ITALIA - DELEGAZIONE CENTRO-SUD ITALIA


TERRA BUONA DEL MYANMAR


Custodisco in me profonda gioia, forte nostalgia, infinita gratitudine e la ferma consapevolezza di essere stata, durante la breve ma intensa esperienza vissuta in Myanmar, continuamente accudita dalla tenerezza di Dio che si è manifestata in tante occasioni inattese, oltre che nella sempre sorprendente cura, disponibilità, carità delle sorelle di questa terra lontana eppure tanto familiare (a volte avevo la sensazione di essere a casa). Tra i vari angeli custodi riconosco suor Bibiana, che mi ha accolta al mio arrivo, ha spiegato, ha tradotto, mi ha accompagnata a Taunggyi e poi nella splendida visita a Loilem.
Con lei ringrazio, ovviamente, suor Catherine, superiora provinciale, che in più di un’occasione si è privata della preziosa collaborazione della sua segretaria e che, a sua volta, mi ha dedicato tempo ed energie; e poi, grazie a tutte le altre sorelle.

Mi sono sentita sorretta, custodita, illuminata in ogni momento, dal viaggio di andata (e ancor prima per le mille premure di chi ha disposto tutto, di chi ha preparato i doni e mi ha 'sostenuta', di chi mi ha accompagnata, di chi mi ha dato suggerimenti e indicazioni...) all’arrivo nella splendida comunità di Yangon dove, con grande gioia, ho riabbracciato suor Martina, con la quale ho frequentato il seminario internazionale di Storia e di Spiritualità dell’Istituto; sono stata sostenuta perfino dalla presenza di don Renzo, un sacerdote italiano con cui ho condiviso, in varie occasioni, lo stupore, le impressioni, le riflessioni, fino al ritorno a Bari.

La quotidiana testimonianza di carità, oltre che la cordiale accoglienza di suor Natalina e di tutta la comunità che mi ha ospitata per la maggior parte del tempo, ha consolidato ancor più la mia stima, l’affetto e la gratitudine per la famiglia di cui faccio parte che ha prestato e presta mani preziose al ‘Seminatore’ in questa 'terra buona' del Myanmar. Terra di contraddizioni grandi, incontaminata per certi versi, segnata da macchie orribili per altri; terra di pace e di violenza; di delicatezza, armonia, soavità e garbo da una parte, di inaudita durezza, aggressività, prepotenza dall’altra; terra di solidarietà e di chiusura; custode di tradizioni e incalzata dal fascino prepotente della 'modernità'.
Terra delle relazioni semplici e accoglienti e, nel contempo, estremamente complessa; terra che necessita di aprirsi al nuovo senza che questo fagociti, come è solito fare, valori troppo preziosi, altrove ormai rari.


 

 


Terra ricchissima e poverissima, sede di cultura millenaria, piena di diamanti, colma di acqua, eppure troppo assetata. Le nostre sorelle, tutte figlie di questa terra benedetta, conoscono queste contraddizioni, amano e valorizzano le sue risorse, desiderano arginare le difficoltà, portano la Parola di speranza, Gesù redentore, nelle loro umili parole, nei loro semplici gesti. Promotrici di vita, curano le più fragili delle esistenze con grande devozione e amore, e contagiano altri.
Lo spettacolo si ripete ogni giorno: suore che con irriducibile entusiasmo sorridono, accolgono, abbracciano, curano bambini, disabili di ogni tipo, e questi, a loro volta, alimentano ed esprimono il loro prezioso e sincero affetto senza vergognarsi di dichiarare che le suore sono la loro ‘mamma’, come allegramente le chiamano i più piccoli.

La conferma maggiore della preziosità della loro presenza è che in 'famiglia' tutti usano la stessa delicatezza di relazione, la stessa solidarietà, mettendo ciascuno a disposizione degli altri tutto ciò che può.

La mia contemplazione inizia al mattino quando due sordocieche arrivano, l’una aggrappata all’altra, alla sedia malridotta di una donna senza gambe; continua scrutando il cieco tuttofare a cui ricorrono bimbi e adulti. Nel poco tempo a disposizione sta dinanzi alla statua della Madonna, raccolto in intensa preghiera. Le bambine gareggiano per ricevere un passaggio sulla sedia a rotelle di Teresa, la loro coordinatrice. Emilia è attenta a tutti.
Chi non è capace di esprimersi, perché manca della parola o della capacità di intendere poco più dell’essenziale, può certamente riordinare gli ambienti, lavare la 'sorellina' invalida che tutte coccolano, strapazzano, curano, così le donne hanno la possibilità, con una piccola o grande responsabilità, di esercitare la loro maternità. La concezione della vita è molto distante dalla nostra.
Le sedie arrugginite, sgangherate, la via fangosa e dissestata non costituiscono un problema insormontabile per andare, per accogliere, per continuare ogni giorno a sorridere con la bocca, con gli occhi, con il cuore e per pregare, lodare, ringraziare il Signore della vita, custode fedele della loro bontà.

Ambienti poveri ma assai dignitosi, non molto diversi da quelli delle suore, sono ripuliti ogni giorno e, nel tempo, risistemati nel migliore dei modi. Questa carità parla a tutti. Non passa giorno in cui non vi siano persone che vengono a visitare, donare, incontrare l’umanità vera e, in questa, il Dio grande e misericordioso, che i buddisti non chiamano per nome, ma che si fa a loro vicino («ogni volta che avete fatto...») e intanto già incontrano il cielo negli occhi bellissimi dei bimbi, nello stupore di Johan che spalanca la bocca per ogni canto armonioso, per ogni gesto gentile.

Noi parleremmo di una carità assistenziale per cui si potrebbero e si dovrebbero tentare nuove strade, offrire mille altre possibilità (che per noi, che godiamo di alcuni strumenti, sarebbero più facilmente realizzabili), ma non è forse vero che insegnare a vivere relazioni di carità è già promuovere la dignità dell’uomo? e che osservando con attenzione, si viene contagiati? In ogni caso la testimonianza splendida di molti ragazzi di Payaphyu o di Yangon o di Loikaw che, grazie anche al sostegno delle adozioni a distanza, hanno avuto la possibilità di studiare in Malesia o in Giappone, per costruire il loro futuro e quello del loro Paese, allarga il cuore nostro e, ovviamente, il loro. Esprimono, infatti, immensa gratitudine e quasi sempre trovano il modo per mantenere il legame con questa grande famiglia, continuando a collaborare in tanti modi diversi.

Altri, invece, hanno frequentato corsi di formazione professionale, occasione che non avrebbero avuto, crescendo nella famiglia d’origine. Ma il ritornello è lo stesso: questa è la mia famiglia. Ogni affermazione di questo genere rivela il senso, l’incontestabile ricchezza di chi condivide la vita fino in fondo e ogni volta commuove chi ascolta e impara a custodire «queste piccole, grandi cose nel suo cuore». Non mancano neppure momenti di formazione dei giovani e l’accompagnamento delle famiglie. Ma che cosa sono centotrentacinque suore in mezzo a tante difficoltà, senza nessun riferimento e nessun riconoscimento da parte di chi dovrebbe occuparsi di questo popolo, il cui Paese è il doppio dell’Italia?
Piccolo seme, lievito impastato nella massa che, perdendosi, la fermenta poco a poco! Si perde il lievito e il seme cresce, splendido nella sua fragilità, anche tra le montagne di Loilem, nel villaggio isolato dove vivono 'i relitti della società'. Quattro suore, compresa una junior e due candidate, camminano con chi non può camminare perché non ha più i piedi, mangiati dalla lebbra. Chi li ha, attende sotto la pioggia battente, incrociando monconi di mani, che il parroco o le suore aprano la chiesa per andare a pregare. Bimbi meravigliosi e sani, figli dei più miserabili, sono sottratti alla necessità della questua e sostenuti perché possano almeno frequentare la scuola. Certo, molto ci sarebbe da fare, ma c’è anche molto da imparare o da re-imparare. Forse qualche forma di collaborazione si potrebbe tentare, ma noi, occidentali, avremo l’umiltà e la possibilità di imparare abbastanza o siamo già troppo ‘compromessi’?

Il seme è fecondo, cresce la famiglia religiosa, cresce la Chiesa. È una Chiesa giovane, unita, piena di risorse e ricca di gratitudine. Il riferimento ai primi semi, gettati e marciti in questa terra, è ancora prezioso, garantisce grande stabilità e apre alla speranza. Non si tagliano le radici, non si dimentica la matrice da cui si proviene: i nomi delle suore e dei missionari scacciati, i loro sacrifici, la loro dedizione sono vivi; il loro ricordo ancora commuove e spinge avanti. Intanto si progetta, con serietà e con inesauribile fiducia nell’opera del Signore, il cammino da percorrere, cammino prezioso, che sostiene anche il nostro che, in questo momento, per certi versi, è molto più povero.

Anche il mio cuore mette radici più salde che affondano in una storia veramente 'sacra', raccoglie e vuole valorizzare i mille doni ricevuti, si illumina per la straordinaria e quotidiana testimonianza di carità: «le vostre opere buone risplendano davanti gli uomini». Si accende in me più vivida la speranza, ritrovo I’ennesima conferma che il Regno è dei piccoli e dei poveri, invoco per me e per la Chiesa questa grazia. Lodo Dio che ancora ci offre l’opportunità di servirlo e di imparare gli uni dagli altri come farlo, come porre piccole pietre che edifichino il nuovo sulle macerie, che continuamente la violenza, dilagante e protagonista sulla scena del mondo, produce ogni giorno.

Faccia Iddio che, con la stessa dedizione degli operai senza arte e 'senz'arti', che a Payaphyu, sotto le intemperie del tempo, hanno costruito il sentiero che porta alla chiesa, anche noi, in altro senso disabili, sgangherati, incompetenti, ricostruiamo proprio dove siamo e viviamo un tratto del percorso che appare così irto, quasi impossibile, e che conduce tutti alla città della pace. Grazie, grazie, grazie alle numerose persone che hanno reso possibile tutto ciò e in particolare a madre Annamaria che mi ha offerto questa opportunità e che non trascura occasione per incoraggiare e illuminare il cammino di carità di tutte e di ciascuna.


suor Gabriella Voza
 

 

 

 

 

 

 

 

 

sito web ufficiale: www.suoredimariabambina.org