ITALIA - DELEGAZIONE DELLA LOMBARDIA



NELLE TUE MANI CONSEGNO LA MIA VITA

Da inesperta qual sono nel campo medico, sapevo solo che tutti i vocaboli che hanno per desinenza ‘-oma’ hanno a che fare con il cancro, un vocabolo che leggevo ogni ventuno giorni (se i vari esami erano nei limiti) al day hospital per la chemioterapia. Lì, con tante persone di diverse età, in camera a due letti, per sei lunghe ore, una flebo di seguito all’altra, ci veniva iniettata una serie di farmaci (da me definiti veleni) che avevano lo scopo di sconfiggere la malattia del secolo: il cancro. Nel silenzio di quelle ore che non passano, scandite dal bip della pompa volumetrica, puoi solo pregare, meditare, accogliere.

Carcinoma... frammenti totalmente tumorali... «Che botta! », avrebbero detto i miei alunni.
Lo dico anch’io; ho proprio ricevuto un’inaspettata botta quando, accompagnata dalla caposala del «Sacro Cuore », mi sono sentita dire la diagnosi e l’urgenza dell’intervento che dovevo subire. Non oso dire ‘mi è crollato il mondo addosso’, perché la mia vita è stata scandita da sofferenze più grandi e gravi, che non sto ad elencare. Ma, in pochi minuti, ti si ribalta tutto.


 

L’intervento è stato molto lungo, la ferita suturata è come la cerniera del mio golfino. Sei bisognosa di tutto e ditutti: ringrazio le suore della comunità che mi sono state vicine, tutte, nei modi loro possibili.

In oncologia si annullano tutte le differenze, si condividono tante cose, si prega perché ci trovino le vene per i prelievi, ci si sente indifesi, pallidi, di quel pallore che ci fa meditare la morte; non sei più quella di prima, non riesci più a raccogliere le cose che ti cadono per l’insensibilità alle mani, agli arti inferiori dolori fortissimi che neppure il più potente antidolorifico riesce a calmare, hai lividi ovunque per tutti i tentativi fatti per trovare quella vena che permetta il prelievo, e preghi... il respiro ti manca (anche se non fai sforzi), ti senti stanca senza aver fatto nulla. Poi aspetti il consulto e il risultato dell’esame istologico. Senza dover dire nulla, chi ti guarda capisce da sé che sei malata: non ce la fai a parlare per lungo tempo perché fisicamente non ci riesci, ti pesa tutto (anche le piccole cose), provi fastidio ad avere per molto tempo le persone lì con te, perché la stanchezza che provi non ti fa godere della loro presenza, perché sei sfinita...


Tralascio di elencare la lunga serie degli effetti collaterali della chemioterapia (devastanti per me).
Un conto è sentir parlare di chemio, un altro provarla sulla propria pelle. «La vita: un dono sempre». L’accento posto sul ‘sempre’ suona come una provocazione.


A una prima considerazione, infatti, la vita non sempre ci appare come un dono.
Ci sono i momenti della gioia, dell’operosità, dell’amicizia, della prosperità: questi volentieri li accogliamo come un dono, anche se, a dire il vero, la carica esuberante, che proviene da questi momenti, ci espone alla tentazione di considerarli come un nostro possesso, come un frutto della nostra efficienza.
Poi vengono i momenti dell’inerzia, della malattia, della solitudine, della sofferenza: questi non ci sembrano un dono, ma intervalli strani e oscuri della vita da abbreviare il più possibile e da dimenticare subito. E quando non si riesce a cancellarli ce li portiamo dentro come un peso che ci inquieta, ci amareggia, ci toglie il gusto di vivere. A me questa inerzia forzata dovuta alla malattia permette di trasformare i dolori della vita in occasione di servizio e di testimonianza di fede.

La forza mi viene dalla preghiera, un’implorazione sofferta, che talvolta mi angoscia fino alle lacrime:
«
Nelle tue mani, Signore, riconsegno la mia vita». Una lode balbettata sale dalla mia miseria, ma diventa, poco a poco, sorgente di ‘gioia’ zampillante per tutta la mia vita.

Un proverbio indiano parla di quattro stadi nella vita dell’uomo:
- il primo è quello nel quale si impara;
- il secondo è quello nel quale si insegna e si servono gli altri, mettendo a punto ciò che si è;
- il terzo è quello del silenzio, della riflessione, del ripensamento;
- il quarto è quello del dipendere da altri, quello che non avremmo mai voluto, ma che viene e al quale dobbiamo prepararci.
È la grande fatica del rappacificare il proprio cuore, dell’accogliersi; il vero problema non è mai quello che gli altri ci accolgano, ma che ciascuno di noi arrivi ad accogliere se stesso. «Signore, aiutami!».

Mi è rimasta nel cuore una grande nostalgia per la scuola, dove ho trascorso tanti anni; un luogo ben ancorato al presente ma tutto proteso al futuro: il mondo dei giovani con cui discutere, cercare, costruire e affidare la vita. Ora anche questo mondo si è eclissato dal mio orizzonte.
Ma nel mio cuore, nella mia preghiera e nella mia offerta rimane vivo il desiderio «che abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

suor Paola Arosio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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