da Babilonia è accostato all'uscita dall'Egitto, il secondo esodo al primo. Ambedue invitano alla lode, motivata dalla liberazione: «Mia forza e mio canto è il Signore; egli è stato la mia salvezza» (v. 2; cf. Es 15,2). L'esperienza positiva è accennata nel v. 1 (omesso nel testo liturgico): «Tu eri in collera con me, ma la tua collera si è calmata». Ritorna lo stesso passaggio dalla «collera» alla «pietà/bontà» che era comparso nella quarta lettura della veglia pasquale (Is 54,8) e nel relativo Salmo responsoriale (29,6). Il ritornello è preso da Is 12,3 (non riportato nella lettura): «Attingerete acqua con gioia alle sorgenti della salvezza».



SESTA LETTURA Bar 3,9-15.32--4,4
Cammina allo splendore della luce del Signore.

Leggere la Parola

La lettura è tratta da un poemetto dedicato alla sapienza (Bar 3,9--4,4), identificata con «il libro dei decreti di Dio», ovvero con la Torà, la «Legge» (4,1; cf. Dt 4,5-8; Sir 24,22-32). Il brano riguarda la causa dell'esilio e la via del ritorno. Baruc scrive in Babilonia, dove a un'assemblea di esiliati (Bar 1,1.3-4) pone la domanda cruciale: «Perché, Israele? Perché ti trovi in terra nemica […] in terra straniera?» (3,10; cf. 2Re 17,7-23). Nella liturgia penitenziale che precede il nostro testo (Bar 1,15--3,8) la risposta, ripetuta come un ritornello, era: «Perché non abbiamo ascoltato la voce del Signore» (1,18.19.21; 2,5.10.24; 3,4). Ora invece l'autore concentra l'attenzione sulla sapienza: «Tu hai abbandonato la fonte della sapienza!» (3,12; cf. Sir 1,1; Gb 28,12-28).

Comprendere la Parola
«Essa è» (4,1) - La «sapienza» ha vari nomi e attributi che ne dicono la natura: è «intelligenza», «prudenza» e «luce» (3,9.14; 4,2), racchiude in sé «i comandamenti della vita» (3,9), indica «la via di Dio» (3,13), s'identifica con la Bibbia, con «il libro dei decreti di Dio e la legge» (4,1), rivela «ciò che piace a Dio» (4,4). La lista comincia con l'intelligenza e finisce col cuore.

«La fonte della sapienza» (3,12) - La sapienza non viene dagli uomini (Bar 3,20-23.31: versetti tralasciati dal brano liturgico), ma da Dio, creatore dell'universo (3,32-35; v. 35!) e Dio di Israele (3,36): «Colui che sa tutto, la conosce e l'ha scrutata con la sua intelligenza» (3,32), «Egli ha scoperto ogni via della sapienza» (3,37), ne conosce «la dimora» e «i tesori» (3,15).

«L'ha data a Israele» (3,37) - La sapienza costituisce la «gloria» del popolo ebraico (4,3; cf. Dt 4,6-8), attraverso il quale la stessa Sapienza incarnata «è apparsa sulla terra e ha vissuto fra gli uomini» (3,38; cf. Gv 1,14; 1Cor 1,30). Per questo il profeta esclama: «Beati siamo noi, o Israele» (4,4)! La sapienza costituisce la somma dei suoi «privilegi» (4,3), ma comporta anche responsabilità, che determinano drammaticamente la storia di Israele. Se avesse agito secondo la parola di Dio avrebbe potuto vivere felice nella sua terra: «Avresti abitato per sempre nella pace» (3,13). Se invece ora si trova «in terra straniera» è perché è stato infedele al suo Dio: «Tu hai abbandonato la fonte della sapienza!» (3,10.12).

«La via della sapienza» (3,37) - Per tornare dall'esilio alla terra santa e godere quanto di meglio si può desiderare – «la vita» (3,9; 4,1), «la forza», «la longevità», «l'intelligenza», «la luce degli occhi e la pace» (3,14) – Israele deve convertirsi e riprendere a vivere secondo la sapienza, che Baruc immagina come una luminosa rete stradale: «camminare allo splendore della sua luce» (4,2), «camminare nella via di Dio» (3,13; cf. «via» e «sentieri» nei vv. 3,21.27 tralasciati dal brano liturgico).

«Impara dov'è» (3,14) - Se la via giusta è la sapienza, si capisce l'insistenza delle esortazioni, tutte all'imperativo: «Ascolta», «porgi l'orecchio» (3,9), «impara» (3,14), «ritorna e accoglila», «cammina» alla sua luce (4,2).

Orazione - Ha un chiaro aggancio con la lettura: durante l'esilio Israele si sente «in terra straniera» (3,10), in «una nazione straniera» (4,3); il battesimo invece forma un popolo che «prende i suoi cittadini da tutte le genti» (LG 13) e non si sente straniero in nessuna parte del mondo. Si direbbe che il mistero pasquale dà origine a un particolare tipo di globalizzazione: «O Dio, che accresci sempre la tua Chiesa chiamando nuovi figli da tutte le genti, custodisci nella tua protezione coloro che fai rinascere dall'acqua del Battesimo».


SALMO RESPONSORIALE Sal 18,8-11
Come tutti gli inni, il salmo 18 presenta due motivazioni di lode: la bellezza del creato (vv. 2-7) e la storia della salvezza (vv. 8-11). Ambedue gli elementi sono presenti anche nel libro di Baruc: la creazione (cf. Bar 3,32-35) e la rivelazione storica di «ciò che piace a Dio» (cf. 4,1-4). La liturgia sceglie la seconda parte del salmo 18 a commento della seconda parte della sesta lettura. La legge è indicata da cinque sinonimi («testimonianza», «precetti», «comandi», «timore», «giudizi del Signore»: vv. 8-10) e qualificata da una serie di predicati che dicono ciò che la sapienza è in se stessa e ciò che fa a noi (cf. ad esempio il v. 8: «È perfetta, rinfranca l'anima»), culminanti nei simboli di ciò che ha più valore e dolcezza, oro e miele, di cui i giudizi del Signore sono «più preziosi» e «più dolci» (v. 11).


SETTIMA LETTURA Ez 36,16-28
Vi aspergerò con acqua pura, e vi darò un cuore nuovo.

Leggere la Parola
La dimora di Israele in Palestina appartiene al passato («quando abitava la sua terra»: v. 17), mentre la situazione attuale è di diaspora «fra le nazioni [...] in altri territori» (v. 19). Passato e presente hanno in comune lo stesso disonore dato a Dio: allora Israele aveva offeso il Signore con «la sua condotta e le sue azioni» (v. 17.19), ora «profana» il suo nome santo con il fatto stesso di essere in esilio «fra le nazioni» (vv. 20.21.22.23). Per castigare il disonore passato, il Signore aveva «disperso» gli israeliti (vv. 19), per porre rimedio a quello presente li «raduna» di nuovo nella loro terra (v. 24). La descrizione del ritorno e dei doni connessi fa di questo testo uno dei più elevati e noti di Ezechiele.

Comprendere la Parola
L'esilio - È un castigo per il popolo del Signore, ma è anche un disonore per il Signore di questo popolo (vv. 20.22-23). Secondo la mentalità degli oppressori la fortuna di una nazione è legata alla potenza dei suoi dèi (Is 36,18-20). Perciò «davanti ai loro occhi» (v. 23) l'esilio depone contro il Dio di Israele, come se egli fosse stato infedele alla sua promessa di salvezza (Ez 20,9; Es 32,12) e come se si fosse dimostrato incapace di difendere i suoi protetti da chi li voleva «scacciare» da un paese, rivendicato come «suo» sia da Israele (v. 17) sia da Dio (v. 20).

Il protagonista e il fine - Nella situazione di esilio chi prende l'iniziativa del cambiamento è Dio, come risulta dalla serie impressionante di verbi in prima persona: «Io ho avuto riguardo» (v. 21), «io agisco» (v. 22), «santificherò / mostrerò» (v. 23), «vi prenderò / vi radunerò / vi condurrò» (v. 24), «vi aspergerò / vi purificherò» (v. 25), «vi darò / metterò dentro di voi / toglierò da voi» (v. 26), «porrò / vi farò vivere / vi farò osservare» (v. 27). Il fine che Dio vuole raggiungere è il suo onore, mostrare che egli è il vero Dio: «Io sono il Signore» (v. 23). La salvezza di Israele è solo un mezzo in vista di questo scopo: «Io agisco non per riguardo a voi, casa d'Israele, ma per amore del mio nome santo» (v. 22). D'altra parte, per ottenere la sua gloria Dio riversa su Israele grandi doni: il ritorno in patria, la purificazione dei peccati, il dono dello Spirito, il rinnovamento dell'alleanza.

Il ritorno - «Vi prenderò dalle nazioni, vi radunerò da ogni terra e vi condurrò sul vostro suolo» (v. 24). Il ritorno è la grande risurrezione promessa da un'altra profezia di Ezechiele: «Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi risuscito dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nel paese d'Israele» (Ez 37,12). Con il rovesciamento della situazione Dio vuole mostrare ai pagani due cose. Primo, l'esilio non è stato un segno della sua debolezza, come essi dicevano con disprezzo: «Costoro sono il popolo di Jhwh!» (v. 20; il tetragramma Jhwh, pronunciato Jahvè, tradotto con «il Signore», è il nome proprio del Dio di Israele, distinto da quello degli dèi degli altri popoli: cf. Es 3,14; Dt 4,7-8. 32-35). Secondo, il nuovo esodo ne dimostrerà la potenza: «Allora le genti sapranno che io sono Jhwh / il Signore» (v. 23), proprio come quello dall'Egitto: «Gli egiziani sapranno che io sono Jhwh / il Signore» (Es 14,18; i due esodi sono esplicitamente connessi in Is 43,14-21).

L'acqua e lo spirito - Perché il rimpatrio non sia solo un evento esteriore, un ritorno in Palestina per vivere di nuovo «secondo la condotta e le azioni» che hanno meritato l'esilio (vv. 17.19), Dio rinnova gli israeliti dal di dentro, togliendo e dando. Toglie i loro peccati mediante un'intima conversione, indicata dalla metafora dell'«acqua pura», e dona loro «un cuore nuovo» e «uno spirito nuovo» (vv. 25-26; cf. Ez 11,19-20; 18,31; Sal 50,9.12-13; Is 44,3), che li mette in grado di osservare la legge di Dio (v. 27).

L'alleanza - Sono poste così le basi della nuova alleanza (Ger 31,31.33). L'espressione finale: «Voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio» (v. 28) corrisponde all'antica formula dell'alleanza (cf. Es 6,7; Lv 26,12) che dice l'appartenenza reciproca dei due alleati, Dio e il suo popolo. L'alleanza è ora attuabile in base al dono del «cuore nuovo» e dello «spirito nuovo». Di fatto, si realizzerà definitivamente a Pentecoste (At 2; 2Cor 6,16) e si rivelerà pienamente nella Gerusalemme celeste (Ap 21,3).

Orazione - La liturgia propone due orazioni. Entrambe fanno appello all'amore misericordioso di Dio, che solo rende possibile «l'opera» di rinnovamento, di cui è figura il ritorno di Israele dall'esilio. La prima: «O Dio [...] compi l'opera predisposta nella tua misericordia: tutto il mondo veda e riconosca che ciò che è distrutto si ricostruisce, ciò che è invecchiato si rinnova e tutto ritorna alla sua integrità». La seconda: «O Dio [...] fa che comprendiamo l'opera del tuo amore per gli uomini, perché i doni che oggi riceviamo confermino in noi la speranza dei beni futuri». Analogamente anche la colletta parla di rinnovamento: «Dio [...] manifesta la tua presenza nei sacramenti del tuo amore, manda lo spirito di adozione a suscitare un popolo nuovo dal fonte battesimale».


SALMO RESPONSORIALE Sal 41,3.5; 42,3-4
Il ritorno nella terra santa è intensamente desiderato dall'orante, come l'acqua dall'assetato. Tra gli esiliati un sacerdote ricorda con nostalgia quando era a servizio della «casa di Dio, fra canti di gioia e di lode di una moltitudine in festa» (41,5) e anela di tornare sulla «santa montagna» (42,3), a Gerusalemme, dove tutto parla di «Dio» (il nome ricorre ben otto volte nei quattro versetti del salmo).


EPISTOLA Rm 6,3-11
Cristo risuscitato dai morti non muore più.

Leggere la Parola
Tra le precedenti letture e l'epistola si pone l'evento misterioso che celebriamo nella settimana santa: Gesù morto e risorto (vedi il titolo del libro). La domenica delle Palme e il venerdì santo hanno raccontato la sua passione e morte, l'Exultet della veglia pasquale ha annunciato la sua risurrezione. Le letture dell'Antico Testamento rimandano al tempo della preparazione, l'epistola a quello dell'attualizazione della Pasqua in noi oggi. Contiene l'esposizione più ampia del Nuovo Testamento sul sacramento del battesimo. Il suo significato si può riassumere in due affermazioni. La prima sta nell'introduzione alla rinnovazione delle promesse battesimali: «Per mezzo del battesimo siamo divenuti partecipi del mistero pasquale del Cristo». La seconda si trova in un testo fondamentale riguardante la Chiesa come «corpo di Cristo», di cui i fedeli diventano membra quando «vengono uniti al Cristo che ha sofferto la passione ed è stato glorificato»: «Mediante il battesimo veniamo conformati a Cristo … viene rappresentata e prodotta la nostra unione alla morte e risurrezione di Cristo» (LG 7).

Comprendere la Parola
«In Cristo Gesù» - Il rito del battesimo rappresenta la discesa di Cristo nel sepolcro e la sua ascesa alla vita attraverso la risurrezione. Secondo il senso del termine greco, battesimo significa «immersione», coerentemente all'uso cristiano dei primi tempi di immergere il battezzando nell'acqua. A questo segno corrisponde la realtà dell'essere «battezzati in Cristo Gesù», «battezzati nella sua morte» (v. 3), «sepolti insieme a lui nella morte» (v. 4). Come poi Cristo «fu risuscitato dai morti» (vv. 4.9), così il battezzato riemerge dall'acqua «in una una vita nuova» (v. 4): diventa una «creatura nuova» (2Cor 5,17), un «uomo nuovo» (Ef 2,15), «rinato dall'acqua e dallo Spirito» (Gv 3,5), «mediante un lavacro di rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito Santo» (Tt 3,5; cf. Ef 5,26).

«Con Cristo»- Il battesimo unisce il battezzato al Cristo pasquale, morto e risorto. L'unione è espressa da Paolo con la preposizione «con» e con le locuzioni «insieme a», «uniti a» (in greco ricorre sempre la stessa preposizione: syn): «sepolti insieme a lui» (v. 4), «intimamente uniti a lui» (v. 5), «l'uomo vecchio che è in noi è stato crocifisso con lui» (v. 6), «se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui» (v. 8). I verbi al passato indicano quanto è già avvenuto per grazia nel battesimo, quelli al futuro («saremo», «vivremo»: vv. 5.8) dicono che il rimanere nella comunione con Cristo è un compito che impegna tutta la vita.

«Viventi per Dio» - Il battesimo ci fa essere «in Cristo Gesù» (v. 11), entrare nella sua sfera di appartenenza. Ma Gesù non trattiene per sé: è «via» che conduce al Padre (Gv 14,6), ci fa «viventi per Dio» (v. 11). È lui il principio e il fine ultimo: la nostra vita è suscitata dal Padre e dedita a lui. Quanto al nostro rapporto con Cristo, Paolo nota una differenza: mentre Gesù è morto «una volta per tutte» e certamente «non muore più» (vv. 9-10), il cristiano può ancora morire spiritualmente commettendo peccati. Perciò esorta a «camminare in una vita nuova» (v. 4) e a rimanere protesi verso Dio (v. 11; Fil 3,13-14). La condizione che è data per grazia (verbi all'indicativo), dev'essere conservata con il nostro impegno (verbi all'imperativo). L'indicativo prevale nel brano presente (vv. 3-11), l'imperativo in quello seguente (non letto oggi: vv. 12-14): «Offrite voi stessi a Dio come vivi tornati dai morti» (v. 13).


SALMO RESPONSORIALE Sal 117,1-2.16-17.22-23
Un personaggio importante guida «il corteo» adornato «con rami frondosi» (Sal 117,27) e invita tutti al ringraziamento per aver superato un pericolo mortale: «Non morirò, resterò in vita» (v. 17). L'orante è testimone di un capovolgimento (v. 22) e lo attribuisce alla mano «destra» di Dio, alla sua potenza: «Questo è stato fatto dal Signore» (vv. 16a.23). Ha fatto l'esperienza di una «meraviglia» che apre i suoi «occhi» alla contemplazione delle molte «prodezze» (vv. 16b.23) compiute dall'«amore» di Dio (vv. 1-2: ritornello).


VANGELO Mt 28,1-10
È risorto e vi precede in Galilea.

Leggere la Parola
Elementi propri del racconto di Matteo sulla risurrezione di Gesù sono il terremoto, l'angelo e le guardie. L'angelo fa rotolare la pietra dal sepolcro sigillato (Mt 27,66) e vi si siede sopra in segno di dominio (v. 2b). Con il suo aspetto sfolgorante incute «spavento» alle guardie, ivi poste per incutere paura (v. 4)! Fa coraggio invece alle due donne (v. 5), «Maria di Màgdala e l'altra Maria», probabilmente la madre di Giacomo il minore (v. 1; cf. Mc 15,40; 16,1), invitandole a «guardare» il sepolcro vuoto (v. 6). Esse corrono a portare l'annuncio ai discepoli «con timore e gioia grande» (v. 8). Infine solo Matteo racconta l'«incontro» del Risorto con le donne (v. 9) e il duplice incarico affidato loro, prima dall'angelo e poi da Gesù, di «andare a dire» ai discepoli di recarsi «in Galilea» (vv. 7.10).

Comprendere la Parola
Segni apocalittici - L'espressione: «Ed ecco» (v. 2), molto frequente in Matteo, introduce un avvenimento sorprendente, reso qui clamoroso dai segni caratteristici dell'Apocalisse: «Un gran terremoto», «rotolò la pietra», «un angelo del Signore» il cui aspetto «era come folgore» e il cui vestito «bianco come la neve» (vv. 2-3). Sono segni di un intervento dall'alto, di fronte al quale non c'è potere umano che resista. La forza armata, che doveva custodire il morto nella tomba, vede saltare via la «pietra» con i suoi «sigilli» (v. 2; Mt 27,66) ed è colta dallo spavento: «Le guardie furono scosse e rimasero come morte» (v. 4). Nulla può opporsi alla potenza di Dio.

«È risorto» (v. 6)
- L'evento è spiegato alle donne mediante un angelo (un «angelo interprete», come altrove nella Bibbia) che annuncia: «È risorto!». Intorno al Vivente si forma in Matteo la più alta concentrazione di verbi di moto: «andarono a visitare» (v. 1), «venite, guardate» (v. 6), «andate a dire» (v. 7), «vi precede» (v. 7), «abbandonato in fretta [...] corsero» (v. 8), «venne loro incontro» (v. 9), «ed esse si avvicinarono» (v. 9), «andate ad annunziare [...] vadano» (v. 10). In Matteo le donne sono esplicitamente inviate ad annunciare ai discepoli che Gesù «è risorto dai morti » (v. 7). Esse eseguono la missione in modo esemplare, mettendo in evidenza l'atteggiamento interiore che anima tutto quel movimento: «In fretta [...] con timore e gioia grande [...] corsero a dare l'annuncio» (v. 8).

«Gesù venne loro incontro» (v. 9) - Le due donne, «Maria di Màgdala e l'altra Maria», sono le prime inviate a portare il messaggio pasquale, ma anche le prime ad avere un'apparizione di Gesù. Egli le saluta: «Salute a voi!» o meglio «Rallegratevi», secondo il verbo greco «chairete» (v. 9a) e tenendo conto del verbo seguente: «Non temete» (v. 10a). La reazione delle donne è piena di affetto e di fede: «Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono» (v. 9b). Gesù le incarica di annunciare ai discepoli (che chiama «miei fratelli» nonostante la loro fuga durante la passione) di recarsi in Galilea: «Là mi vedranno» (v. 10b; cf. v. 7: «Là lo vedrete»).


Attualizzare la Parola
La breve introduzione alle letture della veglia dice: «Meditiamo come nell'antica alleanza Dio salvò il suo popolo e nella pienezza dei tempi ha inviato il suo Figlio per la nostra redenzione». Confrontando le letture dell'Antico Testamento con il Vangelo della risurrezione vediamo un cambiamento nei «modi di agire di Dio con gli uomini» (DV 15). Scopriamo un volto nuovo di Dio che, potremmo dire, passa dall'amore della potenza alla potenza dell'amore. Se nella settima lettura il Signore dice: «Io agisco non per riguardo a voi, ma per amore del mio nome santo» (Ez 36,22), ora nel Credo professiamo: «Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo». Dio ha creato il mondo «in modo mirabile» con la potenza della sua parola, ora lo redime «in modo più mirabile» con l'impotenza del Verbo incarnato e crocifisso (orazione dopo la prima lettura). Nell'Antico Testamento ha operato «per manifestare la sua potenza» (Sal 105,8), ora manda il Figlio nell'umiliazione della croce per manifestare il suo amore (Gv 3,16; 1Gv 4,10; Fil 2,7). Perciò nell'Exultet cantiamo: «O immensità del tuo amore per noi! Per riscattare lo schiavo, hai sacrificato il Figlio!». Logica paradossale, di cui lo Spirito ci fa intuire la verità: «Ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini» (1Cor 1,25; cf. 1,21; 2,10). Dopo la passione il Padre opera di nuovo «con potenza» nella risurrezione del Figlio (cf. Rm 1,4; Col 2,12), che è «primizia» della nostra (1Cor 15,23). «Questa è la notte in cui Cristo risorge vincitore dal sepolcro»: è il messaggio dell'Exultet e il motivo dell'Alleluia, due elementi caratteristici della veglia pasquale.

Preghiera (Dall'Exultet)
In questa notte di grazia accogli, Padre santo,
il sacrificio di lode,
che la Chiesa ti offre per mano dei suoi ministri,
nella solenne liturgia del cero,
frutto del lavoro delle api, simbolo della nuova luce.
Ti preghiamo, dunque, Signore, che questo cero,
offerto in onore del tuo nome
per illuminare l'oscurità di questa notte,
risplenda di luce che mai si spegne.
Salga a te come profumo soave,
si confonda con le stelle del cielo.
Lo trovi acceso la stella del mattino,
questa stella che non conosce tramonto:
Cristo, tuo Figlio, che risuscitato dai morti
fa risplendere sugli uomini la sua luce serena
e vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.



da:
Giorgio Giurisato, Morto e risorto. Commento alle letture bibliche della settimana santa
Edizioni Messaggero Padova, 2008, pg. 102-155



 

 

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