GIOVEDI' SANTO
CENA DEL SIGNORE

Giorgio Giurisato


PRIMA LETTURA Es 12,1-8.11-14 Prescrizioni per la cena pasquale.


Leggere la Parola
Tra l'annuncio della decima piaga (la morte dei primogeniti: cf. Es 11) e il suo compimento (cf. Es 12,29-34) il libro dell'Esodo inserisce l'istituzione della Pasqua, la festa principale del popolo ebraico. Forse originariamente era una festa di pastori, ma gli ebrei le hanno conferito un senso nuovo, legato alla loro storia: è la festa che ricorda l'uscita dall'Egitto, il passaggio dalla schiavitù alla libertà, visto come un atto di salvezza operato da Dio.

Non si sa da che cosa derivi la parola «pasqua»; in questo testo è interpretata come «passaggio»: in Egitto il Signore «è passato oltre» senza colpire le case degli ebrei segnate con il sangue dell'agnello (v. 13; cf. Es 12,22-23).

 
  [In quei giorni], 1il Signore disse a Mosè e ad Aronne in terra d'Egitto: «Questo mese sarà per voi l'inizio dei mesi, sarà per voi il primo mese dell'anno. Parlate a tutta la comunità d'Israele e dite: "Il dieci di questo mese ciascuno si procuri un agnello per famiglia, un agnello per casa. Se la famiglia fosse troppo piccola per un agnello, si unirà al vicino, il più prossimo alla sua casa, secondo il numero delle persone; calcolerete come dovrà essere l'agnello secondo quanto ciascuno può mangiarne. Il vostro agnello sia senza difetto, maschio, nato nell'anno; potrete sceglierlo tra le pecore o tra le capre e lo conserverete fino al quattordici di questo mese: allora tutta l'assemblea della comunità d'Israele lo immolerà al tramonto. Preso un po' del suo sangue, lo porranno sui due stipiti e sull'architrave delle case nelle quali lo mangeranno. In quella notte ne mangeranno la carne arrostita al fuoco; la mangeranno con azzimi e con erbe amare. Ecco in qual modo lo mangerete: con i fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano; lo mangerete in fretta. È la Pasqua del Signore! In quella notte io passerò per la terra d'Egitto e colpirò ogni primogenito nella terra d'Egitto, uomo o animale; così farò giustizia di tutti gli dèi dell'Egitto. Io sono il Signore! Il sangue sulle case dove vi troverete servirà da segno in vostro favore: io vedrò il sangue e passerò oltre; non vi sarà tra voi flagello di sterminio quando io colpirò la terra d'Egitto. Questo giorno sarà per voi un memoriale; lo celebrerete come festa del Signore: di generazione in generazione lo celebrerete come un rito perenne"».

Comprendere la Parola

Storia e rito - Il testo fonde insieme il «racconto» dell'uscita dall'Egitto con il «rito» della prima Pasqua (v. 14; cf. Es 12,17.24), che in realtà venne codificato molto tempo dopo l'esodo. La fusione dei due aspetti è significativa: mostra che per la mentalità ebraica il rito attualizza l'evento; ciò è importante per comprendere i sacramenti. La Pasqua si celebra con un banchetto di festa in famiglia, dove anche i tratti dei commensali devono ricordare le circostanze dell'esodo: «Con i fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano … in fretta» (v. 11). La celebrazione è «un memoriale» (v. 14), un ricordo che rende presente l'evento storico, per cui è sempre un'esperienza di liberazione, anche se si è in una situazione di oppressione: per il testo, infatti, gli ebrei sono ancora in Egitto. Chi fa memoria è, da una parte, Dio stesso che ha liberato Israele e porta avanti la sua opera di salvezza; dall'altra è tutto il popolo, che ricordando i benefici ricevuti ringrazia con gioia e continua a credere e a sperare in Dio suo salvatore. È quindi una celebrazione religiosa, una «festa del Signore» (v. 14).

Il calendario - La Pasqua ebraica si celebra il quattordici del primo mese dell'anno, chiamato Abib (Dt 16,1) o Nisan (Est 3,7), a cavallo tra marzo e aprile. Si insiste sul mese: «Questo mese», «l'inizio dei mesi», «il primo mese» (v. 2) e sulla data precisa: «Il dieci di questo mese» (v. 3), «il quattordici di questo mese» (v. 6a), «al tramonto» (v. 6b; Dt 16,6 aggiunge: «Al tramonto del sole, nell'ora in cui sei uscito dall'Egitto»), «in quella notte» (vv. 8.12). La celebrazione annuale di questa data (è «un rito perenne») rimanda al passato (è «un memoriale») e al futuro («di generazione in generazione»: v. 14). Lungo tutta la storia, quindi, Dio interviene a favore del suo popolo («In vostro favore»: v. 13; «per voi»: vv. 2.14). Egli stesso si presenta come il grande protagonista: «Io sono il Signore!» (v. 12).

L'agnello - È il cibo tipico della cena pasquale (v. 3). Il racconto precisa alcuni aspetti: quale agnello («senza difetto, maschio, nato nell'anno»: v. 5), come cucinarlo e mangiarlo («arrostito al fuoco, con azzimi e con erbe amare»: v. 8). Per i cristiani l'agnello pasquale è Gesù: «Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato» (1Cor 5,7). Giovanni nota la coincidenza tra l'ora in cui si uccidevano gli agnelli nel tempio e la crocifissione (Gv 19,14-16), come anche il compimento di una prescrizione specifica riguardante l'agnello pasquale: «Non gli sarà spezzato alcun osso» (Gv 19,33.36; cf. Es 12,46).


SECONDA LETTURA 1Cor 11,23-26
Ogni volta che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore.

Leggere la Parola
La prima lettera ai Corinzi, scritta intorno all'anno 55 d.C., prima della redazione definitiva dei vangeli, contiene il più antico racconto dell'istituzione eucaristica. L'apostolo è portatore di una tradizione che risale al Signore stesso («Ho ricevuto» / «Ho trasmesso»: v. 23). Paolo è più vicino a Luca che agli altri sinottici, per tre motivi: nota il valore sacrificale della morte di Gesù («il mio corpo, che è per voi»: v. 24; cf. Lc 22,19: «dato per voi»); riporta l'espressione: «Nuova Alleanza nel mio sangue» (v. 25; cf. Lc 22,20) e l'altra: «Fate questo in memoria di me» (vv. 24.25; cf. Lc 22,19).

[Fratelli,], io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me». Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me». Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga.

Comprendere la Parola
Il brano contiene gli aspetti essenziali dell'eucaristia, che la colletta della messa sintetizza nei seguenti titoli: «la santa cena», «il nuovo ed eterno sacrificio», «convito nuziale del suo amore», «pienezza di carità e di vita».

«La santa cena» - L'eucaristia viene istituita durante un pasto («Prese del pane»: v. 23; «Dopo aver cenato, prese anche il calice»: v. 25) e conserva la forma di un pasto conviviale («Mangiate» / «Bevete»: v. 26) che il concilio Vaticano II definisce: «Convito pasquale» (SC 47). Nel contesto del brano Paolo dice che è «la mensa del Signore» (1Cor 10,21). Ci richiama alla memoria il banchetto messianico di cui parla Isaia (Is 25,6-10a) ed è anticipazione del «convito nuziale» del regno (Mt 22,2; 25,1; Ap 19,7; cf. Lc 13,29; 22,16).

«Il nuovo ed eterno sacrificio» - Durante l'ultima cena si attua un paradosso: Gesù vince il male col bene. «Nella notte in cui veniva tradito» dice: «Questo è il mio corpo, che è per voi» (vv. 23.24). Il testo parallelo di Lc 22,19 aggiunge il verbo dare: «dato per voi»; in greco dare e tradire hanno la stessa radice (didômi, paradidômi), così Luca accosta i termini contrapposti del paradosso: Gesù tradito si dona. Nell'eucaristia si «annuncia la morte del Signore» (v. 26), frutto del tradimento, ma trasformata da Gesù in un dono, «fatto una volta per tutte offrendo se stesso» (Eb 7,27) «per voi» (v. 24; cf. Eb 6,20; 9,24), compiendo così «un solo sacrificio» di valore eterno e universale (Eb 9,12.26.28; 10,10.12). Sul sacrificio di Cristo è fondata la chiesa: «sacrificio, nel quale mirabilmente nasce e si edifica sempre la tua chiesa» (orazione sopra le offerte, domenica di Pasqua; il tema è sviluppato dall'enciclica di Giovanni Paolo II, Ecclesia de eucharistia).

«La nuova alleanza» - Si spiega alla luce dell'antica. Mosè la concluse leggendo il decalogo, che ne fissa le condizioni, e facendo una duplice aspersione con il sangue dei giovenchi appena sacrificati. Metà lo versò sull'altare e metà sul popolo, dicendo: «Ecco il sangue dell'alleanza» (Es 24,3-8). Istituendo l'eucaristia, Gesù si rifà a questo rito. Abbiamo due formulazioni: Mt e Mc, da una parte, Lc e 1Cor dall'altra. Mt 26,28 dice: «Questo è il mio sangue dell'alleanza, che è versato per molti per il perdono dei peccati». Analogamente Mc 14,24: «Questo è il mio sangue dell'alleanza, che è versato per molti». È chiaro il riferimento al gesto e alle parole di Mosè, ma con un'enorme differenza: l'alleanza non è più sancita con il sangue di animali, ma con quello di Cristo. Vediamo gli altri due. Lc 22,20 dice: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi». Analogamente 1Cor 11,25: «Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue». Lc e 1Cor si riferiscono, come Mt e Mc, al «sangue» dell'antica alleanza (Es 24,8), ma, in più, anche al compimento della «nuova alleanza» profetizzata da Ger 31,31-34. Il vino di quel calice è quindi il sangue di Gesù, che è versato in sacrificio per noi e sancisce la nuova ed eterna alleanza (Eb 9,11--10,18).

«In memoria di me» - L'espressione è importante: torna due volte (vv. 24.25; una volta sola invece nel testo parallelo di Lc 22,19). Nella prima lettura odierna il contenuto del memoriale è l'esodo (Es 12,14), qui è Cristo stesso. L'eucaristia è memoriale di colui che sta al centro della storia della salvezza (le Scritture sono letteralmente «intorno a lui»: Lc 24,27; «intorno a me»: Gv 5,39). Memoriale supremo, perché i doni di Dio all'umanità raggiungono il vertice nel dono del Figlio (Gv 3,16; 1Gv 3,16). Fino al suo ritorno alla fine della storia occorre far memoria di lui: «Tenere fisso lo sguardo su Gesù» (Eb 3,1; 12,2), su «questo Gesù» (At 2,32) che ha stabilito tra Dio e noi la nuova alleanza, inaugurata «non con sangue di capri e di vitelli, ma con il proprio sangue» (Eb 9,12-15).


VANGELO Gv 13,1-15 Li amò sino alla fine.

Leggere la Parola
Giovanni è tutto proteso verso l'«ora», punto culminante della vita di Gesù: alle nozze di Cana l'ora «non è ancora venuta» (Gv 2,4), nell'ultima cena invece «era venuta» (v. 1). Il banchetto si apre con una presa di coscienza di Gesù sulle coordinate della sua identità («sapendo»: vv. 1.3): la linea verticale verso il Padre e orizzontale verso i discepoli. Questa si riassume nel verbo «amare», di cui è segno eloquente la lavanda dei piedi. Al posto dell'istituzione eucaristica l'evangelista racconta un gesto di servizio, che si comprende più a fondo con le parole pronunciate da Gesù nell'ultima cena e riportate da Luca: «Io sono in mezzo a voi come colui che serve» (Lc 22,27).

Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine. Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell'acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l'asciugamano di cui si era cinto. 6Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo». Gli disse Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!». Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti». Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete puri». Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi».

Comprendere la Parola
Il contesto - Quello esteriore è relativo allo spazio (Gesù siede «a tavola» con i suoi discepoli: vv. 4.12) e al tempo («Prima della festa di Pasqua»: v. 1). Spesso nel Vangelo di Giovanni la rivelazione dell'identità di Gesù è legata a una festa giudaica (ad esempio la Dedicazione del tempio: Gv 10,22). Qui la Pasqua è collegata al fatto che per Gesù è l'ora di «passare» da questo mondo al Padre (v. 1; cf. Es 12,12). Il contesto interiore è dato dal verbo «sapere» che, come altre volte (Gv 18,4; 19,28), mette in rilievo la piena consapevolezza di Gesù. Ha un triplice contenuto: il senso del tempo («Sapendo che era venuta la sua ora»: v. 1); il rapporto d'amore di Gesù verso i discepoli («Avendo amato i suoi … li amò fino alla fine»: v. 1), non escluso Giuda che lo tradiva («Sapeva chi lo tradiva»: vv. 2.11); il suo rapporto di comunione con il Padre («Sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava»: v. 3).

Il gesto - In quel contesto solenne Gesù compie un gesto umilissimo. Inverte le parti: non sono i discepoli che lavano i piedi al Maestro, ma il Maestro ai discepoli, compreso Giuda (vv. 2.11) e Pietro (vv. 6-10), che lascia cadere le sue obiezioni davanti all'argomento della comunione con Gesù («Se non ti laverò, non avrai parte con me»: v. 8). Il gesto contiene due messaggi, che Gesù espone in due momenti: di fronte alle resistenze di Pietro (v. 10) e quando «sedette di nuovo» (v. 12).

Il primo messaggio – Riguarda la passione, di cui la lavanda dei piedi è un segno profetico. La spiegazione è contenuta nel detto enigmatico: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti. Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: Non tutti siete puri» (vv. 10-11). È uno dei testi più difficili del Vangelo di Giovanni. A prima vista appare illogico, per cui tanti esegeti, sulla base di alcuni manoscritti, saltano le parole «non ha bisogno di lavarsi se non i piedi» e leggono semplicemente: «Chi ha fatto il bagno […] è tutto puro». Ma le fonti ebraiche antiche e le recenti scoperte archeologiche documentano la prassi seguente: i pellegrini, dopo aver fatto il bagno rituale di purificazione (a cui accenna Gv 11,55), si dovevano di nuovo lavare i piedi prima di salire al tempio. Nell'ultima cena Gesù compie questo secondo bagno lavando i piedi ai discepoli. Di fronte alle resistenze di Pietro, Gesù spiega il duplice bagno tradizionale. Anzitutto ricorda la prassi giudaica: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro». Poi interpreta quella prassi in riferimento a se stesso: «Voi siete puri, ma non tutti. Sapeva infatti chi lo tradiva». A questo punto non si tratta più della purità rituale intesa dalla tradizione, ma di un'altra purità, definita in rapporto al tradimento: se Giuda non è puro perché tradisce Gesù, puro è chi lo accoglie («Chi mi accoglie»: v. 20).
Il bagno completo è accogliere Gesù in generale, come hanno fatto tutti, eccetto Giuda: «Voi siete puri, ma non tutti»; quello parziale è accettare quel Gesù che lava i piedi, al quale invece Pietro si oppone. Nell'ultima cena Pietro reagisce come a Cesarea di Filippo. Là, dopo la famosa professione di fede: «Tu sei il Messia, il Figlio del Dio vivente», Gesù aveva aggiunto che questo Messia doveva «soffrire molto ed essere ucciso […] Allora Pietro si mise a rimproverarlo» (Mt 16,16.21-23). A questa reazione di Pietro, come a quella dell'ultima cena, la risposta di Gesù è ugualmente dura: allora aveva trattato Pietro da «satana», ora gli minaccia la pena più grave: «Se […] non avrai parte con me» (v.8). Accettare il Gesù che lava i piedi è accogliere il Gesù della passione, di cui la lavanda dei piedi è un preannuncio. Si tratta quindi di accogliere non solo il Gesù potente, a cui «il Padre aveva dato tutto nelle mani» (v. 3), ma anche «questo Gesù» (At 2,32), il Gesù umile che lava i piedi come segno di amore e profezia della passione.

Il secondo messaggio -
Riguarda l'amore che si esprime nel servizio (vv. 12-17 qui riportati solo in parte). Nella logica dell'incarnazione «il Maestro e il Signore» (v. 13) «si svuota e si umilia» (Fil 2,7-8) nel lavare i piedi, riempiendo di dignità e di amore le azioni con cui i discepoli si servono «gli uni gli altri» (v. 14). Luca non ha la lavanda dei piedi, ma nel racconto dell'ultima cena, riporta le parole di Gesù: «Io sono in mezzo a voi come colui che serve» (Lc 22,27). Lavare i piedi è un gesto di servizio che annuncia la passione, quando Gesù lava i nostri peccati col «dare la propria vita in riscatto per molti» (Mc 10,45).

Attualizzare la Parola
Giovedì santo - La liturgia di oggi ci ricorda tre doni di Gesù: l'eucaristia, il sacerdozio, il comandamento nuovo. a) La cena ebraica (prima lettura) ricorda le «meraviglie» compiute da Dio nell'esodo d'Israele dall'Egitto (Es 15,11). Per noi cristiani la storia della salvezza, che comprende sempre quelle «grandi opere» (Sal 110,2.4), è andata avanti e culmina in Gesù, il vero agnello pasquale, l'agnello di Dio. Nell'istituzione dell'eucaristia (seconda lettura) il pane e il vino, per la potenza della parola di Gesù, diventano il suo corpo e il suo sangue. b) Agli apostoli il Maestro ha dato l'ordine e il potere di ricordare il suo gesto e le sue parole «in memoria» di lui, rendendolo presente nel segno sacramentale del pane e del vino. c) Inseparabile dall'eucaristia è il comandamento nuovo, che scaturisce dall'amore di Gesù e suscita il nostro amore verso di lui e verso i fratelli: «Come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (Gv 13,34; cf. 13,1.15; 15,12-14).

Preghiera (Pange lingua)
Pange língua gloriósi
Córporis mystérium,
Sanguinísque pretiósi,
Quem in mundi prétium
fructus ventris generósi
Rex effúdit géntium.

Nobis datus, nobis natus
ex intácta Vírgine,
et in mundo conversátus,
sparso verbi sémine,
sui moras incolátus
miro cláusit órdine.

In suprémae nocte cenae
recúmbens cum frátribus,
observáta lege plene
cibis in legálibus,
cibum turbae duodénae
se dat suis mánibus.

Verbum caro panem verum
verbo carnem éfficit:
fitque sanguis Christi merum.
Et si sensus déficit,
ad firmándum cor sincérum
sola fides súfficit.

Tantum ergo Sacraméntum
venerémur cérnui:
et antícuum documéntum
novo cedat rítui:
praestet fides suppleméntum
sénsuum deféctui.

Genitóri, Genitóque
laus et jubilátio,
salus, hónor, virtus quoque
sit et benedíctio:
procedénti ad utróque
cómpar sit laudátio.
Amen.
Canta, o lingua,il gran mistero
di quel Corpo glorioso
e del sangue prezioso
frutto di fecondo seno,
che per riscattare il mondo
delle genti effuse il Re.

A noi dato, per noi nato
dalla Vergine illibata,
visse qui tra noi spargendo
la semente del suo verbo,
e in mirabile forma chiuse
la dimora sua quaggiù.

Nella notte della Cena,
coi fratelli a mensa assiso
con i cibi della legge
dell'Antico testamento
agli aspostoli se stesso
in bevanda e in cibo dié.

Il divin Verbo incarnato
muta il pane nel suo Corpo
ed il vino nel suo Sangue;
ciò che il senso non afferra
solo una profonda fede
può accerttare un cuor sincer.

Così eccelso Sacramento
in ginocchio adoriamo,
e l'Antico Testamento
ceda il passo al nuovo Rito,
dia la fede il suo sostegno
a recondita realtà.

All'Eterno Padre e al Figlio
sia la gloria e la potenza,
il dominio e la virtù;
alla Carità infinita
dello Spirito Paraclito
ogni lode e eterno Amor.
Amen.



da:
Giorgio Giurisato, Morto e risorto. Commento alle letture bibliche della settimana santa
Edizioni Messaggero Padova, 2008, pg. 75-87



 

 

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